e terra magnum alterius spectare laborem

Se domani muoio

21 febbraio 2012 4 commenti

Se stanotte morirò vorrà dire che non avevo voglia di vivere domani, che ero stanco di respirare o che mi andava di scherzare con i fottuti santi e con i tabù pesanti. Se domani sarò morto potrete suonare musica di merda per festeggiare, tanto ormai non posso più sentire; contritevi pure in moine – che tanto non devo più voltare lo sguardo – e pensate pure che ormai è troppo tardi per dire ciò che pensavate che tanto il tempo giusto non c’è mai stato. Se crepo senza avvertire non è per maleducazione ma è che andavo di fretta, non mi sembra il caso di farla tanto lunga o di creare  Continua a leggere…

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Ogni cosa aspira alla ruina

12 febbraio 2012 2 commenti

Di certe passate mutilazioni emotive e delle attuali cause perse non ho più ricordo. Dei sogni alti e degli istinti bassi non tengo traccia. Delle molteplici mancanze e delle singole assenze non voglio memoria. Sentirsi costituiti di assenza non ha nulla di originale ma certi passaggi rimangono necessari, anche se frusti, perché si arriva ai punti passando per la frasi, più se ne abusa prima ci si arriva. Le scritte allo specchio appaiono vagamente incomprensibili nelle ore in cui non hai più scuse, quando hai dimenticato le speranze e riposto le aspirazioni, tanto da non riuscire più a comprendere che basterebbe invertire la direzione di lettura per ricominciare a comprendere.

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Rispedire allo sconosciuto mittente

Max Ernst - The Elephany Celebes

L’orologio è fermo alla parete. Nel senso che è inchiodato lì, ma anche che non è funzionante. Forse è per questo che qui si spreca tempo. Le lancette sono immobili mentre i secondi trasecolano, inciampano, cadono sul pavimento e da lì scavano. Ci sono pezzi di vita allineati negli armadi, inscatolati, pronti per essere bruciati. Fragile universalità che implora il fuoco, che arde di desiderio per la vampa sadica e leggera che domina l’incendio dei colori morti di una miscellanea di farfalle gettate nel rogo. Frammenti di sentimenti per tutte le sere in cui non si riesce a disaggrovigliare le vene assottigliate. L’alone verdognolo della luce della radiosveglia voltata verso il muro è come un faro nelle notti inquiete dove il sonno ingaggia la lotta con la volontà. Senza trovare la posizione sulle spine, senza riuscire a piegare i vetri dei ricordi frantumati.

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Questo titolo è stato ripetutamente modificato con lo scopo di mentire senza inganno

From Gapacho's March of Ghosts gallery

Accorrete, venite. Il gioco della vita non si ferma mai, nessuno ha mai fissato le regole ma a tutti sembra di conoscerle, più o meno, e pensano di poterle violarle e poter vincere. Barare non è difficile basta poco impegno e un filo di predisposizione. Ci sono persone che si ritengono persone molto umane, più umane della comune umanità, in poche parole si sentono meglio di qualcuno che, evidentemente, è meno umano, sono meglio perchè sono sensibili, perchè sentono ed esternano, perchè sanno, comprendono, perdonano. Si commuovono e non si vergognano di piangere, di provare universale pietà, sempre e comunque. Superiori alle altrui negatività, serbano nella loro profonda interiorità lo scrigno segreto della comprensione delle cosa umane e, da così in alto, possono tollerare gli altrui errori, le tristi debolezze, le mancanze di fede nella gioia della vita. Retti nel verbo, saldi nella conoscenza, camminano spediti, fieri di conoscere il senso delle cose. In quanto vittime sono sicuri che non saranno mai carnefici.

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Di quando giunse anche il tempo dei lupi

Freddo da lupi, fino a che non arrivano alcuni noti pianeti che costruiscono delle assenze solo per intersecare la vita a un clima da tundra. Infine le intuizioni immaginifiche trovano conferme stranianti nelle locandine dei giornali del mattino. Di metafora in metafora si conclude con il meteo dell’anima.

Andrew Glenn

Giorni della merla, direbbero i vostri vecchi, e allora si può assistere all’alba dal treno. La luce grigia bassa sull’orizzonte e i lupi ai bordi dei binari. Bellicosi occhi di tundra indecisi se dover calare o no, carni emaciate che calpestano la crosta gelata della terra che nasconde radici avvizzite nella mancanza di voglia di reagire ai rigori marziali della scala celsius dell’egoismo. L’imperativo è solo resistere all’antropocentrismo, sopravvivere, cos’altro? Non semplici comparse dei modi di dire, ma conferme irreali delle paranoie, del come di solito vanno le cose. Perché poi vanno veramente così, anche se non piace, anche se fa male, anche per chi pensa di poter direzionare il destino, divina ambizione umana.

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Carne per cuori sradicati

21 gennaio 2012 7 commenti

Cuore di tenebra ha una pistola spuntata, pallottole di carta con cui rispetta più il silenzio che le parole, un cannone per mosche con cui combatte quello che non c’è. La solitudine si fa carne senza nulla da opporre alla pretesa di comprensione, senza neanche cercare più di scacciare il serpente del male che cerca di mordersi la coda in un movimento perpetuo che non ha conclusione fino a che non giunge alla fine. Quanta luce in quella fine, quanta amorevole anaffettività, quanto salvifica post-umanità.

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Il capolinea per prosciugare gli alibi

16 gennaio 2012 2 commenti

Flying Colours

Le parole non hanno cuore però sarebbe bello lo stesso fare insieme un patto scellerato: noi tiriamo fuori tutti i nostri limiti e voi fate lo stesso. Ma voi non lo farete perché non esistete. Non esiste la verità perché nessuno la ama, manco un vago affetto, in realtà. Perciò dobbiamo odiare gli anaffettivi, i maledetti che scelgono l’infelicità piuttosto che le illusioni di gioia immaginaria e retorica. Non bastano le sillabe, se ci credi – ma non ci crede nessuno – corri qui, qui nel centro dell’abisso. Qui dove nulla accade e nessuno esiste, qui dove tutto tace e nulla ha un significato.

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Una strategia inavvertibile per scomparire dalle altrui esistenze

6 gennaio 2012 8 commenti

Alberto Savinio - La nave perduta

Questa malinconia non sembra finire mai. Come le luci della città nelle notti di gennaio, come i treni che devi ancora prendere prima di arrivare. Come le note dei Seven Mile Journey, come le sconfitte curriculari. Come le sigarette della sera, come i ricordi delle mancanze e le mancanze dei ricordi. Una sinfonia distorta di decrescendo esistenziali come se tutti gli abbandoni che ci hanno sedotto, ora stiano monologando tra di loro. E se presti attenzioni, se fai silenzio, se tendi l’anima, puoi anche immaginare il tintinnare ipotetico delle monete lanciate nel pozzo dei desideri che non ha fondo, ma solo fine.

Essere soli significa anche mutare dal non avere nulla da dire a non sapere a chi dirlo per poi concludere, quale effige eterna di alienazione, a scriverlo su un blog. Di questo sentire Continua a leggere…

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