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Smarrire i ricordi tra le disperazioni tascabili delle periferie umane

L‘affichè funerario – spudorato – gli ricordava l’inconsolabile dipartita dell’Indimenticabile costringendolo a fare i conti con tutte le amnesie del giorno. Forse era un conteggio che includeva l’intera settimana o forse gli ultimi venti anni. Quella insolente presunzione lessicale – anche se proveniente da sinceramente addolorati – lo convinse che, fino a che rimaneva in vita, avrebbe dovuto auto-appellarsi l‘invitto non sia mai che poi, nel giorno in cui sarebbe giunta la notte, anche lui avrebbe potuto essere ricordato come elemento monumentale di sinapsi eterne.  La presunzione dei mortali lo rendeva rabido facendo salire prepotente la voglia di prendere a pugni il muro ma, sentendo ancora dolente il polso dall’ultimo accesso d’ira, s’accontentò di uno sputo in terra e una bestemmia al cielo. Superato lo sdegno si trovò a pensare che mentre lui stava perdendo tempo a vivere c’era qualcuno – di certo degno di essere ricordato almeno per questo – che si era impegnato in una performance assoluta come la morte e questo pensiero lo sconvolgeva nella sua semplicità.

Si chiese quale poteva essere la causa della morte di una persona di cui non ci si poteva scordare. Magari il defunto, si era dimenticato, quando ancora era vivo, di far battere il cuore grande che aveva, così gli era venuto un attacco cardiaco da dimenticanza. Di dimenticanze mortali bisogna divenire avvezzi in questi tempi perché sembra che sempre più si moltiplicheranno. Forse a causa dei troppi input, per le troppe cose da tenere a mente, troppe uguaglianze, troppi doppioni di delusioni, troppi sconforti telescopici.

Il funerale si sarebbe svolto il pomeriggio e lui non poteva mancare, era un obbligo morale, un obbligo sociale. Avrebbe dovuto assolutamente andarci, anche se controvoglia, ma era ancora presto così decise che meritava di svagarsi e per rendersi vago si avviò verso il centro commerciale. Odiava quel posto e proprio per questo lo frequentava così da versare il costante flusso negativo che lo animava verso un obiettivo esterno. Varcata la soglia luminosa e lasciati alle spalle i cristalli a movimenti automatici che si aprivano sinuosi al minimo movimento si ritrovò nell’ovatta luminosa e gelida della bomboniera plastificata. Inspirò profondamente e incominciò a camminare nelle corsie del consumo. I prodotti brillavano di luce propria nelle vetrine emanando un’aria giovane e una potente fragranza di lusso-per-classe-media spruzzato di trionfante civiltà del consumo occidentale. Era strano visto che tutto quello che si trova lì dentro era costruito, assemblato e pensato in Estremo Oriente. A guardare l’infinita catena di brand transnazionali e a osservare il ripetersi stantio degli stessi colori sulle stesse forme che si accumulavano in ogni categoria merceologica gli venne da pensare che per vendere c’è bisogno di afflato nazionalpopolare e idee asfittiche in quanto l’originalità, non essendo esportabile alle masse, non è remunerativa. Tutto ciò che non è infilabile in uno scaffale e archiviabile sotto il cartello rock o sotto quello pop, sotto l’indicatore igiene personale o sotto l’indicatore tempo libero, non interessava alla grande distribuzione, ma neanche a quella media. In fondo si trattava solo di una delle tante leggi del mercato tese ad adattare la gente al prodotto e viceversa, in un inseguimento insensato e che ci conduce inevitabilmente verso il basso e poi oltre.

Là dentro si svolgeva la cerimonia più sacra di quella stessa società che di lì a poco avrebbe onorato una persona che sempre sarebbe rimasta nei nostri pensieri, un rito sorridente e tranquillizzante che veniva officiato contemporaneamente su cinque continenti, fusi orari permettendo, da gente di ogni razza e religione, un ordalia ecumenica come nessun’altra fede organizzata era riuscita a creare. Ma allora – andava pensando – questa voglia di oriente non serve a nulla così come il desiderio di oceano. Del tutto inutile, rifletteva, guardare ai camminanti all’ovest europeo, inutile idealizzare i misticismi orientali. Un’intera generazioni di giovani, invece che costruire il futuro, invece che fondare nuove band e un nuovo genere musicale, invece che contestare con le molotov un sistema economico marcescente e criminale, un’intera generazione e forse due si aggirava esausta e spettrale in un enorme centro commerciale luccicante, formato transnazionale, ubicato a Kuala Lumpur oppure a Capetown, sempre uguale. Voci mute e occhi spenti dentro la terra di nessuno che è di tutti e quindi, pensava stancamente, anche di chi la contesta. Un luogo non localizzato e senza tempo dove vi sono milioni esseri umani che involvono in scaricamenti della stessa app contenente i pensieri unici e originali dedicati solo a te, mangiando panini universali e ascoltando le stesse icone del pop e i loro team di esperti di marketing, merchandising e social media. Gli si stava insinuando una sorta di sconforto al neon e mentre strisciava sulle scale mobili ascoltando la vacua musica riempiorecchi  diffusa dagli altoparlanti nascosti si chiedeva a cosa potesse servire la voglia di scappare quando tutto il mondo era diventato uguale, mosso dagli stessi desideri e terrorizzato dalle stesse paure, con gli stessi oggetti da indossare e gli stessi mobili componibili da montare. Ora riteneva che tutto si potesse riassumere nel concetto di disperazioni tascabili, quelle stesse che avrebbero eternato l’Indimenticabile nelle foto, nei video, nel marmo, negli hard disk e nelle reti sociali per deceduti.

Tutto gli moriva intorno, gemevano i fast-food e le loro file di ragazzotti, agonizzavano lentamente gli slow food, languivano i bancomat che cantilenavano digitalmente la nenia chose language to start, appassivano le finte fontane adornate di piante di plastica, uggiolavano smunte le panchine in poliuretano. Tutto gli esplodeva dentro come una sorta di resa al carnefice, tutto crepava violentemente tra scintillii e levigatezze, tutto moriva con molto meno dignità dell’Indimenticabile. Tutto era vero nella sua inaccettabile artificialità, ovunque aleggiava una verità fittizia talmente ripetuta da risultare familiare nonostante il vago senso di nausea che gli penetrava la bocca passando per l’esofago. Era familiare come alzarsi la mattina, perire ordinatamente e poi andare a lavorare. Il centro commerciale era il centro della vita di tante persone, un fortino nel grigiore di una città sempre più barricata in sé stessa, disarticolata dall’anima, sempre sulla difensiva pur senza conoscere il nemico. Si entrava e puzza e grigiore sembravano lontani, desolazione e facce inquietanti parevano bandite. Tutto sembrava ricco, gioioso e colorato. Un buon profumo e un silenzio ovunque osteggiato. Un placebo per la frustrazione generata da tutti gli altri luoghi di vita, quegli stessi luoghi che tutti formiamo nelle periferie umane che assediano il centro. Qui una forza centripeta portava la parte nobile dei cittadini, quella riciclabile, quella bianca più bianca, inodore e permeabile ai colori e ai sogni eterodiretti, una forza basata sull’irrefrenabile prurito al consumo e, insieme, sulla paura fottuta che tutto questo finisca, che la vita smetta di essere contenitore di oggetti e ricettacolo di headline con calembour ad effetto. Allora bisogna tornare al mall a verificare che tutto questo esiste ancora, farlo di nuovo e di nuovo prima che arrivi un brutto giorno in cui si va al lavoro e non si trova più il lavoro e poi, affranti, si torna a casa e non c’è più la casa quindi, disperati, cercare il proprio amore e scoprire che non c’è più neanche lui. Tutte cose che capitano – quando si ha qualcosa si può perderla – ma non succedono mai mentre sei qui al sicuro e protetto. Nel centro nessuno moriva, nessuno si ammalava, nessuno sembrava aver preoccupazione se non mangiare e comprare.

Guadato il piano ristorazione decise che doveva distrarsi ancora di più e si diresse verso il multisala. Si fermò a contemplare una programmazione che metteva i brividi, fra commedie frivole come idrolitina e kolossal a base di inseguimenti e sparatorie. Con dispiacere rimpianse l’assenza della noiosa onestà di un film porno ma i luoghi di famiglie non ammettono esibizioni che non siano asettiche e ancor più insulse della piattezza ripetitiva della pornografia. Siccome una pellicola valeva l’altra scelse la sala uno, entrò, si sedette e si infilò gli auricolari e attaccò la musica guardando, così, il film senza sonoro, con asincrona musica improponibile per qualunque sceneggiatore di film mainstream. Dunque passò due ore perso nel vuoto dei suoi pensieri osservando personaggi insulsi che muovevano la bocca senza comunicare, che si muovevano senza raggiungere nessun luogo e che guardavano l’obiettivo con lo sguardo di chi non sa cosa fare della propria esistenza.

Finito il film si alzò, usci dalla sala e guardò l’orologio. Era tardi ormai, il funerale si era già svolto, il rito sociale a cui non poteva sottrarsi si era concluso, la grande celebrazione della morte si era potuta svolgere senza di lui. Si sentì tanto sollevato quanto in colpa per una dimenticanza cercata dolosamente e assolutamente sconveniente da qualunque punto di vista. Ingiustificabile, inconsolabile, obliabile. Uscì dal centro commerciale e, accesosi una sigaretta, inizio a fare la strada a ritroso. Le gambe lo riportarono davanti al manifesto funebre. Tirò fuori una chiave e iniziò a grattare via a forza le lettere i e n. Conclusa la raschiatura si allontanò di due passi e guardò il risultato e si sentì pacificato come chi compie un atto di verità.

Si avvio verso casa soddisfatto, era stata una giornata impegnativa, memorabile.

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