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Dalle pagine disperatissime di un futuro che non ha futuro

Oggi fa freddo, anzi caldo. Il mare è tinto, quasi blu, e amare la gente è facile quando è lontana, lanciata verso un orizzonte ingoiato dal vuoto mentre la linea del cielo tremula e affonda nel buio. Questo è il cuore marcio di un dissesto idro-carnale, il mare nero che ingoia il prisma dei colori, il corpo madido insensibile alle spine che aspetta altre onde asfittiche nella speranza che tutto venga spazzato via dal globo. Non esistono più specie protette da preservare, nessuna razza è a rischio perché lo sono tutte.

Nulla per nulla pare sia una moltiplicazione ininfluente anche se possiedi mani linde di ogni fedeltà che lasciano impronte innocenti  su mura di cera, parliamo a quattr’occhi anche se non abbiamo occhi e non abbiamo parole, parliamo senza ascoltare fino a raggiungere la quota che ci spetta, esattamente come si dice sia per il numero dei battiti del cuore dell’elefante prima della morte. Questo mondo è un torsolo di candela, uno scheletro nella fanghiglia che arde per il desiderio della polvere.

Di colpo, poi,  in mezzo alla calugine che ricopre gli spettri intorno, si prendono decisioni che sono più consistenti degli ectoplasmi che osservano; quale sia il processo che le determinino rimane inconoscibile, eppure succede, nonostante i sensi amputati, nonostante le urla strazianti che richiedono stasi senza soluzione di continuità. L’imperterrito rincorrere una cura, una chiave, un sistema o, almeno, un cerotto. Il supplizio della speranza. L’orologio atomico sancisce il martirio di ogni singolo secondo che va a immolarsi in base sessanta, di sessanta in sessanta, ma sempre soli, vento divino sulle lame di lancette che invocano sangue da spargere sul passato per poter riempire le ultime pagine bianche dei libri di storia.

Tra le baracche è nascosto il nemico, nelle fosse, che fanno da trincee, si accumula il fango, lamiere contorte, cadmio, arsenico, residui oleosi di gloriose lavorazioni chimiche, polveri di amianto, uranio impoverito, diossina e marshmallow. Delle vecchie librerie cittadine rimangono solo pagine strappate che si spargono nell’immondizia agli angoli dell’asfalto consumato. Le pagine delle sacre scritture si mescolano con i manuali di caccia e pesca, pagine di riviste pornografiche si scontrano con formule di manuali di economia liberista, omnia ab uno, cenere alla cenere.

Il contagio sembra avere una testa pensante, strategie raffinate e, diremo, subdole, in quanto deleterie per gli illusi. Che sia il pus sprigionato dai linfomi stanchi del corpo sociale oppure che sia il germe espirato da manodopera importata da chissà quale malsano e dannato paese tropicale. Che siano i gangli impazziti dei terminali delle borse asiatiche oppure che siano i virus di hacker che vogliono intaccare il castello delle menzogne istituzionali  Che siano preghiere millenaristiche o equivoci andini, dittatori subsahariani fuori controllo o totalitarismi con troppo e sleale PIL. Che sia la consumazione delle risorse,  il colesterolo, la salinizzazione, la scarsa abbronzatura, lo scioglimento dei ghiacci o le malattie veneree. Che sia l’attacco ai valori tradizionali o l’eccesso di progresso.  Il mezzo non importa, la fine non ha finale, i secondi erigono i secoli e i singoli formano i popoli.

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