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I castelli di carte del signor P.

L’infelicità non fa rumore. Magari sopra ci si può mettere un fumetto, bianco, tenue e lieve come una nuvoletta, dolce  e comprensivo con la guida di tre pallini che dal cervello arrivano al pensiero. Nella nuvoletta sopra la testa del signor P. è scritto ” “. P. riesce a leggere quella scritta e riesce a crederci anche se è consapevole che ciò che decifra è sempre sbagliato e dannoso. Certo è come un neon rotto o un cartello stradale imbrattato tanto da essere illeggibile, ma basterebbe avere un minimo di intuito o una predisposizione per le lingue straniere o per le lingue morte. O per l’affettività. Ma P. non ha queste qualità, fosse un uomo, sarebbe come un titolo di un noto libro, uguale uguale, ma senza trama.

La disperazione ha il gusto del secondo giorno dopo il disastro, il signor P. pensa che il primo giorno dopo fa troppo male per essere comprensibile appieno.  Al signor P. piace molto sé stesso e tutti i suoi errori, li commette sempre con convinzione e consapevolezza, continua da un sacco di anni anche se P. non è vecchio, è solo un giovane con i capelli bianchi. P. dice che lo specchio è rotto e quindi non può più osservarsi, P. vede che il filo è spezzato e quindi non può provare a tenersi in equilibrio, P. ritiene che il tempo è finito nel momento in cui si è tolto l’orologio. A P. piace molto la fine. I confini del mondo di P. sono i confini del male di P. Il signor P. ama i simboli, le metafore, il surreale. P. vi appartiene, in mancanza d’altro.

Il peso dell’anima non fa attrito. Il signor P. sa svuotarsi senza volare via e forse pensa che questo vuol dire saper vivere. Ma, a volte, ritiene che sia solo il peso che lo ancora al suolo, un peso fuori misura e non giustificabile con il 75% di acqua che P. sa essere la composizione di ogni corpo umano. Il signor P. fece un passo sul cornicione, 22 anni fa o giù di lì, e poi ne fece un altro – forse proprio a causa di questo peso – , più deciso, dentro una mediocrità che rinunciava alla fine nonostante il fatto che a P. la fine garbava già allora. P. pensa che tutto questo è passato e non è interessato a raccontarlo né – pensa il signor P. – è interessante. I participi cadono così, con naturalezza, e chiudono le giornate e a P. piacciono le chiusure.

Il signor P. pensa che, talvolta, basta scomporre una cosa comune per ottenerne una geniale. P. non lo sa fare ma gli piace quando qualcun altro vi riesce. Nella teca c’era un crocifisso, un cristo e tre chiodi. E una scritta “do it  yourself“. Molto semplice e sensato, basta solo un martello, per fare da sé, per togliersi lo sfizio. Dio – potendo tutto – ha scelto di non esistere, a P. sembra un buona scelta, dopo tutto, condivisibile ed esemplare. Se dIo vuole – e non vuole – P. otterrà ciò che ha sempre desiderato, ma sarà troppo tardi, ovviamente, ma il signor P. fa finta che ciò non lo tange e certe volte se ne convince pure. Continuando a non essere toccato P. ha perduto la sensibilità al futuro per questo il signor P. ha devoluto il corpo rosso al passato e la mente nera al presente.

Le parole scritte non fanno rumore. Il signor P. si annoia per questo continua a cercare significati esattamente come i casanova cacciano lepidotteri per assicurarsi nuove conquiste. P. si trova spesso a corto di concetti eppure continua a sprecare parole incessantemente. A P. piace sproloquiare forse perché il peso che porta sono proprio le parole che, anche se vuote, lo riempiono fino ai confini della pelle. P. pensa che se uno conosce cosa volere si trova a metà strada per la propria distruzione e a P., il processo opposto alla creazione, affascina. Comincia una cosa, concludi una cosa, crea qualcosa e poi distruggila. Se sai darti delle regole sai anche come infrangerle.

Il signor P. era il signor P. prima ancora di essere il signor P. Il signor P. una volta ha sentito una storia che parlava di carte da gioco e di destino, ma P. non se la ricorda più. P. ha cattiva memoria oppure non sa giocare. O, in ultima ipotesi, ha carte cattive, tutte rosse vermiglio o tutte nere pece. Carte consumate – P. conosce tutti i semi: quadri, picche , fiori – alcune rotte negli angoli, per questo P. pensa che non siano più adatte per giocarvi ma solo per costruire castelli fragili, castelli alti senza fondamenta. Costruzioni eleganti e vane, case dove non si può dormire, muri che non proteggono dalla notte e non allontanano il freddo. Castelli alati e splendenti, costruzioni audaci e ammirabili,  inespugnabili che aspettano la sfida del vento per cadere. Perdere e poi ricominciare.

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Categorie:obliquità Tag:
  1. 13 agosto 2012 alle 22:58

    La scomposizione può essere un’analisi della fine, quella senza il bis, oppure manifestare la semplificazione – cancellazione – della complessità.
    Sotto, sotto, c’è sempre la seccatura del vuoto e a noi umani non piace averne a che fare. Altrimenti, non avremmo sviluppato la capacità di rendere l’immagine, riflessa dai nostri specchi, soggettiva.

    • 14 agosto 2012 alle 11:20

      Il signor P. aspira alla semplicità ma trova solo vuoto ed è, hai ragione, seccante oltre misura anche per noi non umani. Con la carte bisognerebbe costruire ponti e non castelli quantomeno per ampliare l’angolo prospettico del vuoto. Il signor P. ha sempre splendidi condizionali nella faretra.

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