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Albagia trasfusa in una indisponente lista di apatia

Alberto Giacometti – Diego

Righe così non le avete mai lette in tutta la vita. Sostantivi cinici e avverbi crudeli. Avverbi è un sostantivo – per la cronaca -, veramente, che è un avverbio, ma non corrisponde al vero. Cose mai lette!, alziamo le aspettative per ampliare le delusioni. Aspettative è un sostantivo plurale mentre vita è un sostantivo singolare, bisognerà pur trarne le conseguenze.

L’amore è femmina e il dolore è maschio. Tutto il resto è neutro, un barcamenarsi transgender in attesa di miglior vita, modo di dire che intende che il decesso è meglio che respirare, anche se lo è per motivi oscuri visto che nessuna sembra aver gana di tirare le piume. Quando il mondo cala a stormo per distruggerti non interessa a nessuno, per primo al mondo. Secondo logica per essere primo bisogna succedere al nulla – che, probabilmente, non è né maschio né femmina – o, almeno, a  una precedente fine. La chiusura di un capitolo, la fine di un’era, l’abrasione di un tatuaggio, la demolizione di un palazzo, la cancellazione di ogni umana compagnia. Fino alla fine. Fine della geografia di un amore, storia (è femmina) di formiche all’interno dell’infinito universo (è maschio). Dio , lo yin, non esiste, il Denaro, lo yang, ha fallito, cos’altro rimane?

Odio è una parola di quattro lettere che dura per sempre – almeno il sempre delle misere cose umane (e non ne esistono altre, quindi tutto è misero caro fratello di miseria) – , amore ne ha sei. Ed è transeunte. Non è questione di genere ma di pragmatismo. L’arte cinica di essere disperati ma realistici, crudeli ma razionali. Attendiamo un collasso demografico, aspettiamo malattia ed epidemia, guerra e carestia, per tornare a sopravvivere, in pochi, ma grassi. La morte è femmina, come la fine, e serve a distruggere tutto il male che si semina respirando, cimiteri e inceneritori (maschi), anime morte nei dolci dei bambini. Nessun valore nella paranoia manichea di dare un senso all’ordine delle cose [l’ordine delle visite può essere soggetto a qualche variazione, garantendo comunque il completo svolgimento del programma salvo cause di forza maggiore (guerra, movimento dell’atomo, sommosse popolari, naufragi emozionali, infelicità generazionale, solitudine digitale, anaffettività consumistica, ecc.)].

La morte è paurosamente sottovalutata. La vita è uno spazio temporale tra la nascita e la morte. La morte è la cessazione della vita e la vita è l’assenza di morte. Banale, il concetto come l’esistenza. Vivere è ablativo di sprecare, un’essenza sistemica per un colossale apparato di assenza stracolma di oggetti inanimati, feticismo della merce e masochismo delle marche. Quando svendi sogni – i tuoi, gli altrui, quelli di intere categorie, nazioni e pianeti – in cambio di noccioline e metadone allora, ebbene, tutto sta crollando, ve lo dico anche se è un segreto.

Se mi riveli un segreto smette di esserlo, se confidi una cosa intima, diviene pubblica. Stiamo sprecando fiato su righe che non volevano essere scritte (troppo tardi) e parole che non volevano essere lette (troppo semplice). Questo post è formato da 886 parole – compresa questa meta-frase – ma solo il 38% sono sincere, le altre sono cosmesi retorica. Sembra quasi il racconto della vita di qualcuno. Come un libro di storia scritto dai vincitori o come un romanzo scritto per essere venduto. Un inganno senza sentimento, come un gioco con regole anaffettive. Anaffettivo potrebbe essere un aggettivo ma anche un sostantivo, in ogni caso, al di là delle apparenze e qualunque sia la sua appartenenza linguistica, ha una sostanza sentimentale.

Righe così non si erano mai lette e non se ne sentiva la mancanza, inutili eccezionalità anche se ora si stiracchiano indecorosamente ma per un motivo nobile, come il pugilato: rinnegare ogni concetto mai esistito. L’arte di prendere a pugni un sacco vuoto. Il ricordo è maschio e scolorisce, la preghiera è femmina e può rimanere fino alla fine, ma non serve a nulla. La speranza è femmina ed allunga la vita, la disperazione è femmina e non serve a nulla, ma, di solito, non la si sceglie. Rinnegare è sempre meglio che affogare che sono due verbi che meritano rispetto, termine, quest’ultimo, maschile, arcaico e desueto che di solito si riferisce sempre e solo agli altri in termini di richiesta.

Chiama il tuo Dio – è maschio – e implora la pietà – è femmina –, non serve, arriverai comunque, prima o poi, al sangue e all’ultimo respiro, al dolore che ti piega senza alcuna grazia, al decesso senza resurrezione, al nulla senza al di là. Dopo per sempre ci sarà qualcosa per uomini senza cielo?

La gente viene e va, la gente si affeziona e si disaffeziona. Così gli amici e le amanti, così tutti, tranne i cani. Gente è un sostantivo indeterminato che si usa per nasconderti un concetto, cela da tre a tre milioni di persone. Gente, la parola, potrebbe includermi o includervi, ma anche no. I traditori e i correi sono folla ebbra e coscienziosa del proprio ruolo. Innocenti e dinosauri si chiedono ancora cosa sia successo. Di tradimento in annacquamento, di eufemismo in omissione otterrai una fedeltà, almeno a te stesso. Poi menti, inganna e falsifica per giungere almeno a un terzo di verità, sostantivo femminile invariabile, ineluttabile, irrimediabile, irredimibile.

Le parole sono l’alibi del sentire e siccome il finale non deve essere un fanale per illuminare un’immaginaria via, qui e ora si concludono le righe più stucchevoli mai scritte.

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