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Viandanti sulla violenta via degli addii

“Uno, dieci, cinquecento addii” così cantavano esagitati i compagni delle prime file. Non erano cattivi e io non riuscivo a biasimarli. Il mondo è violento e basta accodarsi, il mondo è cattivo e basta seguire il flusso. Era solo una questione di parole e di buon gusto, di lasciarsi andare al proprio sentire anche quando non era allineato al giusto sentire e mai lo era stato. Un problema di uomini, quelli che confondono la giustizia con la vendetta e la intravedono nell’odio ma vissuto come fosse un atto di amore.

Tutto è violento e lo è sopratutto per il fatto che bisogna fingere di nasconderlo, bisogna comportarsi civilmente e porgere l’altra natica, come se fosse normale, come giusto tributo a Rousseau. Rappresentiamoci, – è questo il patto – dolore e isolazione dentro il teatro delle  marionette come fosse una realtà più sensata della realtà, sangue sul cartone e velluto rosso a ingentilire il plasma. A guardia del circo delle pulci, la scimmietta con il fez rosso tenta il suicidio gettandosi furiosamente dall’alto della spalla del vecchio circense, ma niente da fare, la catena la salva perché la temporanea schiavitù è più ferrea della definitiva morte, come nella divinazione delle 78 lame, I suppose.

Come un bijoux o come la serpe catturata dai bambini, questa fine del mondo dentro una scatola di scarpe non sembra pericolosa anche se è la conlusione dell’umanità. E quanto fa ridere il rozzo diorama di apocalisse con sottofondo la musica sghemba dell’organetto della scimmietta. Le chele di scorpione mozzate che si trovano sempre in quelle scatole possono sopravvivere anni all’amputazione, anche a scapito del veleno dell’animale, del suo linguaggio e del suo contegno contrito e mortale.

Sopravviviamo solo succhiando la vita dalle viscere morte dei caduti, navigando sulle lacrime dei soldatini di piombo, storie dentro le storie mentre si vorrebbe poter urlare che questa è veramente la fine, non lieta ma vera, non dolce ma concreta. Il fermarsi di questo assurdo sinfonico, nel crescendo drammatico della metastasi della mediocrità, questo sarebbe lo spezzarsi dell’angoscia verso nuove forme di patema. Ma adesso ci manca il tempo di conteggiare il tempo perchè rimaniamo dei tossici degli attimi passati, guidati dal desiderio di sentirsi svuotati, consumati, vissuti. Passati.

Lo sconosciuto uno saluta lo sconosciuto due con vasta espressione di affetto. Siamo perduti per sempre e nessun annuncio, nessun richiamo di muezzin, nessuna bussola può essere di aiuto a viandanti senza via che si perdono in labirinti personali dove l’unica uscita sarebbe l’entrata ma non si può tornare indietro, mai è successo e mai lo si potrà far accadere, i lupini marciscono all’umido delle nostre ambizioni. I fastidiosi sussurri provenienti obliqui dall’antro del mostro, rantoli che nulla esprimono e niente vogliono dimostrare, sono i confini di un pesante recinto di incomunicabilità che non può turbare la bestia che sogna ancora l’umanità, acquerelli onirici delle fogge gentili del vertice dell’evoluzione oppure la costola adamitica e il fango nei dintorni o la grazia che scende come un meteorite sulle partorienti vergini o la guerra tra consimili e correligionari o l’architettura raffinata della fine di un tempo ciclico scalpellato su una colonna coclide, tanto che solo una testa a spirale potrà conoscere l’intera narrazione. La testa mozzata potrà leggere le gloriosa gesta delle parti senza causa e delle passioni fiammeggianti delle statue di cera, la vecchia storia della rana gettata nell’acqua bollente, le realtà scientifiche delle esplosioni di milioni di soli e noi lì, soli, gettati inani a innalzare canti alla matrigna Terra.

I trilli del silenzio sono un telefono senza fili che toglie il fiato, lo spazio intorno è uno scudo di latta che si accortoccia in modo ridicolo sotto i colpi del maglio di acciaio dei doveri sociali, la casa di paglia viene giù al primo colpo e devi sperare nel fango e poi implorare i mattoni. Questo sole batte in testa ma anche altrove. Colpisce duro come i passi degli elefanti nelle vetrerie della verità. No, certo, non è mai stato così caldo, mai così perché non eravamo mai stati così vecchi e perchè la memoria è una subdola consolatrice oltre che una infame sobillatrice. Peggio di così non siamo stati mai! Boccheggiamo esausti nel ricco calore di giorni abbandonati, giorni feriali di marce militari di balocchi malfunzionanti, maschere il cui sorriso dipinto inquieta. Denti disegnati, fissi e remoti come ricordi che scoloriscono sotto la violenta isteria della canicola estiva.

Conosci qualcosa tipo questo?

Qualcosa che assomigli alla rabbia? Che abbia le fogge del disgusto? Che assuma i contorni della disperazione? Che ricordi la rassegnazione?

Ieri è un altro futuro sprecato, vaffanculo! Santo Inferno! Calci in culo al mondo! Dannata beatitudine!

È finisce adesso ma non finisce mai. E sia. Nulla da capire dentro un nulla da spiegare. Solo sangue e noia.

Benvenuto, bentrovato, addio per sempre. “Non dire mai addio”, never say goodbye, lasceremo che ci sia un  senso e lasceremo che sia per gli altri, lasceremo che vi siano parole e lasceremo che vi siano interpretazioni, tutte opinabili e sbagliate a causa del necessario calderone del non senso. Lasceremo che vi sia una via e lasceremo la libertà di non seguirla, di non intravederla nelle nebbia dei sentimenti o del miraggio degli stessi, di fregarsene esercitando il divino diritto all’asocialità. Non ha importanza. Lasciamo il dubbio che non vi sia direzione né meta, né spazio per camminare affiancati. Non ci si può far nulla. Uno, dieci e continuiamo a contare.

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