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L’abracadabra delle noncuranze

È facile come scordarsi di una persona, come cancellare il senso di identità, come schiacciare i fiori. Splendido come promettere e non mantenere, ridere per nervosismo, dire frasi fatte quando non sai come interloquire con i manichini nelle vetrine della città che splende. Prendere il foglio con la storia dell’umanità e cominciare cancellare le menzogne una dopo l’altra. Cancellare, depennare, scolorire. Una dopo l’altra. Alla fine non rimarrà che un foglio bianco e non avrai null’altro da leggere. Come estirpare le erbacce malevole dal giardino e trovarsi a giacere in un cratere e lì, in tondo, percorrere 350 km di pelligrinaggio ateo. Come cancellare una delle possibili realtà senza avere nulla da sostituirvi.

A chi importa se hanno ucciso Bambi? Che senso ha il qui e ora che presto sarà dopo e lì e nulla sarà cambiato nell’imperturbabile ordine delle cose? Soppesare le sfumature di un aggettivo nell’indifferenza universale – che importa! – è una cosa divina, certo di un dio uscito dalle profondità degli inferi per irridere il genere umano. Cose tristi che la brava gente ha ragione ad evitare perché il pierrot eterno ha lacrime nere indelebili sul viso, disegnate con la cura maniacale che solo la follia può giustificare. Col viso tumefatto e i pugni svuotati di forza avevamo fatto una sfida con la realtà per vedere chi si sarebbe adattato e chi avrebbe ceduto, il tempo avrebbe fatto il resto ma, in faccia ai curiosi, le cortine fumogene della purezza cristallina complicavano tutto e lungamente hanno nascosto il risultato.

Dietro la maschera della persona mite e mediocre si trova la maschera del mostro colmo di odio e sadismo, dietro ancora, quella del pazzo che insegue la purezza che cela quella del cinico suicida che ancora nasconde il bambino mai cresciuto, appena sopra alla maschera dell’assassino che aderisce a quella dell’unità produttiva rassegnata che copre quella del terrorista bombarolo. Sceglierne una, per passare il tempo. Poi bruciarle tutte e guardare nel non-viso l’ectoplasma, cuore di puttana senza sangue, senza cuore, solo essenza in vendita la miglior offerente e al miglior deferente.

Quando raggiungi la malattia vorresti la morte, dopo la morte desideri l’olocausto e successivamente l’estinzione. Se mi è concessa la grazia dell’odio allora anelo la dissipazione, raggiunta quella bisogna puntare all’indifferenza assoluta ma, senza accontentarsi, volere, infine, l’autismo. Se hai scatenato paura devi poi puntare all’abominio ma senza fermarti, cerando di raggiungere il disgusto per poi scoperchiare l’inferno e oltre, sfidare il delirio, per giungere a un’apocalisse dietro l’altra, in un incubo senza fine che non abbia pietà di nulla e di nessuno. Nessun innocente e nessuna eccezione, nessun essere umano che non sia altro che sperma e ovulo, nessun superprimate privato del pollice opponibile. A chi promette amore bisogna rispondere dolore, qualcosa, insomma, con cui riempire il vuoto; sempreché, beninteso, qualcuno lo abbia notato.

Se pensi di avere un commovente blog di umana irrealtà, se credi in un’assurda catarsi gotica di animali condannati all’espressione, beh a chi importa e, soprattutto a chi dovrebbe importare? Questo è lo spettacolo che non finisce neanche dopo il sipario e che non ha gloria di pubblico o critici. La condanna al giornaliero disinteresse reciproco di ogni concepibile umanità verso ogni inconcepibile disumanità. Così sia nei secoli dei secoli, anche se i secoli stanno per concludersi, anche se non rimarrà traccia di ogni umana futilità. Il tempo si attarda su orologi rotti mentre il sole tramonta invisibile dietro gravi nubi ferree, i deserti si espandono mentre le bocche si aprono e proferiscono suoni invece che saliva. Se mi concedi il deserto io ardo per avere gli inferi, se sfioro il dramma io voglio che dopo vi siano lutti torrenziali, faide familiari, fame, miseria, degrado. Tanto nessuno ci farà caso, bentornato a casa.

Dopo la solitudine si deve sperare nella follia, sperimentando il disprezzo dell’etichetta che accompagna l’ascolto di ogni parola pronunciata da chi è categorizzato pazzo – who cares? Poi, aspirare alla demenza celebrare, all’alzheimer o a qualunque altra degenerazione cellulare, qualunque malattia venerea che tolga la ragione, ciascuna più auspicabile di un lucido sentirsi declinare e di un grottesco osservarsi tramontare. Non solo un dissennato senso di frustrazione, non la semplice sordità ai sogni che si schiantano, non liberatorie corse verso scogliere ripide. Nulla di tutto ciò, se mai importasse, solo invidia per la banalità. Perché non volere – come tutti – il bene, le gioie del focolare, il conforto della fede mentre il male impera da sempre, le famiglie sono lager e gli dei indifferenti contano i delitti dei loro figli prediletti? Perché non coltivare la speranza, il complimento, la rassicurazione mentre tutto è disperante, obbrobrioso, spacciato? Perché dare credito al tempo presente, consumandosi in indignazione, impegnandosi per salvare la baracca mentre tutto questo nulla è in rapido disfacimento nel vuoto di un presente che ha cannibalizzato il futuro?

Probabilmente non interessa alcuno ma il sogno è quello di guerre tribali, di racconti osceni di degradi sessuali in società sfaldate, impazzite, irradiate. Una pazzia contro l’incubo di famigliole ariane con figli sani, che studiano la storie delle religioni in scuole irreggimentate in una dottrina del bene comune e del consumo, con i libri sui buoni sentimenti, con le crociate contro ogni tipo di eresia di pensiero. Un mondo di buoni, belli, puliti, ordinati, disciplinati, beneducati, silenziosi, allineati, consumati. Morti. Accerchiati di libertà teoriche per non doverle mai usare, compiaciuti di molteplicità per conformarsi senza rimpianti. Un solo credo economico, un unico dio da adorare, un solo orientamento sessuale, un solo hit radiofonico, un unico bestseller, una sola anima cumulativa, un solo partito, un solo leader, un solo duce. La libertà dalla scelta.

Ma con una sola parola di tutto questo, con buona ragione, non importerà più a nessuno, basta la parola magica, poche sillabe che possono mettere fine al dolore alle meningi e all’angoscia esistenziale, le lettere in fila che possono farti quietare invece che consumare, una sola parola che chiude la frustrazione e addormenta la rassegnazione. Un placebo senza costo, una liberazione per l’autoscontro dei principi, una gioia contro la mestizia radicata. Così degrada l’ennesima lotta persa con il soliloquio. Fine.

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