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Circumnavigazione degli abbandoni

Quando ascende, ma anche quando declina, l’Impero romano e qualunque altro impero o quando crolla il tuo stupido micro-mondo, scrivi ancora parole. Così bisogna fare e così si fa. Ripetere le stesse cose con parole diverse, ma anche uguali, perché le cose da esprimere sono sempre quelle, due o tre, e le cose che contano sono sempre le stesse, una o due. Così quando il rosso della bandiera occitana sventola come la nazione invisibile dei tuoi sentimenti e senti la fine in ogni cosa che respira, ecco che stai vivendo l’esperienza spregiante dei significati fasulli di cui viene appesantita l’esistenza.

Un respiro sull’inutilità delle parole e sulla futilità della vita e tutto scompare, nulla merita impegno, nessuno merita attenzione, tutto è uguale perché nulla importa. Il sole infuria brutale oppure il vento ti destabilizza o la pioggia inzuppa le tue scarpe. Si sta sempre scomodi in quella fascia che si estende sotto il Tropico dell’Abbandono e sopra il Tropico della Mancanza. La vita dietro i buchi temporali scorre veloce se ci stai dentro, altrimenti sono solo punti interrogativi, ingranaggi di dis-rimembranze, lenti sfocali per ricordi in cancellazione. La furia omicida del muoversi per non pensare, di spostarsi per non mutare di vedere per poter archiviare. Ecco cosa rimane.

Ognuno fa il suo mestiere, il destino fa il suo corso, il destino “tra virgolette”, i coglioni che esprimono i concetti “tra virgolette” dovrebbero essere messi alla garrota. Ogni essere sul pianeta compie la sua missione, la formica vive da schiava in una comunità concentrazionaria, il mulo da soma vive da servo in un contesto isolato, l’uomo vive da schiavo in uno schema di degrado e di follia sotto la cosmesi della civiltà. L’unica difesa è l’isolamento, l’isolamento è una capitolazione per disperati. Anche i disperati svolgono un ruolo, con fatica e abnegazione spazzano il campo dai rifiuti della speranza e sotto l’anelito di una disgustosa e inumana filantropia vorrebbero togliere anche agli altri le consolazioni putride delle menzogne correnti. Purificare tutti i falsi grossolani, spezzare i rimedi miracolosi, dissodare i campi seminati a dobloni.

Verrà la fine dei tempi e sarà cosa umana che più umana non si può, apocalisse senza cantori, campane a morto sul buio della città, sangue e feci della civiltà tecnologica e asettica, flatulenze digitali e vomito in ipertesto. Diamanti purissimi ingoiati da fiumi di mota. Fino a quel momento si può solo mettersi comodi e osservare lo spettacolo più sordido dai tempi del Grande Bang. Non vi è da provare nessuna passione anche se quella truffa chiamata anima è un sofisticato malconfort, un vuoto enorme che nessun eroismo riesce a riempire, nessuna azione commovente alleggerisce, nessuna parola di circostanza amplia. E non vi è bacio, né narrazione, né melodia, né traguardo perché le lacrime non spostano i muri e i sorrisi non curano le degenerazioni cellulari. Non c’è salvezza ma almeno puoi dare una ginocchiata all’inguine degli idioti sudati con i cartelli “free hugs”al collo e poi sorridergli ricordandogli la bolgia dantesca a cui si riduce una vita empatica che vuole distribuire affezione tra gli uomini. Da Cro-Magnon in poi.

L’abattoir accoglie straccioni e catari in fila indiana sotto la luna piena. La schiera di solitudine si ingrossa come le fila di un esercito vittorioso. Invitto, certo, eppure porto la stanchezza di tutti gli abbandoni, delle mancanze in fila, dei vuoti dentro la trama triste dell’esistenza. Tutto questo è solo frutto dell’immaginazione, sia il nemico nello specchio, sia l’amico nella lucidità. Perché leggere un blog del cazzo quando potresti leggere le pagine finali della Caduta? Perché fingere di essere qualcosa se puoi trovare conferme nella cruda realtà dei Tropici? Perché? Perché invece di blaterare a vuoto non ti limiti ad ascoltare i brani cadenzati del Paradiso perduto? Facce verminose, occhi infestati di certezze, sguardi vacui privi di curiosità… troppo pochi suicidi! Del resto puoi insultarmi e non puoi scalfirmi, puoi disprezzarmi e non sfiorarmi, è solo il silenzio che mi umilia, il castigo sempre desiderato che è giusto che sia, come sono e fui.

Indice di leggibilità: 50

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  1. 6 giugno 2012 alle 22:39

    “quando assetato et stanco
    non piú bevve del fiume acqua che sangue.”

    La carità non è mai gratuita. Neanche un abbraccio free.
    Al silenzio non servono ” ” e, per fortuna, esso detesta la carità.

    • 7 giugno 2012 alle 16:54

      La carità – tra virgolette, per carità! – costa troppo per i poveri di virgolette. Donare parole piene non lenite da virgolette e diminutivi è sforzo improbo per le masse. Dall’altro lato, regalare abbracci è una negazione di quello che dovrebbe esserne l’intento, è assolutamente disumano e alienante è una affettività televisiva e narcisista che ripugna nel suo scambiare il gesto per il significato. Tempi moderni (troppo poco silenziosi).

  2. marie
    10 giugno 2012 alle 12:57

    dimmi se hai trovato un modo per liberarsi da questa truffa chiamata anima allora.. dimmi, per favore, se esiste un modo per alienarsi da tutto, anche da se stessi.
    perchè delle volte sono quello che provi, molte altre vorrei essere come te.

    • 10 giugno 2012 alle 20:48

      Direi che navigare intorno non è una liberazione.

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