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Salutiamo il Carpathia che abbandona la nostra amata terra d’Europa

Come tutti, ho un fratello gemello immaginario che è sconosciuto, un perdente sommerso, un’inutile zavorra invisibile. Il suo unico scopo era di essere anonimo, di affondare timidamente mentre faceva il suo lavoro di doppio, oscuro e malpagato. Ma egli non si limitava alle sue sparizioni di ordinanza, no, talvolta mi abbracciava stretto e riuscivo a sentirne il tenue calore corporeo e l’odore nicotinico. Riuscivo perfino a sentire il battito cardiaco di Cayno e quel ritmo regolare mi tranquillizzava come fosse quello di un fratello in carne e ossa. O di una sorella. Gli volevo bene, certo, eppure gli mentivo. Ogni qualvolta mi chiedeva “Ti ricordi?” gli rispondevo adducendo amnesie selettive e se mi chiedeva dei miei sentimenti mentivo, in modo spudorato ma assolutamente credibile. Per pura cattiveria, per esercizio di potere affettivo, null’altro. O forse per godere della perdita in atto e per sentire dissolversi nel petto il gusto dolciastro della rovina in nuce.

Sembrava di essere in perfetta solitudine, in due, una moltitudine di incomprensioni dentro gli sguardi – che sembrano evocare chissà quali remote profondità sentimentali mentre sono solo bolliti nell’abuso di alcool – e in uno stordimento esistenziale coltivato con le letture delle autobiografie dei più sanguinari assassini della storia contemporanea. Era un’idea asettica che ci tormentava da tempo immemore, lasciarsi attrarre dal crimine, abbracciare la devianza invece che qualunque tipo di fede sacra. Guadagnarsi da vivere rubando alla gente, farsi rispettare insultando, farsi giustizia picchiando. Ma anche il male richiede vocazione e, alla fine, ciascuno imboccava la sua strada deserta fatta di un’abulia agnostica anche nei confronti della violenza.

A Cayno, fin da piccino, la sera veniva raccontata una storia. Un racconto edificante, per crescere, capire e imparare. Una di quelle storie che si raccontano ai bambini per terrorizzarli, per godere del facile piacere di instillargli il prima possibile un numero sufficiente di ansie da seminare il futuro disastro di dipendenza tossicologica e devianza sociale ma all’interno di un sistema comunitario ben ordinato e regolare. Un’ottusa narrazione di dominio del cattivo sui buoni (almeno fino all’inevitabile ma tardivo riscatto finale),  ma anche l’abuso del violento sui miti e dei bugiardi sui sinceri e, più in generale, di oppressione mentale sui puri, una minaccia da sopportare con stoicismo e buona creanza. Una fiaba di un minuscolo ingranaggio all’interno di un enorme macchinario fuligginoso. La storia di un bambino abbandonato dai genitori, accerchiato dai lupi, venduto a sadici giostrai; la narrazione della nave che affonda o del burattino che mente e ritorna inanimato. La storia di una disobbedienza sociale che porta alla miseria e alla solitudine. Insomma, molteplici e augurali nere profezie della sua vita futura.

A conclusione di questi orrori – con un lieto fine posticcio solo per amor filiale – faceva finta di addormentarsi e si rifugiava nella masturbazione pensando alle compagne di scuola, non per libido ma solo per scacciare la tensione generate dalle perverse parole della buonanotte. La mattina dopo, se veniva testa avrebbe torturato il cane di famiglia, se veniva croce si sarebbe tagliato il braccio con il taglierino, non faceva differenza, l’importante era liberarsi, allentare la pressione del fallimento prossimo venturo. Trovare un dolore, proprio o altrui, per distrarsi. Mettersi alla finestra aspettando che qualcuno cadesse per strada, osservarne i tratti mutati, la pelle del viso tramutarsi in maschera di dolore, nutrirsi dell’altrui sofferenza solo per approfondire la conoscenza del dramma umano sempre presente e sempre sottilmente nascosto da cipria e rossetto di regime, dai lietofine del cazzo, dalla resurrezione degli zombie tra gli alleluia festanti dei buonidispirito.

Cayno viveva la sua disgregazione come se fosse un ragionevole e motivabile collasso cognitivo temporaneo, come se la sua non limpieza de sangre potesse un giorno mutare, come se un rabdomante nomade un giorno l’avrebbe rintracciato raddrizzandogli la spina dorale e svuotandogli le vene dal veleno acido che vi scorreva implacabile come un biblico sciame di ortotteri. Essere così, un giorno, libero dalla crudeltà cui era obbligato dalla latitanza dalla vita. Qualcosa di più convincete della catarsi dalla sofferenza attraverso tronitonanti parole sputate in faccia ai miserabili dei di passaggio, caduti nella polvere e umiliati pure dai monelli in libera uscita dai bordelli del porto. Qualcosa di più e qualcosa di meglio dell’affondare all’insaputa di tutti, senza l’imperitura gloria del fratello maggiore (anche se gemello, maggiore solo per predestinazione futura) che sarebbe scomparso sotto l’aura edenica dei riflettori del mito. Potevano esserci sventure più dolci di un esilio etereo e della separazione umbratile, sarebbe stato necessario un varo con tanti bambini gioiosi sventolanti bandierine oppure un affondamento eroico, una pretesa prometeica del dioscuro indimenticato nei secoli. Ma nulla di tutto questo sarebbe accaduto, pensava Cayno, mentre si sentivo stomacato dalla sola vaga idea di continuare a coltivare sogni, proprio lui che non riusciva neanche ad avvicinarsi allo specchio delle illusioni, proprio lui che da anni aveva umiliato tutti gli stupidi idealisti e i sognatori che erano capitati a tiro della sua saliva. La storia era già scritta e il finale era stato già raccontato a migliaia di bambini nell’ora del buio per ingrassarne gli imberbi incubi.

Una volgarissima debolezza veniva appellata fragilità dagli ultimi poeti di un mondo che si avviava a scomparire nel rimpianto generale, il rimpianto proprio di quella turba becera che si era impegnata a brutalizzare quel modello umano con violenta avidità. Così Cayno, ammantato di fragile incoscienza, conobbe un’era di parassitismo emotivo, scatti iracondi e ombrose cadute lunatiche. Fu un lungo evo che strangolò una giovinezza depravata costringendola lungo il cammino devozionale di una fine già vergata con i caratteri piombati del ghigno del destino. “Passerà”, dicevano i soliti inopportuni ficcanasi colmi di buon senso, ma non sarebbe passato mai se non con la sparizione completa, con l’olocausto dell’ologramma.

Anche voi conoscete il destino dei fragili, nevvero?, un trascinarsi mesto nella commiserazione alternata al rigetto, nell’amore camuffato in odio e nella lontananza che desia il ricongiungimento. Lo strazio e l’orgoglio della sconfitta. Loro giustificano tutto con la scusa della mancanza, con la paura di spezzarsi, con la pietà dell’inadeguatezza ma in realtà è solo egoismo, malcerto magari, ma di quello si tratta.

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