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Non sono pazzo!

“Non sono pazzo!”. Lo so, qui dentro lo dicono tutti, ma per me è vero, credetemi. Non sono matto anche se non sono un complottista istantaneo che dopo due minuti conosce esattamente e senza dubbio alcuno chi ha fatto esplodere la bomba. L’insanità non alberga in me anche se non ritengo che il terremoto sia un castigo divino e anche se non pretendo una millimetrica conta dei morti per l’edizione della sera, veramente, sono sicuro di non essere instabile anche se non riesco a dare un significato al terremoto che sia diverso da mere scosse della crosta terrestre.

Non sono pazzo e, proprio per questo, sono consapevole che tutti i pazzi lo pensano. Ma io non sono folle anche se odio gli uomini, non mi sembra così  grave, anzi mi sembra giustificabile in gran parte delle situazioni e il semplice dichiararlo non dovrebbe deporre così tanto per la mia insanità. No, non vado ai funerali delle vittime di tragedie note. No, non mi commuovo se un qualunque italiano viene coinvolto in una tragedia in un paese lontano. La pietà non può essere solo un fatto mediatico, di bandiera e di clan. Ma questo è significativo per l’anamnesi? Non dovete premiare la finzione e condannare la sincerità, come se amare un’umanità estraniata sia un segno di assennatezza ed equilibrio. Ho sempre dato il mio voto a Caino ma questa non è insalubrità mentale, è solo antipatia per Abele per la sua aria da vittima predestinata e il suo visino innocente, poi, non l’ho mai sopportato, troppo facile.

Non sono pazzo anche se la vita fa schifo, proprio come diceva quel tale. Non mi pare sufficiente per dare un giudizio radicale sulla malattia della mente, il giudizio clinico come si può basare sulla considerazione – anche condivisibile, perché no? – che produrre, consumare e crepare non sia l’ideale umano più elevato che si poteva creare. Il non risiedere mai nei grandi numeri non mi sembra un indizio sufficiente per internarmi, come non capisco perché prendere così malamente la mia invincibile convinzione della non esistenza di dIo, i dubbi bisognerebbe lasciarli ai fedeli, e poi tutta la mia razionalità l’ha creata la scuola che sempre voi amministrate, perché farmela pagare ora?, perché pretendere obbedienza all’irrazionale solo a momenti alterni? Non riesco a convincermi che sia più folle l’ateo che nega l’impossibile piuttosto che il nazista con la tiara che afferma, senza contraddittorio, l’esistenza di ciò che non si può provare; come potete basare un giudizio da inquisizione solo su questo?

Non potete essere certi dell’infermità anche se parlo con i libri e mi faccio consigliare dalle anime morte. O perché cerco conforto nei testi della – penso la chiamereste così – musica leggera. È solo frutto della mancanza e dell’assenza e questo – non per accusarvi – è colpa vostra e di tutti gli altri che non sia me medesimo. Chi può farmene una colpa? L’alienazione è un prezzo inevitabile del consumismo e spesso porta altro consumo, non dovreste reprimerla. Non sono pazzo perchè ritengo che Marx sia ancora valido e riesco a farlo stare insieme al metal, al bovarismo, al diario intimo, alla disillusione e a tutto il resto che mi sono accollato. Come può essere l’incoerenza un segno clinico del disturbo mentale?

Sarà pur vero che da anni cammino sulle macerie di percorsi di vita sprecati, ma questo non è sufficiente, non bastano gli errori ripetuti, la superbia escludente, l’orgoglio ottuso o l’attrazione per l’autodistruzione a classificarmi in modo indelebile nella categoria dei soggetti antisociali. In fondo ho fatto male solo a me stesso e non costituisco un pericolo per gli altri. Non dovete prendere troppo seriamente la storia dell’anaffettività, non prova nulla, è solo una conseguenza inevitabile del muro incomunicabile in cui si rimbalza tra dovere e consumo, tra rigurgiti televisivi e solitudini digitali. La montagna di pornografia mi ha castrato, i reality show mi hanno disseccato le lacrime, le risate registrate mi hanno spento il sorriso… sono una vittima, non si capisce? Non potete risolvere con il ghetto concetrazionario la mancanza di sentimenti che in fondo avete seminato e voluto. E poi pensate che all’interno di un lager pseudo-medico qualcuno possa veder risorgere la propia emotività morta?, morta, capite?, e non penso che risorgerà come è successo a quel tizio da cui, buffamente, si è fatto cominciare il calendario.

Non sono pazzo anche se ogni mattino accendo la macchina della paranoia, ne lustro certosinamente le cromature brillanti di misantropia, godendo nel sentire soffiare laboriosamente i bestemmianti motori. Sono solo tecniche di sopravvivenza, modi per raggiungere il risultato, un’applicazione cinica dei concetti di vita e morte, grafici di costi/benefici, metodi per il miglioramento della perfomance. Non è qualcosa che assomiglia alle Istituzioni che insegnano ai loro figli a diventare soldati pronti ad uccidere per obiettivi strategici, o le scuole di polizia che insegnano ai corpi speciali a sparare in testa per ridurre i danni collaterali? Non è lo stesso cinismo del realismo politico o dell’avere dei servizi segreti che hanno il beneplacito a violare la legge nel nome – vedi un po’ – della legge?

Forse solo questo luogo è un vero segno di pazzia, un manicomio dell’espressione, l’assurdo sbattere contro le pareti immateriali dell’Assurdo. Ma oltre questo, nulla, ritrarsi e nascondersi, non voler convincere o sedurre, questo non è atteggiamento da folle, anzi!, è cosa savia e sensata, un individualismo così profondo da meritare una benemerenza confidustriale! Ma forse la follia risiede nello sperare un qualunque tipo di forma di partecipazione emotiva, quel sentitamente che gli uomini usano solo nei biglietti di ringraziamento nelle condoglianze. Questa è la pretesa pazza e criminale, questo scriverne, questo protestare la propria normalità (sic), il proprio equilibrio, il proprio sensato insistere in una forma sociale basata su logiche escludenti e competitive. Una società disumana dovrebbe premiare i suoi figli che hanno rinunciato all’umanità facendolo senza ipocrisie. Forse la pazzia consiste nel credere di poter ottenere qualcosa tramite le parole, continuare testardamente ad illudersi, contro la palmare evidenza, di poter spiegare qualcosa a qualcuno per un qualche dannato motivo. Ma potete veramente condannarmi solo per delle inermi parole? Dopo che avete manomesso ogni significato e sabotato qualunque capacità di mettere in comune spargendo analfabetismo digitale a piene mani, lobotomizzando in modo catodico interi corpi sociali. Ora che il linguaggio è disarmato, lasciato ai cibi killer e alle confessioni shock quale preoccupazione può dare anche un minimo sospetto che esista un’anima scalpitante? Un cattivo esempio  -d’accordo – ma non  è così grave – suvvia – la stragrande maggioranza  è stolida e obesamente massificata, encefalogrammi piatti e like paciosi, qual è il rischio?

Credo che il ragazzo in coma non si desterà sano al semplice librare della virile voce del nostro Caro Leader, non lo credo proprio questo ma, la prego, non lo scriva nella cartella clinica. E resti tra noi anche la mia convinzione, che un paese che passa da un pifferaio demagogo e populista e fascistoide a un altro uguale proprio non ha futuro – non non lo scriva – la gente fa schifo, ama essere ingannata – e questa è la sanità mentale? – e, di conseguenza, illusa per poi martoriarsi di sdegno a chiamata, sdegno spesso, colante e rigurgitante, di quello puro che fa esclamare furenti “vergognatevi!”, per così placarsi la coscienza, sgravarsi di colpe, sempre e comunque in saecola seculorum, e poi continuare di nuovo a votare passando da una fogna a un letamaio. Come può essere che scansare tutto questo, il semplice tirarsene fuori e non partecipare, come può, questo, essere un elemento di follia?

Non sono pazzo e comunque, vi prego, almeno non stringete troppo le cinghie.

Indice di leggibilità: 45

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  1. 22 maggio 2012 alle 22:46

    Governati e governanti che non vogliono prendersi responsabilità. Sentiamo la necessità delle ‘paroline dolcemente ipocrite’ dei bigliettini per toglierci il fango cumulato sugli abiti da festa.
    C’è un lume di coscienza in questa alienazione prepotente, voyeristica – termine preso a prestito dalla pornografia privata per la pornografia delle masse – che circoscrive in continuazione il bene e il male promuovendo la pazzia.
    Se sentiamo la necessità dell’ipocrisia, avvertiamo di compire, quotidianamente, l’inganno. Per questo, J’accuse.

    • 23 maggio 2012 alle 08:49

      Vi è una follia di sistema che vede i governati sentirsi cosa differente (e migliore) dei governanti. Il tirarsi fuori e il sentirsi diversi è un chiaro disturbo dissociativo che sembra comodare tutti. Così gli oppressi possono sfoderare una poderosa Macchina di paranoia che vede censura, asservimento informativo e intrighi a ogni piè sospinto. Così ulula, minaccia, ringhia, sobilla e sembra insorgere. Poi niente e questo nulla sommerge anche ciò che di vero ci sarebbe in una sana diffidenza verso il potere. Mai nessuna azione, solo proteste, flatus verbis. La Macchina della paranoia, alla fine, è un comodo strumento che assolve chi lo alimenta e facilità il compito degli altri, quelli che nutrono la Macchina del potere. Così ci si sente lucidi quando si è offuscati e sani mentre si è folli. Chi è già alienato, quindi alieno all’alienazione, chi rimane estraneo per propria incapacità di adattamento, insomma che si esilia con colpa manifesta e consapevolezza della proprio sociopatia incurabile rimane lì sul bordo dell’isolazione parossistica a nausearsi fino a sentirsi sbagliato e vorrebbe solo fare come le scimmiette e smetterla di vedere sentire e parlare.
      Il manicomio è spesso stato un sadico mezzo di oppressione della dissidenza ma ora le cose sono differenti. Come le nazioni non hanno più bisogno di invadere i nemici per asservirli così non hanno necessità di stanze imbottite per isolarti e renderti alieno alla realtà. I cittadini/bambini, i cittadini infermi vengono per il loro bene inseriti nel Monopoli della sana e robusta costituzione del salutismo per alimentare il mercato della Terza età (del consumo), instradati nella retta via del consumo anche in salsa ecologica, cresciuti nel conformismo dei comportamenti a favore degli studiosi di trend di marketing. Strafogati ma non del tutto strozzati, intorpiditi ma non incoscienti riusciamo ad accendere la tv per criticarla, riusciamo a collegarci ai social network per fare controinformazione pelosa e insulsa, vogliamo partecipare a quel sistema che con la critica vuota e l’inanismo della democrazia non partecipata teniamo su, terza stampella dell’odiato Regime che vessa il sovrano, sano, laborioso e onesto popolo. Cosa altro, dunque, rimane ai santi e agli onesti se non la gratuita masturbazione su internet, l’estetica, la cura del corpo, il feng shui, il gossip, il buco della serratura, il benessere dei nostri amici a quattro zampe, il sushi dopo l’aperitivo, il progresso scientifico del make up, i fashion victim, l’essere sempre connessi, i mobili componibili, i telefoni intelligenti di prossima generazione, il lamento totale?
      Quindi il sistema è talmente folle e debole che riesce a reggere soltanto genuflettendosi anche nel privato nel fare maniacale, nel negare noi stessi reprimendo ciò che vorremo fare, accettando ciò che non vorremo accettare, dicendo cose che non pensiamo. Come questo mio blog che talvolta scivola nella follia istituzionale dei peti intellettuali di presunta dissidenza e non allineamento. Parole da vero, utile idiota che alimenta il sistema e accusa dIo, accusa la società, accusa l’economia, accusa il mondo. Alla fine l’unica accusa non folle sarebbe accusare se stessi e chiedere la pietà dell’internamento nell’oblio delle droghe di Stato per smettere di pensare male.

  2. 23 maggio 2012 alle 20:40

    Smetti di fumare la droga di Stato e all’inizio sei stordito\a.
    Altaleni momenti di mera associazione nebbiosa verso le parole ‘concordate’ dei colleghi, del vicino di casa e persino degli uomini di scienza, a istanti di lucida ragione.
    Prendi la sigaretta tra le labbra per nostalgia o ci fai pausa tenenedola tra le dita per noia.
    I colleghi ti sembrano via via più buffi, gli scienziati opportunisti e il vicino di casa stronzo.
    Le riunioni diventano un inutile focus group, dominate da un moderatore circense, ‘vieni a crepare con noi altrimenti troveremo il modo di sbatterti dentro al prossimo giro di necessità impellenti’.

    Io ti scrivo tutto questo ma ti assicuro, dentro le mie parole, sensazioni, premure, incertezze o qualsiasi altro terremoto della mia persona, avverto scaglie predominanti dell’Italia, della mia società, del mio governo e del sistema clientelare.
    La droga, si dice, una volta assaggiata, t’accompagna per sempre.

    Stringo i denti fino a sanguinare, oltre le capacità di ragionamento – che a volte l’intuito arriva prima della conoscenza – per non pregare il Dominatore di farmi entrare al prossimo giro.
    Scaglie di uguaglianza per trovare la diversità. Bella condanna.

    • 24 maggio 2012 alle 17:21

      “Di certo era vissuto in tal modo Tarrou, e lui era cosciente di quanto vi è di sterile in una vita senza illusioni.Non vi è pace senza speranza, e Tarrou, che rifiutava agli uomini il diritto di condannare chiunque, che sapeva tuttavia come nessuno possa far a meno di condannare e che anche le vittime talvolta si trovano a essere carnefici” (Camus – La peste)

  3. 24 maggio 2012 alle 17:38

    Straordinaria lettura.

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