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Subito oltre lo splendore attende l’orrido

(23.47 – 30.IV.2012) Finisce sempre così. Sogni fragili, sempre e comunque. Un disastro emotivo che vuole un altro posto, un altro luogo. Invece no, solo trigliceridi. Questo desiderio urlante, another time, another place. Invece no, solo vita low cost, solo un sentire low profile. Low, again. La finitezza dentro la gioia, questo consumare il tempo nei ricordi – che odio – ma che sono tutto ciò che riesco a trattenere.

C’è un post che rimarrà un abbozzo per sempre, quasi inedito, come tante altre cose belle e importanti del passato. Negli occhi prima della vista – elefanti con gambe aracnidee* – nelle parole prima che nel pensiero – giraffe in fiamme*  – nella fine prima che nell’inizio – inquietanti figure verticali nere*. Quello che mi appartiene, appartiene solo a me e assume un senso, allora perché sentirsi così, come se tutto stesse collassando, come se il bello fosse una vertigine insostenibile, come se il tempo stesse crollando e tutto sia un vano rincorrersi in passati sentirsi e in fu emozionarsi. Invece è come nuovo pur se insegue il vecchio.

Questo è Amore, uno scritto dettato dal disordine interiore. Parole dettate dal surreale svendersi per realizzarsi, dall’essere nei luoghi per affermare l’esistenza cartografica dell’ego. Potrebbe essere di più, ma non lo è, si potrebbe aspirare a qualcosa di superiore ma si continua a strisciare. Un’avanguardia di pensieri più rivoluzionari dell’avanguardia precedente, un drappello feroce che giunge sotto il vessillo cristallino di una concettualità radicale e in nome di quella distrugge il pregresso che, prima, convinceva pienamente.

Se non ti stanca la noia, ti angustia la vita. Sempre più vicino alla verità, interi romanzi senza accenti, nulla al nulla, inutili proclami imbrattati sui muri, tutto al tutto. Camminiamo sulla nostra terra e calpestiamo un passato che rimane sconosciuto anche quando siamo un passato temporaneamente declinato al presente. Perché siamo qui senza essere stati interpellati, feti malvoluti, idioti senza identità, rarissimi libri arcani ricolmi di banalità, fantocci di sterpi in attesa di fiamma. Cartagloria dello sperma, il segreto della vita quando la riproduzione della stirpe è l’unica pornografia: così va un ingenioso soldato contro le armate delle emozioni, eroe solitario perche nei drammi devono morire tutti – dovete morire tutti – tranne uno che possa poi raccontarne la leggenda.

Tutto deve finire perché non sarai mai in grado di reggerne il peso futuro, qui, subito, oltre lo splendore trama un abisso algido, un orrido che sembra tappezzato di interiora, le tue.  Se cercavi conferme a teoremi ben radicati, beh, le hai raggiunte, la sicurezza di pescare le emozioni nelle stesse acque dove sei affogato, comportamento sensato ma anche vile. Per quante volte hai pianto, troppe poche volte hai riso e questo ti sta spegnendo, vampata immensa ma repentina. Perché il bianco delle lenzuola non è bianco è solo inganno, eppure sembra bianco, i tuoi occhi dicono che è bianco e tu giureresti che è bianco.

Vali 50 lire, come il martello ivi coniato senti salire l’odio e poi ne percepisci la vibrazione nell’abbattersi con violenza contro il piano concreto delle cose, un odio che non sa finire, come quel pazzo che alla ricerca del post perfetto, la perfezione di quell’abbozzo insita esclusivamente nelle sue potenzialità mai esplose. Le luci nella notte sono come mine vaganti per frantumare gli orizzonti, siamo salvi solo se puri e, quindi, folli. L’errore più semplice che si conosca, credere è morire anche se non ti ci affidi. Solo per te, una ragnatela, una gabbia*.

Lo specchio continua ad ingannare raccontando orizzonti, sapendo di mentire, consapevole di non essere una via di uscita. Riflette pezzi su pezzi, pezzi del disastro e tutto affonda proprio mentre si erge quando i morti viventi telegrafano le istruzioni per scomparire. Le finzioni periscono mentre sembrano vere perché mentre ti sembra di sentire, stai per comprendere che è solo rappresentazione, vana mimesi, finzione debole, illusione gracile, … sogno fragile. Non avrà mai fine fino a che non si conclude. (00.34 – 1.V.2012).

Indice di leggibilità: 56

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  1. 2 maggio 2012 alle 22:30

    Il precipizio ricorda la natura selvaggia costantemente intenta a procreare senza porsi limiti di significato.
    Sappiamo dell’esistenza degli ingranaggi e, sovente, scivolano così bene negli incastri oleati da padroneggiare gli incubi di Cassandra.

  2. 3 maggio 2012 alle 18:34

    A volte le parole si lasciano incantare dal loro stessso fluido mesmerico e pretendono troppo, vogliono smontare l’intero meccanismo e in esso, invece, vengono stritolate. (“Le persone che sono in anticipo sembrano matte, hanno il destino delle Cassandre…” Tabucchi – Tristano Muore)

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