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Abbecedario del finimondo

Non hai ancora imparato a perdere?
A come angoscia, quando pensi al male delle persone e alle persone che stanno male. Di sé stesse.

Sai che questa nostalgia è dolce ma velenosa, come una canzone pop troppo ben riuscita ma che ti vergogni di ascoltare?
B come basta, basta di piangersi addosso, di cercare di togliersi il male dalla groppa e di implorare le parole di trovare un senso dove la realtà non ne ha.

Sai che ogni giorno scendo un gradino e la fine non si vede mai ma tanto peggio per chi mi vuole superare?
C come cattiveria che non vuoi nascondere contro l’arroganza di chi ha scelto la parte vincente, quella dell’iniquità avida e vittimistica.

Sai che ci sono giorni così lunghi che non sai se basterà un pacchetto e cento bestemmie, giorni che non sai cosa vuoi e perchè dovresti volerlo?
D come destino, D come dovere, D come donazione di parole, un gesto gratuito qualcosa per cui non dovresti mai ringraziare e se lo fai, lo fai solo per il contagio di una diffusa prostituzione mentale.

Sai che ho fatto la scelta giusta e non riesco a non pentirmene ogni giorno, ogni giorno di meno, ogni ora di più?
E come entropia, mentre tutto sembra così calmo, ordinario e ordinato, ci sono universi che collidono e anime che si spargono in infiniti pezzi che nessuno riesce a mettersi insieme.

Sai che nulla è più come prima anche se nulla è cambiato?
F come finimondo, quel senso di crollo imminente che mai arriva ma si contenta di stazionare ai bordi, in attesa del momento giusto per porre fine al tutto, non una questione di se ma di quando.

Sai che nulla mi può spezzare perchè vivo piegato, imploso in me stesso come se il mondo, prima o poi, mi verrà a salvare nonostante io non creda in nessuna salvezza?
G come gente, le persone che ti circondano, un’alleanza malvagia a tuo danno per tirare fuori il peggio dal male, contorti, svuotati, piagati. Entità sprecate all’uscio del tuo desiderare sociale.

Sai che non riesco a piangere anche quando sono azzerato, perchè lenti franano i giorni e questo cercarmi mi prosciuga?
H come handicap, ognuno ha il suo, ognuno porta un suo dolore, una sua incapacità rispetto a qualcosa che agli altri riesce semplice e che li traghetta nella normalità, nella società, nella felicità. O nei loro surrogati.

Sai che sono mortale e non riesco a provare stupore per le malattie, per le morti, per le debolezze, per le mancanze?
I come idiosincrasia alla retorica dei buoni sentimenti, dell’affettività espanse nei modi sociali in cui tutto è espresso fintamente così, in realtà, da non esistere, in un osceno florilegio di manierismo che è un monumento al non sentire.

Sai che mi sembra di dire sempre la stessa cosa e sempre peggio, provando noia e fastidio e un’impotenza crescente?
L come litania, come questo angusto raccontarsi che non era preordinato e non è sensato (e mai lo è stato). Perdersi nella ripetizione, ancora e ancora.

Sai che bisogna essere spezzati per avvicinarsi all’integrità e non c’è bisogno di nessuna disciplina orientale per confrontarsi con il proprio bisogno di identità nella molteplicità?
M come il mio nome che nessuno deve conoscere perchè solo a me appartiene, M come la maschera che lo nasconde, fragile protezione all’incapacità di identificarsi in modo equilibrato.

Sai che ogni momento è quello sbagliato fino al momento che non comprendi che il destino è uno splendido concetto che puoi riempire con quello che riesci a narrare di te stesso al tuo tempo, al tuo luogo, al tuo appartenere alle idee e a quelle poche persone che puoi accettare come compagni, come affetti, come esempi?
N come il nulla, il senso profondo del nostro errare sbagliati nelle strade senza marciapiedi, sfiorando contemporaneamente vivi e morti, perchè siamo già morti e aspettiamo solo l’esito dell’autopsia, perchè non vi è nessun senso ma dobbiamo fare finta del contrario, perchè dopo non vi è niente, quasi come prima.

Sai che non vi è via che ti possa guidare fuori dal labirinto del male che ti è innato, sai che quel rancore non scomparirà, sai che non vi è perdono, accettazione, pietà; sai che non c’è rimorso nè rimpianto, che non esiste il paradiso, nè il sol dell’avvenir, sai che porterai il tuo stesso peso tutta la vita, sai che ogni mattina sfiderai la forza di gravità e quasi sempre vincerai?
O come odio, una parola esecrata per buonismo e correttezza politica, ma se siamo carne e sangue, animali politici, partigiani fedeli alle nostre idee, portatori di un ideale umanistico allora dobbiamo scegliere da che parte stare, curare il tumore con la lama e il bacillo con il veleno, decidere dove porre la nostra negatività e indirizzare il nostro orrore.

Sai che non c’è salvezza e che la dannazione è solo la punizione che ci scegliamo?
P come perdita, P come passato, P come Progvolution, un bambino con il volto di vecchio*, un povero perdente che insegue fantasmi e incubi per poter provare qualcosa che non si ha ben presente, neanche se è passato, neanche se è perduto. P come palliativi per parlare e succedanei per comunicare.

Sai che ogni frase è una fatica, ogni post è una farsa indecorosa, sai che non si riesce a liberarsi proprio delle cose che ci fanno male e che non si riesce a guarire dalla cura?
Q come quando spegnerò l’U.S., quando scriverò l’ultimo post, quando perderò finalmente le parole, quando riuscirò a essere libero dalla necessità morbosa del monologo ego-riferito.

Sai che è tanto tempo che non sogno o, se vuoi, che non ricordo i sogni, mentre da piccolo sognavo sempre di cadere nel vuoto?
R come rovina, R come ruina, tutto si decompone e invecchia, le costruzioni sociali scompaiono, i sentimenti perdono intensità, gli amori finiscono, gli odi si ingrossano.

Sai che penso di non sognare più di precipitare perchè ora mi sono schiantato, polverizzato, solo in attesa del vento?
S come il sale che ci si butta sulle ferite, una condanna della lucidità a infierire sui propri limiti, a volere l’impossibile e a scontare tutti i limiti, all’infelicità della critica necessaria.

Sai che non ho soluzioni, nè consigli, che non possiedo null’altro che me stesso come in preda a un egoismo fagocitante?
T come tempo, lo scandire impietoso delle lancette che non si ferma quando dormi, che non rallenta quando hai il fiatone, che non fa sconti anche se tu hai perso il conto o il ritmo.

Sai che l’imperfezione è il marchio che rende unica la tua solitudine e rende preziosa la tua fragilità fino a che non si completa nella distruzione?
U come unicità, come una rarità o una condanna. Come la solitudine o il comando. Come lo scarto di fabbrica o il pezzo di pregio.

Sai che se sapessi scrivere un romanzo esso non sarebbe altro che la mia vendetta contro il mondo?
V come vendetta, l’anonimo auto-punirsi nell’incapacità di evolvere, l’immunità al vaccino, la zavorra che non si riesce a slegare. La vendetta impossibile per le colpe che sono solo nostre, così la rabbia da sorda diventa cieca.

Sai che questo senso di rivalsa non sarà appagato e rimane, in ogni caso, una sconfitta che si aggiunge alle altre?
Z come zero, come il sagrato di Notre dame, come il primo cippo miliare, come il bilancio dello Stato, come il conto delle cose che vorrò si ricordino di me. 0 come 1-1. 0 come 21 lettere inutili, 0 come 21 domande oziose.

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