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Infine, spargere il sale

Quello che conosco degli uomini non mi piace. Esseri colmi di patema e vuoti di speranza, pillole per dormire e sogni per non svegliarsi, alcool per non sentire e illusioni per non capire.  Io non credo in nulla ma non sono ricambiato e questa faccia cinica senza armonia si storce mentre le mani colpevoli applaudono sarcastiche a questo amore non corrisposto.  Questi sono i defatiganti percorsi su strade morte per gente viva, itinerari dove nulla ti appartiene perché il passato ha smesso da tempo immemore di fungere da protezione. Ovvietà per menti semplici, rivalse per rancorosi, discese per arrampicatori.

I mostri liberati dalle coscienze svolgono il loro lavoro spargendo paura nella città del panico. Tutto crollerà se non rinuncerai ai tuoi diritti – infanticida, sociopatico, egoista. Si affonda perché tu sei una zavorra e non sai rinunciare al tuo peso e non è una giustificazione che sia la tua stessa esistenza – parassita, approfittatore, sanguisuga. Pretendere dignità è una colpa come essere vivi e respirare. Il luogo dove vivi è quello che sei e una comunità escludente rimane sempre il tuo punto di riferimento, se esso è turpe e meschino cambiano solo le conseguenze. La vergogna collettiva la farai tua con l’aggravante della consapevolezza.

Le albe doloranti, quelle in cui alzarsi non ha nessuna motivazione plausibile, sono quelle in cui desideri azzerare. Un buon inizio – verrebbe a dirsi – in cui sei pericolosamente vicino alla tua vera essenza, all’intima vertigine che spinge verso un fondo in cui riuscire a cancellare tutto ciò che è stato, senza remore, per poi non avere alcun punto di appoggio per costruire di nuovo. Un olocausto. A ogni conquista pare co-essenziale la distruzione, il bisogno di affermarsi devastando ogni diverso percepire e percepirsi, dentro una radicale intransigenza che tutto ciò che ti ha sconfitto, che tutto ciò che hai vinto, che tutto ciò che è neutrale, che tutto e basta, delenda est. Il dominio sul nulla generatosi è proprio di ogni guerra privata che si combatte dentro la testa degli uomini e il disinganno è un’insopportabile crudeltà.

A volte l’explicit nasce prima dello incipit, talvolta la chiusura ti salta addosso prima dell’inizio. Come una maschera grottesca  esso implorava provocatorio: “Cosa dovrei dire?, cosa cazzo dovrei dire?, quali inutili parole dovrei proferire?”.  Io ero lì e rimanevo a mia volta senza parole, sperduto in un vasto silenzio che era la sconfitta del comunicare e in cui la memorie di pregresse e stordenti verbosità erano solo il sale sulle macerie esistenziali di annose, interminabili e penose dissimulazioni di realtà troppo evidenti per essere umiliate da parole vuote.

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  1. 14 aprile 2012 alle 16:29

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