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Il raduno delle nubi

Il circo era arrivato in città. “Meraviglioso ed eccezionale” cercava di convincermi la voce che gracchiava dall’altoparlante sopra la macchina. “Nella vostra città“, continuava, “numeri internazionali e settanta nuovi animali“. Tanti animali tristi, dunque, gabbie, sottomissione e violenza, obbedienza e finta gioia, cos’altro poteva essere maggiormente educativo per i bambini nativi digitali, animaletti nati in cattività e adusi alla perversione e al sangue in  interconnessione a banda larga? “Unico e inimitabile, accorrete, venite, non mancate” il nastro, con questo suo insensato brio, sembrava inevitabilmente vecchio quasi a trasportarci con violenza in un passato che non esisteva più proprio perchè aveva perduto la ragione stessa di sopravvivere al corso degli eventi. L’invito allo spettacolo era una sirena storpia che prometteva un divertimento spento come una prostituta sfiorita.

La predica metallica, pur in tutto il suo esagerato dolus bonus commerciale, non faceva effetto perchè succede (ad alcuni strani adulti) di smettere di amare il circo nel momento in cui sviluppano capacità critica, perchè il pensiero valutativo sembra spegnerne (quella che i romantici chiamano) la “poesia”. Ma una volta era diverso. Lo è sempre e comunque, tutto prima era diverso e – sottinteso ed inutile da esplicitare – migliore. La semplicità di un tempo, gli antichi valori perduti, lo stupore ingenuo dei bimbi. Tutto perduto, arrugginito, ingolfato, sbiadito in nostalgie anche queste acritiche. La bella e sana socialità che c’era prima delle diavolerie informatiche, il pallone invece che la playst*****. Solo per pochi le cose avevano sempre fatto schifo, solo in diverse gradazioni, ma sempre all’interno di una scala che vede il male volgere in peggio; ecco, quei pochi fortunati si risparmiavano, almeno, quella nostalgia, per sostituirla, però, con una ben più possente e distruttiva.

Le previsioni dicono che vi sarà bel tempo, cioè vi sono una serie di rilevazioni riguardanti la pressione bar che fanno presumere un cielo sgombro di nuvole, terso e azzurro con il sole splendente in cima alla volta atmosferica. La prima vera aria di primavera, un tempo perfetto per portare i vispi frugoli al circo. Ma le previsioni, contro l’evidenza dei dati, spesso sbagliano. Dense nubi grigie si addensano sull’orizzonte. Spudoratamente lo fanno senza un motivo preciso, si aggrumano nel cielo in quel grigio pesante che diminuisce la luce sulla città. Il sole si nasconde ma che importa se staremo sotto il tendone? Eppure – costantemente – vi è chi cerca il sole, come vi è chi – costantemente – trova nuvole, sempre nuvole, semplicemente un fenomeno meteorologico mia cara, dolce compagna. Null’altro, condivideremo il pane sotto il cielo grigio, osservando i movimenti silenziosi dei cirri verso traiettorie imperscrutabili. Dici che verrà la tempesta?, che tornerà la bufera?, che ci lasceremo vicendevolmente soli sotto la pioggia fredda? Io lo credo ma non so trovare un riparo e forse mi sono convinto che non c’è rifugio per quelli che d’inverno, in modo radicato, non provano nostalgia del sole.

Il circo più grande e più bello” strepita la locandina bagnata dalle prime gocce. E anche se tutte le metafore sul mondo circense sono consunte non puoi astenerti dal notare che i clown  – intesi come categoria di quelli che anche si vestono da clown – raccolgono la tristezza generale, la prendono con sé, la esorcizzano nei lazzi liberandone le anime candide che non hanno il viso impiastricciato di biacca. In fondo sono come le nubi che concentrano minuscole particelle d’acqua trasportandole lontano ed evitando di rovinare quelle che tutte le persone ben socializzate si augurano reciprocamente essere “belle giornate”.

Marcette allegre si espandono dal tendone a strisce assaltato da gioiose famigliole in schiera compatta e teutonica. Affrettatevi abbiamo solo tre giorni per divertirvi, solo sei -unici – spettacoli – più belli, più grandi, più bestie – e poi la locandina scolorirà per anni, attaccata abusivamente sul muro della scuola e, per di più, con troppa colla. La notte, dopo ogni spettacolo, troverai i circensi al porto in ricerca disperata di corpi e di sostanze che gli consentano di sopportare tutta la odiosa spensieratezza di plastica che dispensano agli incapaci di ridere.

Il circo sta levando le tende e anche le nubi hanno sciolto il raduno. Siamo all’asciutto, è ritornato il sole. Di fronte nessuna prospettiva di straordinarie attrazioni internazionali. Intristiti e sconsolati dalla perdita, abbiamo smesso di parlarci di fronte all’evidenza dell’impossibilità di ascoltarci. Ora conosciamo questo perderci lì dove tutto il mondo è inutile e ostile. Lo sappiamo, una condanna dovuta e necessaria, quello che senti, quello che sento. Costantemente. Con il problema di sentire tutto, di capire tutto, anche sotto la minaccia di nubi sempre più oscure. Sempre, costantemente, senza tregua. Alla fine si rimane soli sotto la pioggia impietosa portata da idrometeore senza anima mentre da qualche parte lo spettacolo inizia di nuovo, sotto luci artificiali più luminose di tutti i soli che si possono immaginare nell’universo, venghino signori, venghino, per due ore nessuna nube all’orizzonte.

Ispirazione 3 di 9

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Video: Anathema – The Gathering of the Clouds (disponibile dal 16 aprile 2012)

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