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Prove tecniche di aponia per mistificatori ingannati da domande retoriche

Come è successo? Questa è la domanda che viene posta quando accade qualcosa. Si passa da uno stato a un altro e non c’è un motivo valido, non c’è una spiegazione da dare, nessuna argomentazione plausibile. Si smettono di fare cose che si facevano da lungo tempo, o da sempre, e lo si fa da un giorno a un altro. Andavi veloce ora vai piano, vivevi l’urgenza e ora solo l’indifferenza. Eri giovane ora sei vecchio, eri arrabbiato ora sei deluso, eri vivo ora sei morto. Non molto da aggiungere, il senso di rivolta diventa un banale “c’era una volta”. Eppure pensavi bastasse restare fermo, resistere a oltranza tenendo le tue posizioni e che il mondo facesse il suo sporco corso, che le persone scegliessero se fermarsi o andare e le stagioni tenessero il loro ritmo sincrono. Tu saresti rimasto immobile, asincrono a sorreggere i principi demodé, a stringere i denti dimostrandoti che le scelte erano giuste e tanto più tenute ferme, tanto più avrebbero acquisito valore.

Poi, come è successo?, potresti accorgerti che sei rimasto uguale mentre tutto lo scenario è cambiato e questo, anche se non lo volevi, ha modificato tutto, anche la tua immobilità. Giocavi alle parole che non esprimono  e ti trastullavi negli inganni oratori dell’apparire per nascondersi, ora sei conquistato dal silenzio che non ha più echi. I drammi esplorati in ogni direzione si sono trasformati in particolari atoni, la fine invocata, in accadimento insignificante, i demoni invocati in seccature archiviabili in poche mosse. Il mondo è divorato in un generalizzato, punk, qualunquista, disinteresse. Un disinteresse che non è di particolare interesse, una sociopatia portata con la levità piena del tutto scorre, ma chi se ne importa, si gioca ad armi pari ormai, l’equilibrio è ristabilito.

Quando dicevi che eri in crisi qualcuno ti faceva argutamente notare che lo eri sempre stato e che doveva essere difficile notare la differenza. Come tattica di distrazione annotavi che trattavasi non di festa ma di celebrazione -così diceva il mistificatore -, non un orgoglio mi dicevo ma una presa d’atto e dentro annotavo un quieto sorriso interiore che nulla pretendeva e nulla esprimeva. Il braccio a squadra, il movimento lento della mano prima a sinistra e poi a destra, come i bambini che salutano la magia del treno visto per la prima volta. Il braccio lento per salutare quello che eri e che hai perso senza sapere perchè e senza nessun rimpianto. Prove tecniche di spersonalizzazione e per cui mancano le parole ma, ormai, non sembra importare granché. Quello che sarebbe da raccontare non si riesce a farlo. Con più precisione, non ne sei capace, mancano le parole, è carente la loro successione, debole il necessario filo logico. Le parole hanno fallito, lo hanno sempre fatto e sempre lo faranno. Non si sa come e successo e non è interessante indagarlo.

Uno spegnimento senza singulti e questo manicomio non strazia più il cuore, un silenzio che è più grande di qualunque altra cosa e rispetto al quale non si sente la necessità di alcuna voce. Così dopo tanto sforzo per stringere il melodramma quale ancora contro la disumanità, giunge – indolore e inaspettato – un senso nuovo che non è significato, non sconvolge, non distrugge, non destabilizza. Per cadere è necessaria la profondità e, qui e ora, il mare è piatto. Come è successo? Com’è che si chiamano le domande che non vogliono risposta?

Indice di leggibilità: 53

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  1. marie
    10 marzo 2012 alle 21:12

    “prove tecniche di spersonalizzazione” è geniale…
    quanto è vero tutto quello che dici…
    * dal silenzio Marie

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