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Trecentosessantacinquesimi

Doveva essere a causa di questa umanità fatiscente, dei volti grigi e dei sorrisi falsi. Tutti i fantasmi vagano vuoti su strade senza direzione senza sapere esattamente perchè stanno agendo e cercano di circondarti in ogni modo. In ricerca perenne di complicità per portare insieme il peso delle mancanze, contemporaneamente ognuno è intruso agli altri, invasore di linee immaginarie, assediante lo stato permanente di lacerante ma tranquillizzante solitudine – non si parla agli sconosciuti. Ho aspettato a lungo di incontrare un essere umano poi un giorno mi sono svegliato e ho barricato le finestre e sbarrato le porte pensando che se quell’unico esemplare mi trovasse certamente mi ammazzerebbe per paura di contagiarmi, conscio dell’angoscia insopportabile cui si soggiace nell’essere umani dopo la scomparsa dell’umanità.

La colpa di tutto questo annichilirsi nel languido e contundente svolgersi della normalità quotidiana è da rintracciare nelle aspettative ingenerate da ideali più alti di coloro i quali dovrebbero interpretarli. Ma trovare la colpa non serve a nulla esattamente come appellare quale colpa un fenomeno che esiste spontaneo, vissuto nei giorni e saldato nei corpi. Così incupire nei respiri spezzati e cercare di concedere un lieve conforto alla testa stringendola tra le mani. L’isolamento potrebbe salvare mentre fuori impazza la pestilenza, anche se osservare la carneficina dietro un vetro non sarebbe uno spettacolo edificante e quella salvezza apparirebbe come una diversa forma di estinzione. Così sembra mancare la fibra al corpo, si percepiscono i brividi di stanchezza, anche se non si è fatto nulla che comporti fatica, e si prova una grande tenerezza verso la propria, inutile, irreversibile, debolezza, una sorta di pietà dolce per l’incapacità di accettazione che, dentro il suo corpo da perdente, nasconde una fiammella esile di vita.

Forse è più saggio fare finta o essere ebeti, incapaci al concetto di fine, insensibili ai giorni che si accumulano mentre le cellule si suicidano. Passa il tempo e si fa sempre più fatica a interpretare la realtà, le sinapsi rallentano e i dati esperienziali sfocano gli obiettivi una volta chiari. La volontà pare versata nel degradare nel cortile delle comode certezze formatesi nel passato ed ora vagamente appassite. Le speranze come candele si assottigliano consumate da inutili attese. Qui la gente vuole sopravvivere e tornare sana e salva nella propria casa, chiudere la porta lasciando il male fuori, perchè il male è sempre esterno ed estraneo. I mostri là schierati fanno paura ogni giorno di più, anche a me che ne vedo ovunque nella mia stanza di specchi. La profondità visiva si assottiglia come le facoltà percettive mentre il sovraccarico cognitivo viene raggiunto con sempre minor carico di stimoli tanto che vorresti solo lasciarti andare, lasciarti chiudere in una stanza imbottita e permettere che il mondo faccia il suo corso inevitabile senza opporre stupidi attriti fra l’universo e la tua definizione corporea. Trovare una dignità nel crollare indifesi.

Nella consapevolezza che a tutto questo non c’è risposta, in realtà non vi è neanche domanda, mancano le parole da opporre a un’affermazione che è già conclusiva e a cui si possono opporre solo silenzi e interminabili ragionamenti elusivi in attesa che poi passi. È un’inenarrabile sotto traccia, ed è inutile scriverne perchè le parole fuggono incapaci a incanalarne la vaghezza, l’unico rimedio sembra essere il nichilismo agito, giusto per assuefarsi e resistere, anche se la dose sbagliata può portare a derive strambe come certe astrusità di certi blog. Alla fine non sono i grandi avvenimenti della vita ad ampliare la comprensione, anzi, le singole soddisfazioni e i casuali risultati raggiunti traggono in inganno. Sono invece i giorni normali, la massa operosa di trecentosessantacinquesimi che svaniranno senza ricordo, senza foto e senza rumori nella coscienza, sono quelli gli scalini che uno ad uno – ognuno indolore, ognuno innocuo, ognuno sopportabile – portano a comprendere che non puoi essere quello che sei e che non sarai quello che avresti voluto essere. Non è uno strepitante assolversi nell’inevitabile, ma solo un muto comprendersi nell’immanente.

Indice di leggibilità: 45

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  1. 3 marzo 2012 alle 20:05

    E nel mentre c’è questo video che continua a sfrigolar i suoi ‘eppure’. Fa sorridere questo contrasto, è come il colpo basso sferrato dallo sguardo di un bimbo.

    • 4 marzo 2012 alle 09:21

      Se segui il verso lo puoi interpretare come una carezza dopo una serie di colpi che tramortiscono.

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