Home > questioni private > Ogni cosa aspira alla ruina

Ogni cosa aspira alla ruina

Di certe passate mutilazioni emotive e delle attuali cause perse non ho più ricordo. Dei sogni alti e degli istinti bassi non tengo traccia. Delle molteplici mancanze e delle singole assenze non voglio memoria. Sentirsi costituiti di assenza non ha nulla di originale ma certi passaggi rimangono necessari, anche se frusti, perché si arriva ai punti passando per la frasi, più se ne abusa prima ci si arriva. Le scritte allo specchio appaiono vagamente incomprensibili nelle ore in cui non hai più scuse, quando hai dimenticato le speranze e riposto le aspirazioni, tanto da non riuscire più a comprendere che basterebbe invertire la direzione di lettura per ricominciare a comprendere.

La fine. Pronunciarla piano, scriverla con calligrafia sicura. Assaporarla, vederla, udirla, solo per renderla reale. Prendere atto delle limitate possibilità, delle risorse in diminuzione, della stanchezza corporea. Non ignorare il peso degli anni come i chiodi nella croce dei condannati anonimi, gli incastri (an)affettivi, l’ipnotizzante trascinarsi da impegno a impegno. Queste logiche di inganno cosciente tengono a galla fino all’esplosione, ma non averne pena, è solo una scelta e bisogna avvelenarsene fino alle viscere. Oppure provare a essere sinceri almeno per un giorno, ma non si deve e non si può. Questa lucidità si adatta al baratro, cose che non cambiano mai e ad ogni fuga si oppone un muro che invoca un’altra sfida e un fallimento ancora. Quale il senso di vagheggiare se ogni cosa aspira alla ruina? L’autostima sulla linea di confine traballa e non pare avere stabilità, come l’autocontrollo. Siamo in parallelo, l’essere e il non essere, mentre, in alto, tutto osserva il Sopravvivere, non so, non sai, non saprai, non sapremo mai. Ecco i dubbi che seguono le risposte che non hanno tentennamenti, le sicurezze nel delirio, i nervi tesi nell’abominio. Nella paranoia – un intero mondo che cospira contro di te, è vero, è sicuro – e non si sa dove trovare il coraggio per affrontare un altro domani, perciò ci attrezzeremo pescando nelle paure.

Benvenuto nel dolore, nell’angoscia dello schermo bianco. Il foglio di carta a destra segna la mappa mentale, solo tre frasi con calligrafia trascurata: tutto ruina (Machiavelli) – il solito senso incombente di fine – non esiste salvezza ma non puoi eliminarne il concetto. Da lì, da così poco in forma e sostanza, costruire il diario di oggi, non perchè meriti di essere narrato, ma solo perchè capita oggi e oggi può accadere. Tenuto conto anche che, in realtà, si è già formato ieri e l’altro ieri. Un pezzo alla volta le parole sdrucciolano, si accumulano a terra, nel fango, si aggomitolano cercando un filo e una forma. Scrivere oggi, oppure domani. La stessa cosa, solo la noia esistenziale di rendere pubblica l’oscena pochezza che meriterebbe solo l’oblio. La lunga storia dolente che non ha nulla da dire, che si trascina stanca sull’orlo della fine senza il coraggio di saltare, senza la voglia di abbracciare la nera signora. La ripetizione è solo uno spettacolo di miseria condotto con l’ottuso e nascosto convincimento che, alla fine, qualcosa possa uscirne in forma rintracciabile, una qualche conclusione da spremere tra le pieghe emaciate di parole pindariche, o qualche abbozzo di un sentire reale scorto tra enfasi retoriche e picchi di incomunicabilità. Abborracciati tentativi di salvezza, insomma, non convinti e non sani. Avvistati dalla distanza che lascia intonsi, spettatori del terzo anello di un gioco confuso.

Affondare in carne di donna per fare finta che il destino non ci reclami. Un anestetico per qualche ora per fingere, solo per un attimo, di avere possibilità di scelta, ampio campo di gioco. Decidere di esserci, di restare, di continuare. Scegliere di insistere, di stringere i denti, di trovare un valore. Farsi del male per illudersi di stare agendo, di incidere sul corso degli eventi invece che sull’epidermide fragile. Pensi che basti l’abbraccio di una donna per salvarsi dal male degli uomini, o che bastino le parole per essere immuni dalla malattia del silenzio interiore, o che bastino i chilometri per salvare i tuoi bambini dal contagio di un morbo pandemico. Punto di domanda. Pensi che una lettura indagatrice ti chiarisca il senso delle cose, che una musica commovente ti purifichi il marcio radicato, che le bellezze delle terre e degli uomini ti allievino il peso dei respiri. Punto di domanda. Pensi che un dignitoso silenzio ti assolva dal rumore circostante, che la luce di miliardi di stelle illuminino il cammino, che due assenze costruiscano una presenza. Punto di domanda. Fuori il freddo, fuori il vento più violento che si sia mai visto. Ma non esiste tempesta abbastanza grande per avvicinarsi alla temperatura dell’anima, batti i palmi delle mani, call and response, dolente cadenza, un crescendo. Salire, emotivo incedere verso l’illuminazione. Ascensione febbrile con l’animo che si scalda, si sciolgono i ghiacci. Raccolto pensiero, canto intimo che ti avvolge, pugni chiusi al vento. Il sussurro che diventa grido, esplode, reclama, rappresenta. Poi implode e sfila nel silenzio. Infine niente, se non vuoti vagheggiamenti di salvezza e, di nuovo, ruina imminente.

Indice di leggibilità: 53

Annunci
  1. luca ormelli
    15 febbraio 2012 alle 13:53

    Al giorno d’oggi finire in rovina è già un lusso.
    Un saluto, L.

  1. 14 aprile 2012 alle 16:28

Spazio al dissenso

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: