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Rispedire allo sconosciuto mittente

Max Ernst - The Elephany Celebes

L’orologio è fermo alla parete. Nel senso che è inchiodato lì, ma anche che non è funzionante. Forse è per questo che qui si spreca tempo. Le lancette sono immobili mentre i secondi trasecolano, inciampano, cadono sul pavimento e da lì scavano. Ci sono pezzi di vita allineati negli armadi, inscatolati, pronti per essere bruciati. Fragile universalità che implora il fuoco, che arde di desiderio per la vampa sadica e leggera che domina l’incendio dei colori morti di una miscellanea di farfalle gettate nel rogo. Frammenti di sentimenti per tutte le sere in cui non si riesce a disaggrovigliare le vene assottigliate. L’alone verdognolo della luce della radiosveglia voltata verso il muro è come un faro nelle notti inquiete dove il sonno ingaggia la lotta con la volontà. Senza trovare la posizione sulle spine, senza riuscire a piegare i vetri dei ricordi frantumati.

Giorni centrifugati che non si riescono più a ricollocare, motivazioni in frantumi come l’intonaco dopo i pugni sul muro. La violenza è solo un’altra declinazione della sincerità, un frutto bastardo e insano di frustrazioni di lungo corso, la solita miscela di mitomania e lucidità, di dolore ed errore. I danni auto-inflitti solo per confermare alcune vaghe teorie sull’umana vulnerabilità orecchiate anni fa. Non pensavi che fosse così difficile tenere a bada il tempo, trattenere ciò che vuoi e allontanare il veleno. Non bastano le tombe stracolme di ragione e le melodie nascosta nell’orrore vociante. Ma non serve a nulla, ormai, perchè hai smesso di comprendere il mondo e non sai neanche più quale sia il motivo per il quale dovresti sforzarti di farlo. Non ci interessano le sorti progressive di queste mura che si contorcono impaurite dal vento e sembrano sempre sul punto di crollare annunciando la visita della fine, bruciando a freddo la casa che stai ancora pagando.

Lo specchio è rotto e quindi tagliente, la pelle lacerata in qualche modo tende, naturalmente, a rimarginarsi, preservando il sangue secco dentro e rigettando l’esterno, l’assalto batterico del tracoma. Deve essere davvero troppo duro, troppo ruvido e dannoso, capire qualcosa diverso da sé. Preservare questa fisiologia urlante egoismo senza centro e privo di senso. Un’altra ragione per guardarsi alla spalle, agli agguati del sé. Belle – vero? – le dinamiche di comprensione. Esisti solo quando urli, hai un corpo solo se sanguini, sarai consolato solo se piangi. Le pretese marciano ordinate con anfibi da guerra ma il terreno manca sotto i piedi e si aprono voragini inconsolabili. Gli eroi tragici sono votati al martirio dai loro ideatori, un flusso di retorica che può convincere nel totale ma non nelle singole parole – le parole, Signori della Corte – che non hanno alcun significato compiuto. Quelle parole non sanno descrivere, si affollano sempre uguali, inutili, vuote, stanche. Malate di estetica, in emorragia di trama, orfane di storia. Nessuna ragione per continuare, per sputare una qualunque altra parola, per sputare l’anima nel nulla.

Finisce così, con la rabbia isterica che diventa parodia, con la furia che spaventa la brava gente che sogna solo di deambulare di soppiatto sperando che nulla turbi la tranquillità farisea. L’ultima pagina di un romanzo troppo breve è un capolavoro, svenduto, però, come una patacca al mercatino delle pulci. Rimane solo la sensazione vivida di un giorno sprecato ma in maniera talmente partecipata da uscirne consumati. Il sangue dalle gengive, le apnee nicotiniche, l’arrossimento degli occhi: vuoi solo il sonno, il sonno dei giusti che non puoi avere in quanto non abbastanza buono, nè bravo. Non sano, lontano.

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