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Questo titolo è stato ripetutamente modificato con lo scopo di mentire senza inganno

From Gapacho's March of Ghosts gallery

Accorrete, venite. Il gioco della vita non si ferma mai, nessuno ha mai fissato le regole ma a tutti sembra di conoscerle, più o meno, e pensano di poterle violarle e poter vincere. Barare non è difficile basta poco impegno e un filo di predisposizione. Ci sono persone che si ritengono persone molto umane, più umane della comune umanità, in poche parole si sentono meglio di qualcuno che, evidentemente, è meno umano, sono meglio perchè sono sensibili, perchè sentono ed esternano, perchè sanno, comprendono, perdonano. Si commuovono e non si vergognano di piangere, di provare universale pietà, sempre e comunque. Superiori alle altrui negatività, serbano nella loro profonda interiorità lo scrigno segreto della comprensione delle cosa umane e, da così in alto, possono tollerare gli altrui errori, le tristi debolezze, le mancanze di fede nella gioia della vita. Retti nel verbo, saldi nella conoscenza, camminano spediti, fieri di conoscere il senso delle cose. In quanto vittime sono sicuri che non saranno mai carnefici.

All’opposto vi sono quelli  che sono consapevoli di essere fallaci, disumanizzati dall’altrui esuberante, ineguagliabile, umanità. Defraudati dal senso, per colpa della ragione. Non provano più niente se non disgusto e un chiaro senso di impotenza verso il vivere. Cercano qualcuno che possa insegnargli la strada e trovano solo gente che inventa percorsi assurdi. Si mettono in ascolto indefessi ma muoiono di noia, asfissiati da una coltre mortale di banalità e demagogia. Deportati nel luogo comune sembrano deperire poco alla volta, si ingrigiscono in una realtà che non ha più colori, che crede a un qualunque dIo nonostante Auschwitz,  che pensa che il consumo non li consumerà o che la tecnologia li salverà. E di tutto questo, di questo delirio alieno ma avvolgente, provano un imbarazzo prossimo alla vergogna, simile a una consunzione letale.

Tutti gli esclusi facciano un passo avanti. Varcare la linea non sarà di consolazione, nè, d’altronde, dichiararvi, renderà meno lontana l’inclusione. Non stiamo parlando di salvezza – anche se sarebbe bello –  ma solo di orgoglio inutile e di dolorosa consapevolezza. Consci di essere diversi da quel modello che ci hanno insegnato a inseguire e che mettiamo in pratica insofferenti. Infastiditi dal riuscire persino – anche se male – a indossare quella maschera, inorriditi dalla consapevolezza che il vero volto sarebbe odiato più dell’altro. Il risultato è odiare questo mentire senza inganno che è anche un ingannare senza mentire. Le bugie bianche, perchè l’ipocrisia non ama le tinte forti – neanche nella morte. Abbiamo mentito così tanto che non abbiamo più idea di quale sia la verità.  L’unico desiderio è non impazzire di inutilità, non scoppiare di disprezzo. Deve essere il destino, quella cosa che non importa quanto presto ti alzi – secondo un proverbio africano – perchè tanto si sveglia mezzora prima di te. Bisogna dimenticare il gioco delle scuse e delle distinzioni e affrontare con obiettività le proprie mancanze. E andare a fondo prima di affondare e tacere prima di sproloquiare.

Non accalcatevi al tepore delle bugie al calor bianco, non serve, la strada verso la fine è tortuosa e fredda comunque. Mentre la percorrerete, canterete ancora quella canzone, di nuovo, il ritornello per scemi, parole in francese ripetute senza capirne il significato. La vostra guerra è una guerra di nessuno, lotte finalizzate alle sconfitta, un percorso verso casa destinato a essere travolto dagli eventi. Un inganno puro come la neve in cui vedere attraverso, da calpestare senza affondare, restare in superficie per non congelare.

Nessuno sa, nessuno comprende, nessuno affronta la propria incapacità di comunicare qualunque cosa con qualunque essere umano. Nessuno trallalà, nessuna mela marcia, nessuna ballerina sulle punte che danza sul ghiaccio sottile, nessuna catena di metallo abbastanza nobile, nessun pensiero erroneo. Nessun confine tangenziale, nessun ululato senza luna, nessuno aut aut, nessun concludersi di un’eternità, nessuno allo stadio*. Parole in fila come caroselli, stornelli, poesie, bestemmie. Tutte le retoriche in tutte le lingue, tutte le parole vuote che persone intelligenti scrivono per persone stupide, senza crederci, senza provare nulla, un tanto l’etto. Le inutili invocazioni delle preghiere, impronunciabili come tutte le parole che non hai avuto i coglioni di dire. Per la viltà e per la noia, per la comodità e per l’ipocrisia. Come eliche di DNA, a ciascuno la sua, tutte uguale nei componenti, ma tutte uniche, ineguagliabili al mondo. Questo unicum vorrebbe commuovere senza riuscire a piangere, vorrebbe distruggere senza essere totalmente devastato. No, non funziona e mai funzionerà, mai cambierà, può solo finire e tacitare l’inutile, zittire l’infantile capacità di voltare tutto in tragedia, cancellare la quiete meschina che vomita e tuona contumelie di tempesta, cessare l’alchimia della narrazione della speranza in viaggio verso la disperazione. Senza protezione, senza reazione, senza ragione. Tela muta, lanci di uova, arte moderna per plasmare l’antimateria, post incomprensibili, masturbazioni commiseranti. La distanza dall’essere umano la si misura nell’insopportabile fastidio per la pochezza, umana e che quindi ci accomuna.

Questo mondo esisteva prima che qualcuno lo descrivesse, così come Progvolution era Progvolution ancor prima di sapere di esserlo. Più soli di così vi è solo l’inesistenza.

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