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Di quando giunse anche il tempo dei lupi

Freddo da lupi, fino a che non arrivano alcuni noti pianeti che costruiscono delle assenze solo per intersecare la vita a un clima da tundra. Infine le intuizioni immaginifiche trovano conferme stranianti nelle locandine dei giornali del mattino. Di metafora in metafora si conclude con il meteo dell’anima.

Andrew Glenn

Giorni della merla, direbbero i vostri vecchi, e allora si può assistere all’alba dal treno. La luce grigia bassa sull’orizzonte e i lupi ai bordi dei binari. Bellicosi occhi di tundra indecisi se dover calare o no, carni emaciate che calpestano la crosta gelata della terra che nasconde radici avvizzite nella mancanza di voglia di reagire ai rigori marziali della scala celsius dell’egoismo. L’imperativo è solo resistere all’antropocentrismo, sopravvivere, cos’altro? Non semplici comparse dei modi di dire, ma conferme irreali delle paranoie, del come di solito vanno le cose. Perché poi vanno veramente così, anche se non piace, anche se fa male, anche per chi pensa di poter direzionare il destino, divina ambizione umana.

Si rimane assorti nello stupore di come una banale rotazione crea il giorno e nasconde la notte, perché in fondo è solo un pianeta, una nova – una stella forse – che va su e poi giù. La notte è quindi solo assenza, ecco perché alcuni la trovano accogliente. Lì dove ci si trova attorniati di sentimenti, le bugie del sentire, e mentre si mente si possono udire gli echi e rispondere, alla solita pigrizia di chi annota l’incomprensibilità, con l’altrettanto indolente considerazione di non sentire, intesa come mancanza che si riflette negli occhi di tundra. Uno specchio da osservare, veleno da ingoiare perché l’odio dei carnefici è solo di altro tipo rispetto all’odio dei liberatori, ma sempre odio.

Una situazione ben nota, anticipare la parola “addio” per avere lo spazio per far crescere l’assenza, tanto non importa nulla perché il dolore individuale non ha patria in un universo di straordinarie dolenze collettive. Ben altro figliolo, ben altro nei giorni più freddi dell’anno dove si sradicano le panchine per non fare sedere chi non ha dimora. Nessuna pietà per i disperati alla potenza, figli degeneri di tutti i lupi senza appartenenza. Umanità cannibale – famelici cuori cavi – che terrorizza i propri bambini con la spauracchio della incomprensibile crudeltà animalesca. Meglio nascondere gli specchi con coltre pesanti, nere come l’inganno.

Il vento refola su e giù impietoso, taglia la faccia come lacrime immeritate, con la violenza della verità e la crudeltà affilata del pragmatismo. L’aria siberiana sfregia il viso sferzando l’ottundimento del provare verso la chiarezza del ragionare. Intorpidito nel freddo, la mano con la sigaretta non sente più nulla, così il braccio, insensibile tutto il corpo, inanimata le mente. Un gelo simile vi fu solo 37 anime fa. Così tanto freddo che il rispetto diventa distacco e la serietà, asetticità. Vengano pure i lupi a sbranarci.

Rabbia ferina nell’epitaffio di confusione che scriveremo con ossessione leggera, dettata dall’inverno del rimembrare, perché non si hanno mai abbastanza ricordi per coltivare in modo sano la memoria, né abbastanza lucidità per restare neutri alla caduca disumanità della vita nella tundra. Non si può. No, no, no, ulula.

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