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Salmodia di antiparole per l’elevazione

Il baratro sfilacciato dell’umanità è orlato di fogge avite che ingraziano le costruzioni terree. Risuonano formule rituali talmente antiche che se ne è perso il senso ma che bisogna ripetere – pena la dannazione; riecheggia – rasserenato come da nobile martirio – il requiem elettrico del senso perduto ma inevitabile delle menti brillanti degli ultimi eroici sopravvissuti. Le cornee si sono rimpicciolite, disabituate al chiarore sotto cieli plumbei solo immaginati e, ancor più in basso, sotto terre solforose e riarse. Lì, pallidi, si canta la condanna di generazioni, un suono hard, un canto bop, un sentimento plumbeo di popoli che hanno nella loro tradizione infinite serie di lutti, coscienza vivida di malattie e lucida consapevolezza della finitezza e della fragilità planetaria. Grazie ai templi e grazie ai riti, il collasso non ci ha travolto completamente.

Atletici templari lucidano – all’alba delle stalattiti-orologi – teste aliene di cristallo, lì rimbalzerà la luce quando ritorneranno le astronavi a rimettere nella giusta inclinazione i poli magnetici e a fare riaffiorare i continenti. I nostri miti non ci assomigliano, sono deformi, corpi strani che nascondono un’infinita saggezza, una scienza superiore che non può non essere divina. Con pochi segni di riconoscimento vi sarà rivelazione, con annunci inequivocabili, e saremo poi salvati. Riemergeremo, usciremo dalla viscere della terra protettrice, verremo esportati, ascenderemo e sarà di nuovo ossigeno e ancora la promessa della vita, i campi che rifioriscono, le acque che scorrono, i bambini che crescono giocosi.

La nostra scelta è fondata, bisogna continuare a proiettare l’idea di noi nello spazio, sì ci siamo, sì vi vogliamo, lanciare alla gola dell’universo i nostri migliori manufatti ed erigere statue talmente colossali da poter essere viste dallo spazio. Almeno quelle resisteranno all’irradiazione mentre noi rinforzeremo i nostri tetti di nuda terra. I calendari scorrono veloci costringendoci ai nostri doveri di razza, tributi stringenti per dare speranza alla nostra salvezza, sempre più vicina ora che abbiamo abolito le eresie delle metafore e l’insulto dell’immaginazione di diversi modi di vita. Da qualche parte lì, negli spazi siderali, dove i nostri occhi non smettono di guardare, sono in viaggio i nostri maestri, i padri apocalittici che ci hanno lasciato a guardia di questa lontana colonia di questa galassia periferica condannata dalla sua presunzione. Basta credere al dogma e ogni giorno puntare lo sguardo verso l’alto, all’apogeo ormai immaginario, e Loro ritorneranno.

Quanto è preziosa l’acqua per noi che siamo l’elite scelta, i migliori, i più forti, drappello eroico per dare linfa a un’intera, gloriosissima, storia. Quanto scalda il ricordo della luce ora che accendiamo tutte le nostre candele per rendere chiaro il nostro cammino nella data del ricordo della Grande discesa. I più vecchi ricordano ancora le urla belluine dei deboli lasciati a estinguersi, gli striduli pianti, le oscenità urlate nella disperazione del panico, ma è un ricordo sempre più lontano, doloroso ma inevitabile. La purezza genetica della civiltà sotterranea resisterà fino alla venuta, la seconda, che non potrà non esserci dopo la mondatura del nostro inquinamento del sangue e la ritrovata purezza nella fede dei prescelti.

Basteranno i messaggi in alfabeto morse continui o le terre emerse che ardono perennemente in un fuoco visibile ad anni luce, segnali bastevoli a guidare la loro illuminata navigazione astrale. Sotto abbiamo ricostruito la storia di tutte le ere, analizzando ogni storia di ogni popolo. Gli Dei ci hanno donato il Libro sacro degli Errori che ora veneriamo. Perché non avevamo capito le scritture ciclopiche intarsiate sulle Lande e i messaggi di avvertimento iscritti nel mais, stolidi alle profezie degli antichi popoli amazzonici e alle istruzioni lapalissiane nei libri dei quasi-vivi atlantici. Ma adesso abbiamo lucida comprensione e lunghe ore per salmodiare nella penombra della fede, non vi è altro, ora che di tutte le reti, di tutte le conoscenze, di tutte le tecnologie ci è rimasta l’unica salvifica: il salmo.

No siamo soli, non ci lasceranno qui. Cantiamo.

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