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Il futuro sputa in faccia a quelli come noi (attenzione, morte, odio e pessimismo inside)

Vito Giarrizzo - Moscacieca, 2002

Con un pizzico di disgusto per le vostre risposte e odio q.b. si riesce a strascicare la scrittura anche se con sempre più fatica e sempre maggior disgusto. Continuare o smettere non fa differenza per nessuno, si sa, è solo un dato fattuale. Tutto è chiaro – quando sei solo – ma si continua a faticare ad accettare il silenzio, l’inutilità, la fine. Giorni di crepuscolo senza aver mai visto l’alba, essere un passato sbiadito mentre il futuro, da tempo, è finito. Non serve urlare, non aiuta la rabbia, inutile lo sdegno. Tutte le più nobili stampelle, la misantropia e il nichilismo, non difendono dall’inutilità di tutte le parole non comprese, di tutti le frasi non lette, di tutte le richieste d’aiuto inascoltate.

Il cuore è un cannibale ispirato al gelido risentimento ecco perché, quando sei stanco, senti freddo, esattamente come quando ti senti più solo del solito. Come quando vai a vedere Duncan e al concerto c’è la desolazione di 20 persone, la metà di qualunque schifo di bettola della zona. Ma allora perché qualcuno non dovrebbe essere felice obnubilandosi in passatempi beceri e in nulla interiori? È un mondo stupido, la gente è vuota, ammalata di sé, incurabile. Inadatta al pensiero, incapace di profondità, asservita alla cultura bassa da schiavi.

Poi dici che ti taglieresti un braccio per sapere suonare la chitarra e accennare davanti allo specchio – da solo – un giorno balordo perché forse poi le cose andrebbero meglio. Certo senza braccio sarebbe proprio un prodigio, ma poi ti dici anche che non conta nulla, che non farebbe differenza, il deserto avanza silenzioso e incontrastato abitato solo dai macachi e dalle iene, dagli uomini illusi e dagli uomini torbidi. Gli uomini torbidi sono ovunque, incrostati nei meandri loschi del sistema di ingiustizia, sperequazione e privilegio. Amministrano lo Stato, servono messa, comprano azioni. Dirigono uffici, vendono case, promettono lavoro. I vostri consociati, i cittadini, gli esseri umani, le masse, le lobby, i gruppi organizzati, i partiti, i sindacati. Amici, parenti, conoscenti, semplici simpatizzanti. Il popolo funebre, fiume inarrestabile, milioni di killer di un’umana irrealtà che non può essere solo l’incubo paranoico di alcuni.

Ma nella distopia prossima ventura danzano – melodiosi come cinciallegre – anche i macachi ridens, gli uomini illusi, quelli che vengono e ti dicono, affranti, che Caio è malato di tumore ai polmoni e tu non provi compassione ma solo una voglia irresistibile di fumare – da solo – , accenderne un’altra e immaginare il catrame che si alligna nei polmoni, e pensi che si vive e poi si muore e basta. E punto. E stop. Che cazzo ci vuole e che ne parliamo a fare? Poverino, cosi giovane, così velocemente, così dolorosamente. Ancora quelle facce da assurde di sorpresa! Anche se sono migliaia di anni che si muore giornalmente, in qualunque momento, per le cause più disparate. Eppure quelle smorfiette corrucciate, rabbuiate, costernate sono così reali nella loro splendida finzione. I funerali affollati non ci interessano tenendo anche conto del fatto che se anche avessimo solo un mese di vita non sapremmo che cosa fare di straordinario e imperdibile. E si ride a pensare a chi vuole l’immortalità e aspira a invecchiare giovane, serenamente, lungamente; eternamente imboccare la via dell’oblio corrosi in lunghi anni di infelicità fino a dissolversi nelle stanze degli ospizi odorosi di varechina. Ci si consuma lentamente e alla fine non si oppone neanche più resistenza al vuoto, gli si lascia campo e aria. La retorica sulla morte è una patacca che confonde la paura per pietà, contribuendo a rendere la vita quella massa fosca che è.

Continuare a a sfogliare l’enciclopedia dei desideri – da solo, come una masturbazione dell’insoddisfazione – studiando le definizioni senza riuscire a dare quella di sé. Passare la vita a cercare qualcosa è pericoloso, una morbosa fuga dalla realtà dell’inevitabile frustrazione e un ottuso rimedio per non accettare i fallimenti. Cosa farai quando quel qualcosa lo troverai? Capirai che vorrai qualcos’altro? Prenderai atto che non smetterai mai di cercare? Butterai via gli strumenti di ricerca, cancellerai gli anni di illusioni e di vane speranze, per guardare definitamente lo specchio e vedere apparire lo scheletro della vanità? Forse se corri abbastanza veloce riuscirai a prenderti alle spalle, che è quello che, alla fine, si vuole. Puoi sentirti tradito dalla vita solo se le dai fiducia e l’atterrimento per il futuro che ti sputa addosso, ti calcia e t’irride può avvenire solo se lo attendi, lo guardi, lo chiami.

Nonostante te stesso riesci ad andare avanti e a insinuarti furtivamente negli avanzi rancidi di futuro, infili la maschera che mette insieme i pezzi di te, la più sociale delle ipocrisie, e farai la tua parte nel palcoscenico dell’umano cabaret. Sorrisi ai matrimoni e lacrime ai funerali, regali di nAtale e auguri di capodanno, gravidanze e divorzi. Oh mi dispiace!, oh che bello!, ciao come stai?, ci vediamo. Se ne vanno sempre i migliori, buon inizio!, che il signore ci aiuti!, mi emoziona! (in generale, in omaggio all’indeterminatezza del sentire).  Ieri e domani. Orfani del presente perchè il futuro è solo un’ingiuria alla speranza. Per quanto può valere, noi e i nostri principi andiamo a dormire con la coscienza pulita, per quel che vale. Le gioie delle questioni di principio, la coerenza di sé, l’autodistruttivo dissenso interno, il sotterraneo rifiuto dei canoni. Con i denti gialli di nicotina, con il consumo compulsivo di zuccheri, con gli scoppi di ira, con ore abuliche a guardare il soffitto. Serenità, se capisci cosa intendo.

Il vostro uomo del vostro cazzo di anno da mettere negli annali della prestigiosa rivista internazionale, citata dal conformismo provinciale dei più importanti quotidiani nazionali, è uno che sfruttava i bambini asiatici per vendervi telefoni da stronzi facendosi passare per un geniale innovatore e filantropo dei toccanti bisogni universali. Nonostante questo usate ancora un eufemismo per chiamare una malattia che è l’unica cosa comunista della nostra umanità. Buon anno, allora, agli sfigati haters come me, che vi sia recessione nella prosperità, arretramento nell’umanità, disperazione nella felicità del brand. Auguri, che vi sia crescita della sacra economia e che si scacci il fantasma cattivone della crisi. L’oroscopo delle persone è un bollettino economico, come i tarocchi dei giornali finanziari e l’i-ching degli economisti, insomma celebriamo esotericamente la scomparsa dell’umanità nelle speranze reificate del denaro. Una sola speranza sensata per l’anno venturo: l’introduzione della pena capitale immediata per chi pronuncia la parola più ipocrita mai creata: solidarietà.

Sono talmente tante le cose a cui non vogliamo pensare – in particolare, quando siamo soli – che ci si potrebbe anestetizzare tutto il giorno di televisione e apps del cazzo sul vostro telefono del cazzo del vostro uomo dell’anno del cazzo. Si potrebbero ipotizzare diversi happy end, il finale del film è aperto, partono i titoli di coda mentre scorrono sorrisi compiaciuti dal consumo, ma anche dai sacrifici per la Nazione, e si intravedono corde da impiccagione.

Ancora la vostra faccia, le vostre amenità, i vostri cambi di stato. Va tutto bene perché, purtroppo, gli sputi restano solo virtuali.

Indice di leggibilità: 50

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  1. 19 dicembre 2011 alle 09:29

    Nevica acido, sulle tue pagine

    😉

    Io, nel mio piccolo e immondo vagare e volare miope nel Vento, sfogli ardentemente le pagine di questa bellissima enciclopedia dei desideri: a volte, e spesso, cado rovinosamente, mi consumo, mi deludo e mi deludono, ma mi oriento un po’ più in là, dove stanno le nuvole di senso e di buono. E amo.

    La fantasia e l’arte ci portano fuori: non è fuga, necessariamente. E’ vita parallelamente e coloratamente vissuta.

    • 19 dicembre 2011 alle 19:50

      Il tuo dissenso è positivo al mio negativo e va bene. Credo nelle zone liberate, TAZ dell’anima, di alcuni gruppi, dei propri valori, del proprio amore. Credo nella resistenza umana, nell’arte come respirazione artificiale in una società asfittica, ma non basta, lo scenario generale non cambia.
      Il titolo è inesatto, forzato nel voler essere una storpiatura di un album dei Diaframma (in cui il futuro sorride), in realtà il futuro sputa solo su di me e non riesco a trovare nessun senso di affinità con nessuno. Una solitudine completa sia di quelli che accuso, sia di quelli che, ovviamente, si salvano da tutto ciò. I sommersi e i salvati, poi io. Non volevo accomunare alcuno in una santa alleanza contro uomini illusi e torbidi.
      Se i tuoi soffi e i tuoi colori ti tengono fuori dalla mia neve acida ne sono lieto. Io nell’attuale contesto sociale e culturale sono sempre più in sofferenza. Proprio perchè sento questa mia cupezza deprimente sempre più pesante ho voluto avvertire fin dal titolo del tenore del testo. Oggi, ora, adesso, il mio mondo è in bianco e nero e anche questa è vita, non ne sono orgoglioso ma ne rivendico la dignità di esistenza. Un modo di percepire il vissuto che non trova nessun consenso nè rispetto, nessuna empatia nè comunanza, eppure esiste in me e quindi (per me) nell’intero universo.
      Fa schifo ma non sento di dover giustificarmi di sentire quello che scrivo, nonostante la violenza e la misantropia, nonostante la disperazione e le eresie, nonostante la sociopatia e la frustrazione. Questo, nel mio piccolo, è il sangue di un sopravvissuto, testimonianza rara che con sempre maggiore difficoltà trova l’inchiostro intingendo il rasoio in vene sempre più emaciate. Quanto vorrei che questa neve vi corrodesse i monitor!

  2. 19 dicembre 2011 alle 21:55

    Il tuo dolere è senza misura nè consolazione. Grande quanto la tua capacità di leggere il profondo e volare alto.

    Troppo in alto. Dove è difficile riconoscere affinità confortanti.

    ‘sera, Digitante.

    • 19 dicembre 2011 alle 22:35

      Proprio per le troppo vertigini ho appeso le ali al chiodo, ormai striscio di lato.

  3. Vania
    22 dicembre 2011 alle 11:31

    …qui non c’è la neve….ma almeno c’è nel tuo blog…io non riesco ad inserire il link..cioè l’ho inserito e non scende…forse è meglio cosi’.:)

    ….stammi TANTO bene …gli auguri magari te li faccio il prossimo Natale.:)
    ciaoooo Vania

  1. 14 aprile 2012 alle 16:29

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