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23:59

Da qualche parte tra la cicuta di Socrate e il cianuro di Adolf, scalpellando frammenti dal monolite unico della Verità. Il silenzio è perfetto e ogni suono è solo un elemento di disturbo. Giorni di solitudine contando le crepe sul soffitto, pomeriggi di noia ad aspettare di avere qualcosa che sia degno da fare tanto da convincersi a scendere dal letto, un oceano di veleno. I giocattoli sono tutti rotti, i cortocircuiti in azione con l’istinto di non morire anche se la vita non ha nessuna finalità, nessuno scopo, nessun oltre. Accerchiato da fenomeni universali che riguardano solo te. Infili i guanti per non lasciare impronte digitali – ché tanto spreco di tempo ti hanno convinto essere un delitto, pur non spiegando le alternative – , nessuna orma nel cammino dell’assurdo trascinarsi, nessuna traccia nell’umana, millenaria, universale storia dell’infelicità.

Onestamente dare agli altri un’altra occasione per sentirsi superiori, intonsi dal male, salvi dall’epidemia. Non costa nulla perchè non ci interessa dei pensieri, delle opinioni, dei corpi. Di dIo, dell’universo, dell’economia, del collasso del sistema, dei passatempi, delle preghierine serali degli investitori. Nulla conta perchè nulla ha significato e i malumori generalizzati nascondono solo faide globali verso ogni essere umano. La fotografia è questa, tutto cade e non importa a nessuno perchè è un mondo che ti costruisci a misura di deliri egotici e paranoie personali. Si potrebbero massacrare le altrui illusioni solo per far emergere l’infelicità prima sotterranea – ma perchè? –  invitare tutti a farsi una vita interiore – ma servirebbe? – e farla finita con l’estetica del nulla, la plastica sub-culturale, il frastuono malsano da sottofondo post-industriale.

Il punto zero di tutto anche se non c’è nulla. Ora le bestemmie sono i catadiottri del silenzio, silenzi spessi che riempiono l’odio gratuito, un giuramento di vendetta sanguinario, il successo dell’instabilità emotiva e il trionfo dell’insicurezza di ogni futuro plausibile. In poche righe dare inizio all’annientamento di tutte le invenzioni commiseranti, rassicuranti ed edificanti. Sabotare i punti di riferimento, abbattere lo zeppelin, oscurare l’Orsa maggiore, bruciare gli abbecedari, fare impazzire il magnetismo terrestre. Ma anche abbattere gli idoli con promesse idolatre, piantare croci sempre più alte e preziose, scalpellare moai, raccontare ai bambini che un giorno moriranno e che sono nati solo per un istinto primordiale, a continuazione della specie e sotto forma di indicibili acrobazie sessuali delle loro adorate mammine. Organizzare gite domenicali ai macelli, filmare il sano capitalismo delle multinazionali nelle fabbriche-lager asiatiche, seguire i ciechi nelle escursioni lungo i burroni del turismo massivo, chiedere ai preti dell’esistenza di dIo dopo ampie dosi di pentotal, diffondere le tenebre, rendere obbligatorio il test di paternità per tutti i neonati, colare bava sui fiori morti dei nemici che hai ucciso. Farla finita con il tranquillizzante stare in società e sputare su tutte le ridicole finzioni di senso, di escatologia, di orizzonte, di comunità, di obiettivi, di weltanschauung. Non ambire nulla se non l’oblio e la distruzione.

Il tormento non rende profondi, il dubbio non dona saggezza, lo scetticismo non regala nuove verità. Dietro l’apatia non c’è nulla di interessante, inutile farsi ingannare, dentro la lucidità solo l’inane sforzo per l’esclusione da un gioco senza vincitori. Il vuoto intorno è assoluto, se lo sai difendere, goditi lo spazio siderale che nulla contiene e che non è violentato da nessun rumore. Non conta nulla, questo è il sussurro. Sommessamente far frusciare i pezzi di carta è mettere insieme la parole. Una la aggiungi, una la levi e non fa nessuna differenza. La saggezza e il sentimento si possono scoprire nel togliere le parole – dobbiamo fallire e fallire -, scarnificare i pensieri ed espandere i silenzi. Eliminare le note dello spartito, sostituire frasi con sguardi, dire meno e con meno enfasi. Ma sono tempi urlati e uomini digitali e tutto è indifferente, è troppo tardi, il punto di non ritorno è alla spalle. Appare impossibile ma esiste, è doloroso e scomodo, inappagante e scorbutico. Il  percorso verso l’essenziale, il lento prosciugarsi sulla strade del cuore per arrivare al senso dell’essenza, eliminare i fronzoli superando tutte le inconsce richieste d’amore, devastando ogni esigenza di riconoscimento e accettarsi nella propria inutilità sociale, incapacità relazionale, finitezza e nudità morale.

A un respiro della fine, una pagina prima della quarta, l’ultima canzone del disco, l’alito finale della candela. Quante volte rinnegarsi per salvarsi? Si può chiamare paranoia anche se il nome delle cose non conta. Quante volte porsi limiti per esprimersi civilmente? Chiamarla eulogia per uomini liberi non migliora la situazione. Prostituirsi per esistere, urlare per essere visti, dichiararsi per essere amati – ma perchè? – ecco la danza degli scheletri sul baratro del niente emotivo e culturale, un conforme strisciare fino alla distruzione di qualunque senso umano dell’esistenza. Liberi, soli, silenziosi, questi gli ultimi sovversivi mentre domani, tra un minuto, ricomincerà il rumore.

Indice di leggibilità: 47

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  1. marie
    11 dicembre 2011 alle 18:52

    mi sembra di respirare solo dentro le tue parole ormai. chè fuori l’aria è troppo tersa.
    sei geniale.

    • 13 dicembre 2011 alle 20:40

      Qui lo spazio è angusto e l’aria è torbida eppure l’effetto è cristallino. Comunque, grazie

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