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Chiuso fuori dai limiti dell’umanità dorata

1 – Compro oro e svendo sogni

Nella mia città ci sono più comprooro che esercizi che vendono il prezioso metallo. Qui le tue feci valgono 33€ al grammo. L’ultimo l’hanno aperto in una delle vie più centrali, il cardo di questo agglomerato urbano: il corso del Popolo. A cosa sia dedicata la via non lo so, ammetto la mia ignoranza, deve essere un antico toponimo riferito a qualcosa che non esiste più. La via non è lunga, diciamo 250m, all’inizio il comprooro, in mezzo il teatro comunale, intervallati bar, gioiellerie e negozi di vestiti. A chiudere la via, imperiosa, un’agenzia di lavoro interinale.  Anche quelle sono molteplici come i neo-klondikiani, sempre di più nelle vie centrali (la via che dedichiamo all’eroe dei due mondi ne conta una, il suo attendente – strana la storia italica – ben tre, in totale sono otto, una ogni 3.482 abitanti. Le chiese, per la cronaca, sono 11, basta solo ancora un piccolo sforzo per convertire gli infedeli ) e in periferia. Brillano da lontano con le loro vetrine lucide e i colori del marketing blu pantone o rosso cremisi e tanti bei annunci ordinati in file simmetriche, su fogli A4 stampanti da performanti pc silenziosi. Si ergono con quegli slogan ipocriti e boia del tipo che il loro lavoro è il tuo lavoro e altre barzellette e sconcezze assortite. Si distinguono perchè si chiamano con crasi, acronimi e sostantivi rigorosamente inglesi perché lì, evidentemente, sì che sanno far crescere l’occupazione, you work, they make money.  Penso via sia una sinusoide correlativa tra l’aumento delle agenzie e il tasso di disoccupazione cittadino, ma sarebbe da verificare allo sportello del lavoro, se almeno ci fosse. Ma non importa, qui ci sono i cantieri, qui vive la classe operaia, che lo è a sua insaputa. Ma nessuna preoccupazione, la maggior parte sono stranieri, Bangladesh, e meridionali (!).

I comprooro, dunque, non so cosa c’è dietro, il riciclaggio, la mafia russa o la spectre, ma non fa grande differenza, poi banche (25, più dei compratori aurei e venditori di fede messi insieme), per cui vale lo stesso discorso di prima, agenzie di lavoro temporaneo, ribadiamo, buon ultima proprio quella sita in the people street, dedicata – la via non l’agenzia – al popolo – verrebbe da dire – intermittente, interinale e a chiamata, il martire Biagi docet. Per il resto tanti cartelli viola affittasi e rossi vendesi. La città è divenuta solo un cumulo annerito di mesoteliomi di case con gente grigia, una gloria passata ormai spenta, assediata dai neon dei centri commerciali delle vicine periferie di una cittadina che non ha più centro.

2 – Luci arancioni e anime grigie (devastami, consumami…*)

Mi piace uscire presto la mattina con l’hometown illuminata solo dall’evocativa luce arancione intermittente dei semafori in standby. Non abbastanza macchine da richiedere di essere regolate, non abbastanza uomini da sembrare un centro di vita. Sembra essere tutto il mondo in pausa a quest’ora ma almeno puoi illuderti che dopo due ore comincerà una vibrante attività umana, un’operosa produzione di beni e servizi e una conseguente sfavillante vendita al dettaglio di beni di consumo immancabili. Ci si può ancore illudere che pulserà la vita nonostante il senso cimiteriale che permea le vie abbellite dei bidoni della raccolta differenziata: bordeaux il martedì, bianchi il venerdì, sacchetti gialli il mercoledì, sacchetti trasparenti il giovedì. I rifiuti ben a vista e tutto il marcio ben nascosto nei palazzi dei condomini in continua espansione per non si sa chi.

Sono spuntate anche le sale slot, una accanto al ristorante giapponese che prepara anche il cibo cinese, l’altra nascosta verso le praterie al sud del centro goniometrico del punto più a nord del mare nostrum. La parrucchiera cinese pare fare buoni affari grazie ai prezzi stracciatissimi, prezzi tagliati, sforbiciati, quasi, mentre il negozio di alimentari rumeno appare vuoto, affamato, in stile anni belli della cortina di ferro. Karma, direi. I mini market bengalesi sono un po’ spogli e vengono usati per lo più come luoghi di ritrovo. La vecchia Ovie**e ha chiuso e non si sono neanche degnati di aprire una nuova sfolgorante Ovie**e Factory [al di là del fatto che se nominate la Factory io penso a Andy, ai Velvet U., agli aghi in vena, veneri in pelliccia e altre giuocolerie non proprio ispiranti per la vendita al dettaglio delle casalinghe…], ha chiuso l’U**m – molti anni addietro – e ci hanno negato la gioia di avere U**m Pop, ha chiuso la Sta**a e a nessuno gliene fregato un cazzo e – in ogni caso – che muoia istantaneamente all’inferno e assai male e dolorosamente il suo vecchio impenitente proprietario. Ultimamente mi pare di notare che la chiesa centrale è desolatamente vuota (anche nei giorni clou dei saldi delle penitenze di fine stagione e nelle aperture domenicali straordinarie) proprio come le vecchie Ovie**e, U**m e Sta**a… che sia il turno di un’altra gioiosa chiusura? A forza di ripetere Dio poi – quando la gente è in vena di sconti – ogni venuta nella casa del tizio è stata posticipata, lungamente, una procrastinazione che si avvicina all’oblio totale. Speriamo nella saggezza del amato nostro bambin Ge** © che dall’alto dei cieli veglia sulle nostre polveri di amianto e sugli umori saporiti della centrale termoelettrica. Sia fatta la Sua letale volontà produttiva.

La biblioteca comunale ha accorciato gli orari – mancano i fondi – ma al TAR si combatte un furiosa battaglia di libertà per consentire ai mall di restare aperti domeniche e festivi, e la democrazia pare stia trionfando. Visto che sono sempre aperti, sempre caldi o freschi, sempre abbaglianti, capita di finirci dentro e di poter osservare la gente improbabile con carrelli imbarazzanti colmi di anime precotte e salvezze congelate. La vecchia e nostalgica cinquecento lire nel carrello e puoi girare tutto il sabato pomeriggio che alle 15 regalano il pop corn – caldo caldo – e domenica alle 16  la torta per il compleanno del centro commerciale – fredda fredda -, come fosse un cristiano, calzato e vestito – a proposito, anche se in ritardo, auguri! Per fortuna ci sono, perché levati le loro luci, i loro flash, i loro neon tutta la città rimane immersa nel buio delle tenebre della superstizione dell’esistenza di altre forme di interrelazione sociale.

Il vecchio cinema l’hanno sbarrato – non c’è più nessuna sala in centro ormai, solo il mulitisala fuori mura – anni fa era diventato una sala bingo che poi ha chiuso ed il locale è rimasto vuoto. Uno dei tanti santuari votati al dio generasoldi sbagliato, un altro fallimento discretamente nascosto nel percorso urbano. Una volta sono riuscito ad entrarci, giocando una sola partita e osservando delle vecchie invasate urlare terno! che la posta se la pigliava solo il primo che gridava straziatamente. Aleggiava un odore di mensa asfissiante ma mi piaceva; dentro, all’epoca, si poteva fumare al ritmo concitato del microfono del biscazziere tombolaro.

3 – Enjoy la città degli spettri gaudenti (qui tutto è intermittente)

Vi ho già detto del soviettissimo corso del Pueblo. Se passi a dicembre vedrai all’inizio della strada, invariabile da decenni, la spiritosa luminaria urlante “Natale in corso”. Anche l’estinzione è in corso, sindaco, ricordalo per l’avvenire (del sol* o della luna, a scelta)! Se passi il primo pomeriggio vedrai le annoiate gerenti delle botteghe di vestiti esposte al freddo dell’uscio, intente a succhiare avidamente le me**t superultralight in attesa di clienti che non arrivano più, come meritrici invecchiate, stanche e disilluse sull’arrivo del principe azzurro. Tutto muore, tutto chiude, tutto svende, tutto rinnova i locali. Resiste il mercato del mercoledì ora popolato solo da straccivendoli cinesi, venditori di bici probabilmente rubate e indiani tristi.

Una volta sono entrato in un comprooro, la commessa/gestore si proteggeva dietro un vetro spesso tre cm e da lì interloquiva se ce n’era necessità; aveva appesa al muro un’autorizzazione firmata dal questore che garantiva che la tizia aveva adottato i sistemi di sicurezza adeguati – e la popolazione doveva esserne grata, immagino – e per comprare volevano il documento di identità dell’acquirente. Sono uscito senza acquistare nulla però ho saputo il nome della ragazza dietro il vetro, l’aveva tatuato sul collo, ah, la glasnost! Il questore immagino sarebbe contento.

Il negozio di cellulari in viale San M***o, il decumano della micro urbe, ha cambiato gestore di telefonia di riferimento tre volte ma prospera sempre. Parliamo di uno splendido viale alberato affrescato di bar che, se percorso in toto, ti porta dalle parti del cantiere e del quartiere che vi è cresciuto intorno. Qualche marxista impenitente lo chiamerebbe borgo operaio ma oggi sembra una bestemmia fantascientifica. Un popolo interinale multilingue accampamento nel suk dei subappalti, abulico e semovente, in bilico e mussulmano, di passaggio e partenopeo. Non penso che i sindacati contino qualcosa e il cantiere deve essere una babele di individualismo, tutti troppo distratti a incassare i fuori busta, a correre davanti alla tv o di fronte alla suadenza dello spritz, delle friggitorie, dei kebabari o nei buchi dei money transfer e international calls.

La città mattutina è buia, forse con una panoramica dall’alto splenderebbero solo le insegne ampie del Mediaw**** e dell’Ik** et similia; nei giorni di festa le poche strade che non sembrano abbandonate alle memorie antiche degli spettri del socialismo reale, sono piccole imitazioni dei centri commerciali, un plasticato inseguimento luminoso per allocchi*. Il capo nord (o noir?) del Mediterraneo è solo una truffa grossolana, un desolato avamposto del declino del nordest smembrato dal naufragio industriale, culturale e morale di tutto e di tutti. Qui sono morte le ideologie, le categorie sociologiche, la fede religiosa e il senso dell’esistenza. Non so come la vede la Madonna, santa patrona, dalla sua posizione privilegiata, lì appollaiata sul campanile ha una vista panoramica che comprende Città, Comune, Chiesa e Piazza centrale – della Repubblica – che cazzo vi credevate! -, (CCCP in acronimo) non so veramente cosa ne pensa. Non sembra fregargliene granchè li piazzata immota sul campanile, descrivibile, per inciso, come una triste struttura quadrangolare che, con molta malta e un buon subappalto truccato, potrebbe diventare un più utile minareto circolare. I bangla ne sarebbe contenti, almeno loro nel loro tempio vanno. Me la vedo la mia città alzarsi sotto il grido del muezzin, almeno sembrerebbe animarsi di un soffio di vita e si potrebbe aumentare il numero degli infarti dei leghisti che cercano di infiltrarsi tra gli eroici compagni-operai-consumatori-vendooristi con il loro banchetto in piazza, quando c’è da prender voti opponendosi strenuamente alla costruzione della moschea che, alla fine, nessuno ha ancora seriamente  chiesto. Ma meglio prevenire, come diceva quel buffo tipetto pelato finito a sventolare a piazzale Loreto.

4 – La prima a sinistra, poi sempre a destra

Qui è la mia piccola patria, una piccola Stalingrado operaia che fa da bastione al destrissimo capoluogo regionale, una  zona operaia con la rivoluzione subappaltata ad aziende di dubbia provenienza e di metodi discutibili. Se risali verso la lieve collina, verso la stazione dei treni – che riconosci per le biciclette scassate che ne costeggiano i confini – puoi vedere la bacheca dell’Unità. Una reliquia, l’ostensione di quattro fogli interi stesi per farli leggere gratuitamente ai cittadini, per informare il popolo (penso proprio quello del Corso di cui sopra), per dare gli spunti utili ai compagni operai. In alto con il nastro adesivo è scritto sezione DS, non sono molto aggiornati è vero, ma si sa le cose cambiano in fretta. Ogni tanto mi fermo e leggo, mi piace sempre anche se lì il tempo è fermo al 9-10-2009 e io mi sono chiesto se il 10 ottobre di quell’anno, a mia insaputa, qualche supercommandone neoliberista ha fatto fuori tutti i gloriosi compagni del fu DS impedendogli per sempre futuri aggiornamenti.

Company town, città per l’azienda o viceversa. I più grandi cantieri del mar Mediteranno, vari navali con le autorità che sfoggiano le migliori piume, pellicce argentate, distintivi e gagliardetti da figli della lupa, sempre meno affollati perchè, per la crisi, hanno tagliato il buffet finale, competeremo, vinceremo, sopravviveremo, dimagriremo. Ma c’è di meglio del lavoro appagante con il sudore della fronte terrona o straniera, ad esempio i media locali hanno riportato alle sonnolenti cronache cittadine la notizia che un noto concittadino – ex calciatore di fama –  è stato preso con il naso imbiancato di finissima marmellata boliviana, mentre organizzava coca party con troie annesse, festicciole sfranate nei salotti buoni della città con presente la città che conta, of course, gente di specchiata reputazione erezione. In fondo, le cose sembrano che possano migliorare, finalmente il progresso ingrana la marcia anche da queste parti periferiche.

Proprio con lo stesso spirito fraterno e collaborativo di chi organizza un’ammucchiata in un droga-party clandestino il Comune ha chiesto ai cittadini di regalargli l’abete da mettere in piazza per questo Natale 2011. In cassa non ci sono soldi e oramai siamo orfani del munifico benefattore che gli altri anni ce lo regalava, un nazista della Carinzia morto proprio dopo aver infilato la sua preziosa virilità ariana in (per lui in via di principio) disonorevoli orgiette gay. Tranquilli il taglio del vostro abete da giardino sarà a spese del municipio, fatevi sotto, se no ciccia, niente albero e niente festa e se va bene, visto i tempi di austerity, magari eliminiamo anche il Natale ché sono tempi di sacrifici per tutti, capito cari i miei fannulloni e scialacquoni Re Magi calndestini?

5 – Cenni di toponomastica in attesa che nuclearizzino questo buco di culo dell’universo conosciuto

Se vieni da est per arrivare in questo ameno luogo vedrai un viale d’ingresso alato di cipressi, rigogliosi, alti, snelli, sempreverdi cipressi. Cipressi capisci? Per rendere più chiaro che stai entrando in un camposanto per presunti viventi. Vedrai il limite di 50km/h e il divieto di usare il clacson – ché non si disturbano i morti, mortacci tua! Poco più avanti si entra in via G. Colombo e nessuno è ancora riuscito a capire chi mai fosse costui, passata la C**p che non toglie mai le luminarie con scritto Auguri!, al massimo la spegne, vedrai un cartello inequivocabile: Comune denuclearizzato. Quindi ti sentirai in obbligo di liberarti seduta stante di tutte le armi atomiche che trasporti per non violare cotanto avvertimento. Penso che chi ci ha messo nella lista dei futuri siti per centrali nucleari dovrà venire a togliere quel cartello, sì, sì, così risolviamo ogni eventuale imbarazzo.

Accanto al tronituonante annuncio vi avvertono su latta anche che siamo gemellati sia con una città impronunciabile austriaca, sia con una nota località balneare pugliese: le vacanze invernali ed estive di qualche assessore, I suppose. Da quelle parti la nuovissima sala slot “Slot & VLT” (per chi non lo sapesse le VLT sono le videolotterie, ora potete dormire più tranquilli sulla trasparenza e lungimiranza del nostro amato Stato) con i suoi splendenti neon viola che ha preso il posto del L*la’s sexy shop che si è spostato qualche km verso il centro.  Il tempo si sbobinarsi tre benzinai e, sempre dritto, ci si avvicina al centro e di sera si scorge la gigantesca scritta* neon bianca F**cantieri che ci rende famosi nel mondo, che sfama le famiglie e dà un significato al termine di città operaia. A pochi km c’è l’unico aeroporto regionale, anch’esso tenuto in vita artificialmente tant’è che ogni decollo è un emozione commovente, da farci la fila con il naso in su.

6 – Moltiplicazioni per zero

Nella company town la criminalità dilaga, così dice il giornale locale, ma la sensazione è un’altra. Qui tutto deperisce in un modo o nell’altro e i nostri criminali, che non possono non essere che stranieri e, quindi, viste le pecularità del territorio (come direbbe un comunicato stampa degli sbirri) bangla; ebbene i bengalesi non hanno proprio la faccia dei migranti che hanno trovato l’Amerika in un’Italia mafiosa e criminale a cui si sono associati nel crimine, proprio no, ma non hanno neanche il grugno rotto di chi ha compreso di essere accerchiato da una massa infettata mortalmente da instupidimento endemico. Sembrano ingenui e puri, intonsi all’assurdo del nostro panciuto benessere, camminano avanti e le donne dietro con i bambini, tanti, le mogli coi colorati vestiti tradizionali e sopra i giubbotti occidentali. Tutte giovani ma malamente invecchiate in molteplici gravidanze e case superaffollate, tra curry orientale e smog occidentale. Un membro di spicco della loro comunità aveva creato un associazione che li riuniva, poi lo hanno anche arrestato perchè taglieggiava i connazionali per farli entrare illegalmente e smistarli, a pagamento, nelle ditte, dovrebbero presto donargli la cittadinanza italiana, a mio umile parere. Al momento è di nuovo libero in attesa delle conclusioni giudiziarie nei tempi della giustizia italiana, buona permanenza.

Il razzismo dilaga nelle menti ma i valorosi cittadini non riescono ad odiarli completamente i bangla perché sono solo mezzi negri, perché sono troppo ignoranti per sapere se sono mussulmani o indù e perché non hanno ancora aperto una moschea. Io invece li odio gli immigrati solo perché ho la netta impressione che hanno come unico obiettivo quello di diventare come noi. Che importa se indù o mussulmani, qualunque cosa siate vi state sforzando per integrarvi nel nulla. Cazzo! A camminare a piedi siete rimasti solo voi – ma dove andate? -, a frequentare la piazza centrale per parlare ci siete solo voi, ma cosa vi dite e in quale lingua? Quando i vostri figli saranno buoni italiani patriottici passerrano anche loro i pomeriggi nel centro commerciale persi nel cazzeggio infinito. Quando avrete tutti una macchina ci insulteremo cordialmente, in fila ai semafori. Quando imparerete la lingua vi eserciterete, pure voi, nelle parole d’ordine fasciste di tutti i bravi borghesi che vogliono la tranquillità e lo status quo reprimendo i poveracci e gli altri futuri stranieri, più neri, più mussulmani, più brutti: un vaffanculo preventivo a voi.

Non sono razzista, veramente. E non è la solita frase che dicono i razzisti per auto-assolversi, assolutamente no per me è diverso, sono fortunato, non ho bisogno di scegliere bersagli. Sono misantropo e odio tutti, indistintamente dalla razza, italiani del nord e del sud, indigeni tra i due fiumi, bengalesi o indiani, rumeni e svizzeri, croati e russi, persino i bielorussi, largheggiamo, va là! Ma su tutti, odio i mezzosangue, gli spuri, i terroni di seconda generazione cresciuti al nord – come me – che non appartengono a nulla, non hanno nessuna identità, appartenenza o orgoglio. Nessun mito da tramandare, nessun luogo sacro dove ampollare*. Nessuna vera casa, ovunque estranei ed esiliati, sopportati e ospiti anche quando dovrebbero ospitare, vagamente straniti da lontane radici. Condannati a votare lega, a comprarsi una villetta in una cittadina sempre più piccola e ristretta di mente, persa nel nulla dei dormitori per operai che si cerca di evitare, con il sistema di allarme up-to-date, il cane corazzato e la magnum di contrabbando per la paura dei furti degli zingari.

Siamo tutti qui, bravi cittadini, indolenti, insofferenti, qualunquisti, razzisti, ottimi lavoratori, padri di famiglia e padroni di cani, tutti infelici, tutti colmi di odio per noi stessi. Ex del sindacato, ex del partito, ex della solidarietà, ex della appartenenza di classe. Ex dell’umanità. Traboccanti paure e paranoie per un’universo che scompare velocemente sotto i nostri occhi, inconsapevoli che il travolgimento più subitaneo è quello che subiamo dentro di noi, a nostra insaputa. Le bussole impazziscono e le mappe diventono obsolete di mese in mese. Si fa la fila in strada alla fine turno del cantiere, si suona il clacson, si prende il carrello al supermercato. Si vende l’oro di famiglia, si compra un gratta-e-perdi sperando nel miracolo a cui non si crede, si portano i libri in tribunale. Si contano le nuove razze immigrate, i negozi che chiudono, le aziende che falliscono.  Alla fine dovrei provare pietà per i defunti e invece c’è solo odio. Qui, dalla più popolosa città del Bangladesh del nord est Italia si chiudono le trasmissioni. Quando tornate a casa date un bacio ai vostri bambini*.

Buona notte aurea civitas.

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