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Considerazioni sulle parole vuote di post sinottici: una nota retrospettiva dedicata a nessuno

Uno scrive per vincere la propria solitudine e la solitudine degli altri (Eduardo Galeano)

Bella cazzata vero? O forse è geniale. Citiamo in apertura e continuiamo di conseguenza.

Una mattina mi sono svegliato, anzi mi svegliai (e il passato remoto non è un meridionalismo ma spiega il fatto che è passato tanto tempo o almeno io lo percepisco tale) e mi sono trovato a odiare le parole, quelle stesse che prima mi avevano adulato, poi sedotto, infine tradito, ingannandomi malevolmente. Sapete come sono le parole, no? Sembrano divinità e, invece, sono traditrici nel loro potenziale persuasivo, nella loro capacità dissumulatoria, nel loro librarsi, incontrollate da chi le ha create, e ringhiare nell’aere affamate di consenso. Si ergevano splendide ma propagandavano un errore di fondo e insieme seminavano uno strisciante orrore per la mancanza di effetto.  O per l’assenza di affetto per tutto. Mi ritrovai a sviluppare piccole ossessioni private, intime e inspiegabili, come sentirsi sorpassato dalle parole, sentirsi meno delle righe scritte, vedere nel loro fluire un contrasto con il deperire di sé stessi. In una parola, non riuscire a specchiarsi in esse, rileggerle aliene a chi già si sentiva alieno. Così in rimuginamenti solitari ho elaborato un mondo parallelo di riferimenti interni, di sottolinguaggi interiori che rispecchiano oscurità indicibili, segni incomprensibili in attesa di future stele di rosetta digitale. Uno sforzo che non ha ragion d’essere né motivo plausibile per insistervi, cosa che però si può dire di gran parte dei riempitempi che si scelgono i mortali.

Era molto tempo che non inserivo una citazione in un post, dai tempi dell’opera omnia, da quando avevo pensato di poter chiudere tutti i conti con tutti, di scatenare un giudizio universale contro ipocriti e falsi, mandare a fanculo tutto e placarmi. Le cose non sono andate proprio così però mi sono scrollato di dosso tutti i parassiti 2.0 guadagnando un silenzio che riesce a essere positivo pur nei suoi aspetti deprimenti. Uno spazio pubblico che sempre più si aggroviglia in questioni private, del privato di un singolo ma anche di lamenti privati di comprensione. Un aspetto di esasperazione dei concetti, un inseguimento a una purezza impossibile che è un’esigenza inappagabile e proprio per questo sensata, una motivazione e una frustrazione: se si vuole l’una non si può rinunciare all’altra.

Mi ricordo quando ero un bravo blogger che si indignava a giorni alterni, che si disfaceva di sarcasmo contro obiettivi troppo semplici, che incassava consenso come pregiudizio di chi era già d’accordo. Agli albori concludevo i post citando i testi di canzoni tema, molto grazioso e splendido sfoggio di passione e cultura musicale rock. Più avanti ero convinto che una citazione potesse essere sintesi o spunto di quello che scrivevo. Tutte idiozie che nascondevano stampelle di autorità di pensiero, per dare senso, forza o dignità allo scritto. Le altrui parole non servono a niente qui e le ho altrove destinate a mia memoria. Le altrui profondità possono cambiare il mondo (so many to so few…) e le singole vite ma in questo contesto falliscono miseramente aggiungendo un interesse che non c’è, aggiungendo una patina di profondità non meritata. Ci si trovava irritati a registrare commenti sulla citazione invece che sul post, un bel passo avanti nell’assurdo gioco delle parti non dialoganti – come dicono i pragmatici venditori? astenersi perditempo. Ecco dunque a scatenarmi in una guerra sacra contro ogni citazione espressa. Che possente coerenza e forza d’animo, retroattivamente mi commuovo.

Amarcord con tenerezza le iperboli narranti e i tentativi di racconto personale, ora li giudico degli sforzi memorabili ma contro natura, avverso l’indole, tanto da costringermi a uccidere i personaggi e massacrare l’io narrante perché qui si vive in modo impersonale, fluttuando nel vago, sparando nel mucchio in cerca di sillogismi applicabili alle universalità che possano in qualche modo indicare le strade che non portano da nessuna parte. Una resa incondizionata all’impossibilità di espressione autentica e alla vana ricerca un senso che vada oltre a un autobiografismo pedagogicamente rielaborato. Questo continuo fallire più volte si è manifestato in un pietoso vagheggiare la fine della scrittura che ancora non è avvenuta, perché non ci si libera mai dei propri fantasmi per quanto lo si desideri e, forse, perché la solitudine, a volte, pretende un tributo di parole. Fa male, spesso è talmente crudele che si vorrebbe dire basta, ma poi il silenzio si rivolta come più doloroso. E via, e via, e via. E bla, e bla, e bla. Uno sfinimento di cui non si riesce a fare a meno, un ossessione dell’esistere in qualche modo che, perlomeno, non è meramente estetico. Certo così facendo i temi si ripetono all’infinito, un’infinità di post sinottici che vengono a noia, ma ognuno deve esplorare i propri demoni fino a sfinirli per ottundimento da ripetizioni dei mantra, delle preghiere, delle formule magiche.

Guardo indietro e registro anni di livore, trienni di odio. Odio, odio, odio verso gli alfabeti di linguaggi da dichiarare estinti, contro i dizionari di arcadie mai esistite, avverso significati scomparsi nelle nebbie di una kmunikazione che ha fretta, va troppo veloce e non ha l’ambizione di lasciare nulla dietro sé. Tutto ciò, pure nella consapevolezza che il risentimento non serve, ma ugualmente non si riesce a nasconderlo anzi lo si giustifica con molteplici ottime ragioni. A causa dei muri che si restringono e delle tasche che diventano più profonde. Per via dell’impossibile condivisione e dell’essere come si è, distorti, obliqui, antipatici nell’incapacità di essere retorici, odiosi negli sputi alla banalità, insofferenti all’ipocrisia ubiquitaria, spocchiosi per difesa intellettuale. Certo si potrebbe fare molto meglio ma ciascuno sconta i suoi limiti come ogni schiavo si porta le sue catene. La non-umanità è solo specchio dei tempi e non sembri una giustificazione facile, all’opposto!, così come l’anaffettività è un tributo accorato ai sentimenti veri sepolti da qualche parte nelle più isolate discariche del benessere dei giorni di plastica. Qui non si difende nessuno perché nessuno esiste, qui non si vuole essere letti proprio perché nessuno legge e questa dinamica è fondata su ragioni che giustificano l’ermetismo di chi scrive. Se tutti gli altri hanno ragione, questo modo di scrivere, di parlarsi addosso, di piangersi dentro obliquamente è una ragione in più da aggiungere gratuitamente alle loro.

Se questo fosse stato un vero post avrebbe avuto un incipit di tal fatta: per sentire l’esistenza del corpo lo devi graffiare e stringere così come per imprimere un alito di vita alla libertà la devi costringere in un luogo angusto, intrappolarla e maltrattarla. Ma non è la giornata giusta per giocare con gli ossimori e quanto detto, dal mio punto di vista, esprime ancora meglio il sentirsi il trappola – che è il piatto del giorno – nel silenzio come nelle parole.

Lo splendido Galeano ha ragione, ma bisogna essere qualcosa di più che digitanti parole per vincere la solitudine. Scrivere è altra cosa, è andare oltre le parole vuote, è raccontare le vene aperte della tua gente e non solo le tue personali paure. I tentativi falliti vanno probabilmente fatti rientrare nelle velleità dei presuntuosi e non penso siano inutili, ma solo penosamente dannosi. Ma tant’è e pare non se ne riesca a fare a meno. Alla fine questo moto d’animo che vuole spiegare – queste parole che pretendono di spiegare altre parole – è un’altra debolezza che bisogna accettare. Nessuno è interessato a farlo, ma io – ho alternative? – sì.

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