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I ghirigori multicolori di un outtake per iniziare a finire

Ci si trova soli con ali tragiche e un destino letterario. L’anima è sempre stata un contenitore vuoto da riempire fino a farla strabordare, maree estranee per alluvioni e apnee. Nozioni, sensi, enciclopedie, suoni e deliri. Erezioni, eiaculazioni, esibizioni. Non esiste nessuna relazione fino a che non inizia a finire. Aspettare il momento giusto. Valutare il posto migliore. Soppesare le parole. Per dirsi addio.

Una chiacchierata per farla finita, un messaggio per dire fine, una canzone per gridare addio. La realtà arriva buttando giù la porta a calci con l’anda burbanzosa del fato cinico. Si distende e spadroneggia. Se è questo il migliore dei mondi possibili, fatevi pure avanti, mettetevi comodi che lo spettacolo non termina mai, neanche per la pausa tra i due tempi, tragedia e farsa.

Rompere in caso di emergenza – diceva la scritta – ciò che siamo stati, di colpo, non conta più. E non sai più contare ma che importa quando bisogna solo sparire. Non ha mai significato nulla, azzarderesti, ma nonostante ciò, è stato – what we have been is what we are. Si fa del proprio peggio per non dimenticare, quasi un tentativo disperato di esistenza. Resistere all’oblio perché, alla fine, funziona così, con la fede in sentimenti piccini. Tascabili, rinchiudibili, descrivibili.

Capita di scegliere il silenzio come mezzo di decodifica ma vi sono indizi che testimoniano che non sempre funziona. Fallibile, come tutte le cose umane, come tutte le parole vuote che si perdono nell’aria, nell’ascolto, nella comprensione. Un nascondino di concetti dentro il saluto definitivo. Basterebbe questo a dimostrare la fallibilità, la fastidiosa velletarietà e l’assurdità dell’analogia dell’orologiaio. Ma noi ci accontentiamo dei pochi fatti appurati, del semplice ingranaggio che non funziona mentre mancano cinque secondi alla sirena. Fine del gioco e raggranella le ultime forze per sputare sulla lavagna su cui è disegnata la tattica del “senza null’altro da perdere“.

Come ultima risorsa sappiamo che se diventiamo afoni metteremo l’odio in tasca, pronto a un uso diverso da quello verbale, per insultare le coscienze o umiliare le proprie sconfitte. È grottesco ma questo semplice artifizio sembrerebbe tenere insieme i delicati meccanismi di una trama dove qualunque personaggio è ultroneo. In fine, giunto alla conclusione, vai sempre diritto e arriverai a casa. Qui c’è il blu, qui c’è il nero, qui c’è il grigio. Questo è il blu, questo è il nero, questo è il grigio. Non importa il fatto che le braccia siano troppo esili per chiudere il cerchio, puoi usare le mani per stringere fino a fare diventare il respiro blu, e ancora, e ancora, e poi un altro blu.

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