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Le finzioni di una fine non lieta (happy ending for dummies)

Aspettare. Credere nell’attesa.

Aspettare un lieto fine ma non credere ai lieto fine. Però credere nella fine e nella canzone giusta al momento giusto, cioè quello che non accade mai nella realtà. Quattro mura che piangono più delle icone da miracolo. Le stesse distanze, ma con gradi di separazione ampliati: voltarsi a sinistra, un’altra volta, per dire addio, girarsi a destra, un’altra volta, per tradirsi, guardare fisso al centro del monitor osservando la distruzione planetaria senza trovarci nulla di strano e senza avere nulla da obiettare.

È tutto così confuso che non si capisce se fa male o se va bene. Tutto perde senso nello scolorarsi in ricordi che si confondono con i desideri mentre l’unico modo di curarsi sembra essere la malattia. Le pagine non esplodono, le righe non funzionano, le parole sono abbandonate. Ma niente scuote nessuno perché tutto è intollerabile. Una fine che rivive in ogni punto e che in ogni istante pretende di essere eternata. Una fine infuriata e impotente, che si dibatte nevrotica per trovare la libertà, per essere trionfatrice di tutta questa vana fiera di ego. Concludere questo dilaniarsi estetico in un qualunque modo, dimenticando la dignità, cancellando la coerenza, azzerando i principi.

Sempre più in basso senza sapere dove si può arrivare a marcire, senza capire quando arriverà la quiete ma sentendola solo aleggiare. Ma quante volte è successo? Quante volte questa sensazione di trapasso, di crollo completo, di annientamento senza ritorno? Così senza crederci si continua, capitolo su capitolo, aspettando che nasca spontaneo il non lieto fine. Prove tecniche di malessere in cui la scrittura serve a riempire vuoti incolmabili con dita sporche di realtà e i palmi intonsi, con innumerevoli dolori lasciati nelle bozze scalpitanti di essere cancellati per sempre, e invece no, tutto rimane appeso e sembra quasi avere un senso, almeno il martedì. Pezzi di simulacri d’anima dispersi nelle pagine asettiche del diario digitale, giorni buttati, anni sprecati, occhi consumati.

Schiantarsi contro l’imponenza di un aggettivo, restare incastrato nelle macerie di un avverbio. Che curiosa sensazione di inadeguatezza, lettere morte seppellite nella terra invisibile dei perdenti. Una verità che non può essere mia, la menzogna nel sangue sporca con l’inganno lo specchio, riuscendo finalmente a realizzare che l’oggetto dell’odio non è nella realtà che circonda e non esiste un personaggio da distruggere perché quella immagine che si riflette sei tu.

Poi, d’un tratto, tutto si placa, la stanchezza vince sull’odio, il sonno sui nervi, le necessità sulla fibrillazione di desideri assurdi. Le palpebre appesantite convincono il cervello dell’inutilità di volere l’impossibile. Una disperazione intramezzata da sbadigli, insomma; con il sonno che riesce a portare via tutto, a dimostrazione della finzione del sentire. Ma allora tutto è finto, tutto è vanità per riempire ore solitarie. Solo un copione artificiale per minarsi l’umore. Una recita penosa anche i brividi di commozione per la sensazione di non avere altro che sé stessi, solo una recita il cui finale è farsa e non dramma. Non una fine ma solo il ridanciano svelare il non-senso globale. Un gioco, un passa-tempo a forma di vita, un tipo di plot a prova di cretino, un senso per pupazzi cavi, all removables, all transitory, passing always.

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  1. 14 aprile 2012 alle 16:29

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