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Stramaledetti indizi di vita notiziabili

Le prime righe di un articolo – chiamate attacco – devono attirare l’attenzione del lettore. Fatto. Vogliamo solo avere attenzione, essere letti, esistere, forse. Anche se non serve, non funziona. Strade a senso unico che conducono a muri bianchi. Sguardi atoni in attesa della campanella, aspettando “ite missa est”, anelando la conclusione dell’orario di lavoro, implorando l’arrivo del treno. La fine della visita di cortesia, l’arrivo del sonno, il terminare del week-end, Che finisca! Che ricominci! Non sentire, non provare, non esprimere. La trinità dell’anaffettività, può funzionare mentre distruggi simboli sacri e dai fuoco ai musei alla patria. Mentre demolisci ogni forma di possibile sentimento umano e copri di insulti i santi e il loro furore interessato, colmo di vanità. Mentre non rendi grazia alle feste comandate (!) e non fai gli auguri quando dovresti (!). Di’ le tue preghiere, conta le tue stelle, stringi mani, presentati scandendo il tuo  nomeecognome che verrà dimenticato in sette secondi, graffia la roccia con le unghie. Poi conta i risultati e racconta la disperazione, con parole vuote, vane alla condivisione, futili nello scopo. Pare che il senno sia perso, il rispetto non pervenuto, l’alcool evaporato nei mal di testa del giorno dopo, l’amore disperso nelle more della persona giusta.

Il secondo capoverso deve dare tutti gli elementi essenziali sulla base delle note cinque W anglosassoni: qui ora io non so cosa scrivere ma continuo a delirare per tenere fede al Personaggio. Ottimo. Siamo la stessa cosa, pari ai nostri genitori, – ha gli occhi del papà e la fronte della mamma – siamo figli delle stelle, siamo ciò che mangiamo. Che noia! Nessuno che ci sappia analizzare, nessuno che riesca a stupirci, nessuno che proferisca un insulto che non ci siamo già attributi. Viene sempre il giorno che finisci di scrivere lettere con l’unico intento di non spedirle, giunge sempre il momento in cui ci si stufa della propria vanità e l’ego viene a noia e non si vuole più niente se non vedere accelerare le lancette, precipitare i giorni, sempre più veloci, da una scadenza a un’altra, senza il tempo di pensare, che – beati gli ebeti che affollano le strade della cordialità – pensare fa star male. Meglio scrivere slogan nichilisti sui muri delle scuole, meglio inneggiare alla distruzione. Oppure lasciarsi consolare dagli automatismi, dal robotico ripetere sempre le stesse cose, gli stessi gesti, gli stessi insulti, le stesse bestemmie contro le quali nessuna divinità reclama. La vita è quella cosa stupida che si comprende quando è ormai troppo tardi e non interessa più nessuno, solo agli scrittori di rimpianti – ce ne sono altri? – e agli scalpellini di epitaffi.

Ulteriori periodi si utilizzano per dare i dettagli ritenuti utili per approfondire. Da morti si migliora nel giudizio della gente, i complimenti falsi – che in vita acuivano la solitudine – diventano lode sperticata, rafforzata dal sollievo di non averti più tra i piedi. I sorrisi forzati da essere sociali annichiliscono e ti porteranno, prima o poi, alla follia lucida dell’impossibilità di accettare, del rigetto dal continuare a masticare amaro. Concluso un più o meno adeguato arco temporale ci saranno le lacrime, anch’esse forzate, le parole vuote per circostanze parimente vuote. Nel mezzo tutte le frasi convenzionali che vi vengono in mente, l’intera enciclopedia asfissiante di luoghi comuni, adagi, proverbi, discussioni sul meteo, brocardi classici, bolse richieste di stato, citazioni colte, tormentoni televisivi, invocazioni materne, rime baciate, bugie finalizzate, complimenti interessati, insulti alle spalle, lodi vuote, richieste ipocrite e un infinità di vaffanculo a mezza bocca. Essi dicono, tu dici. Essi amano, tu odi. Essi apprezzano, tu aborri. Essi seducono, tu allontani. Essi creano relazione, tu tagli.

Uno o due virgolettati ci stanno sempre. “Commetti errori prima che sia troppo tardi – commenta Progvolution – lascia il tuo segno su questo mondo in-commentabile perché un giorno te ne verrà data ricompensa, magari avrai uno splendido funerale!”. Le cicatrici sono indizio della pelle, la tristezza dell’essere in vita senza sapere bene cosa farne. Fa schifo, stai male, sei vivo.

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