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I lemmini, vittime di credenza popolare, si rinchiusero nel Personaggio

Sei belliss… sei patetico. Ora che sai tutto, cosa ti rimane? Oltre l’orgoglio e la pena, intendo. Sputalo o ti avvelenerà come l’infinito piccolo del miliardesimo di micrometro dell’asbesto nei polmoni. Come l’invisibile membrana al mercurio che avvolge la sede dei tuoi sentimenti, ovunque essa sia. Quando farà troppo male hai deciso che non guarderai – povero bambino -, che chiuderai gli occhi facendo finta di non essere lì, convinto di essere vittima ma sicuro che fare finta di nulla ti renderà invulnerabile al dolore. Allora dovrai anche tapparti le orecchie per non sentire la Canzone, per non lasciare le labbra andare in automatico a ripetere le parole, i ritornelli, le gocce che scavano le rocce. E cancellare gli odori e annullare i pensieri e trattenere il respiro. Non vivere, insomma, più qualche altro elemento decorativo.

Essere troppo veri potrebbe essere un problema in tempi di cloni e repliche. Tutti uguali nel sentirsi diversi, fa un po’ inquietare mentre ti senti stancamente privato di identità, drenato di ogni tratto originale e uguale a tutti i deboli della storia universale, identico a tutti i marginali, i dimenticati negli ospizi, i torturati nelle carceri, i senza casa nei dintorni della stazione ferroviaria. Tutti quei personaggi indistinti e indistinguibili che potrebbero anche non esistere senza che nessun distratto ne noti la differenza perchè le comparse della vita sono selettivamente non viste da occhi educati al campo oculare del podio. Bisogna in qualche modo placare la crescita demografica del nostro sentire interno, mettere i moti d’animo in fila sulla rupe, come vorrebbe il popolo per i lemmini, e unò-dué, unò-dué…

Ricordo bene come si possa essere soli insieme a te, quella sensazione vigliacca di bene che è solo un male egregiamente interpretato e ciò indipendentemente dalla sensibilità del singolo di creare drammi dove non ci sono. Frane verticali per sospiri al miele, sussurri obliqui che corrodono ogni valore, che fanno scomparire ogni essere vivente senza avere neanche bisogno di un qualche tipo di narrazione. Non serve il male per emergere dalle onde del bene, la fogna la individui dall’odore prima ancora di avvistarne i liquami. Perchè nessuna persona ignobile si ritiene tale, la maggioranza si ritiene splendida, umana e generosa. I torbidi si sentono limpidi. I falsi, specchiati. I crudeli, giusti. Gli sfruttatori, grandi lavoratori. Nessuno lo sa, ma ha il male dentro di sé e si annida in ogni bene esibito, vantato, vergato con font (con le grazie) dorati nel cartellino identificativo; nelle giustificazioni, nelle scuse, nelle assoluzioni. La massa di personaggi fittizi che la gente si porta nel taschino fanno pena, non nella loro finzione, ma, semplicemente, nella pochezza delle scelte, dei valori, delle invenzioni. A volte il personaggio prende il sopravvento, si ingoia l’interprete. Cannibalismi tra fantocci, certo, ma almeno potrebbero concedere la soddisfazione di smentire i dubbi di qualcuno – magari completamente fuso nel suo di personaggio, tanto da non accorgersi neanche della propria inevitabile doppiezza -, un’ordalia dell’acqua, insomma. Non potere uscire dal Personaggio perchè, fuori da quei confini, non è rimasto più nulla.

Due o tre bustine di caos solubile per le tue mattine novembrine, una leccata voluttuosa per tutta la lunghezza dell’ago e via così disgustando i passanti della mente. Non ricordo, non so, non sento. Non partecipo perchè intontito, nebulosamente obnubilato, obesamente appannato da un copione troppo complicato per la memoria e le capacità culturali medie degli interpreti. Anche il Personaggio si può ribellare, rompere le righe e disertare. Senza aspettarsi una qualche vittoria, con Pirro dietro l’angolo della schizofrenia. Da qualche parte si intravedono gli angeli ribelli, un mito, un simbolo di narrazioni ingenue, ma anche il tatuaggio di qualche biker che si rappresenta selvaggio. Quell’inchiostro multicolore lo rappresenta o forse nè è il punto di riferimento, l’idolo a cui pregare, l’eroe a cui aspirare, il personaggio da interpretare. Nella convinzione che una volta scomparso l’eroico sacrificio collettivo per il bene sociale, bisogna  essere almeno qualcosa oltre il martirologio della propaganda delle spiccate personalità, dei buoni, dei bravi. Essere, dunque, l’autore di un’entità con personalità e lì rinchiudersi in attesa di un’altra fantasia che sia meglio della solita, noiosa e squallida verosimiglianza alla realtà.

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  1. 3 novembre 2011 alle 13:54

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