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Certe ore sono un dono parafernale di Malinconia

Crescita interrotta, volere l’impossibile. Facile essere infantili, ogni ora un dramma d’amore assoluto oppure di odio senza fine. Mai, per sempre. Un attimo di distrazione e non c’è più nulla. Tutto si trasforma in definitivo pur rimanendo assurdamente caduco, mentre si susseguono culmini, si affilano lame e si affollano i plurali della “fine“, una dopo l’altra, conclusioni a cumuli che chiedono solo di essere  consumate, fino alla fine. Siamo sospesi nel cielo etereo di una gabbia di cristallo, attaccati al nulla da spessi fili metallici rossi, dondolati, alienati, compressi tra l’estasi della vertigine e l’acido gastrico della nausea. Non possiamo affacciarci oltre i confini aerei senza sentire il peso di occhi stanchi e quello di una leggerezza che in ogni dove ci tiene a galla, affondati lassù.

Poi un giorno viene la morte, poi la malattia. Poi le disillusioni, poi i compromessi. Essere miserabile, comodo come strisciare invece che gravare sulla spina dorsale. Obbedire meglio che progredire. Farsi del male meglio che morire. Il sistema ci ha fottuto, certo, ma si è colpevoli per una ridicola resistenza. Ogni volta che c’è uno specchio, c’è un servo, un buffone ebete che ride sarcastico e disperato, canzonando: lalala lalala lalala, blablabla blablabla blablabla

Le vostre zucche del cazzo che splendono di fiammelle arancioni, la vigilia, eve, gli spiriti,  i santi e tutte le superstizioni inutili, anacronistiche, importate a colpi di marketing o graziosi squartamenti al pomodoro per bimbi tenebrosi, tutto buono per il commercio. Invece, dietro i vetri, tetre e brumose cupezze indelebili massacrano ossessioni identitarie mentre la volontà vince sul corpo e il corpo sulla dignità. Come i cimiteri affollati di vivi e deserti di spiriti, lapidi per pargoli mai cresciuti sporche di lacrime trasparenti. Come lo scorso anno, come il prossimo. Tombe polverose con fiori di plastica sbiaditi dal sole e consumati dalla pioggia – impossibile dimenticarti – e travestimenti infernali per giovani vasi colmi di vuoto pronti al trucco della vitalità e alla minaccia per il possesso.

Si scava la polpa e si annerisce la buccia, una candela accesa per guidare le anime sparse nelle tenebre. Solo una notte, poi si ritorna all’incubo piano, steso pigro sotto soli luminosi. Infilato in ambienti domestici tranquillizzanti, dentro routine senza nessun rischio che si srotolano venefiche dietro la celluloide rosa della solita finestra. Altalene che ancora ondulano ma vuote, spingiamo da soli, non abbiamo bisogno di nessuno. Cadiamo e ci rialziamo, arriva la sera i richiami di madri altrui.  Non lasceremo mai il campo gioco, mai. Tratterremo il fiato, questa è una guerra di resistenza, la lotta per la dignità di una finta crescita, la pervicacia della volontà di prevaricazione, di abbandono delle regole, l’assassinio del superego senza neanche sbucciarsi le ginocchia. Desiderare senza corrispettivo, vivere senza responsabilità, essere protetti anche contro la proprio volontà, crescere puri, rendere sé stessi un dio, trasformare, alla bisogna, il proprio bene in altrui male. Fare tutto il possibile per volere l’impossibile, welcome home.

Indice di leggibilità: 53

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  1. 1 novembre 2011 alle 16:41

    I film horror riusciti hanno un ingrediente formidabile: alterazione della routine.
    Il ‘mostro’ giace sotto l’apparente normalità, insoddisfatto e affamato.

    • 1 novembre 2011 alle 18:45

      A me sembra che i ‘normali’ giacciono sotto l’apparente mostruosità, soddisfatti e sazi!

  2. 1 novembre 2011 alle 18:54

    Eppure mai come in questa epoca si sono manifestati disturbi come ansia, panico.
    La normalità stringe.

    • 1 novembre 2011 alle 18:59

      C’è un baratro tra il conscio crasso ma lieto e un subconscio inscheletrito che urla atterrito. Concordo, alla fine la realtà si vendica.

  1. 1 novembre 2011 alle 17:28
  2. 14 aprile 2012 alle 16:29

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