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Vacuo, Orfeo, si girò e si scoprì vano

Maerten van Cleve - La parabola dei ciechi

Non esiste una sequenza di atti che possa salvarti dai tuoi alibi elementari, dalle unghie mutilate, dalle occasioni sprecate. I tuoi investimenti finanziari splendenti – borse alte e gente bassa – come impotenza corporea contro la strafottenza del potere, la decadenza fisica dei giorni sui giorni come il metadone nella vena e la scoliosi della schiena. Tutti i succedanei della droga, la masturbazione mattutina e le macchie di nicotina inebrianti più dei più pregiati tra i più preziosi diamanti della borsa dei valori mondiali delle merci universali. Una biro con inchiostro di sangue per firmare autografi di mediocrità.  Tu credi in te stesso, nelle tue mani, nella tua saliva sulle statue degli artisti e hai anche fede nello sconcerto per la mancanza di talento, nel badge infilato in settimane sempre più uguali, sempre più macilente, senza lampi nè cadute, con calendari piatti e i tramonti tutti uguali. L’emozioni digitali e tutti i giochi perianali delle menti migliori della mia generazione, morta in culla, senza identità e senza lacrime terze.

Essere devastati ma contenti, perchè questo stare di schifo renderà allegro qualcuno. L’apice della dis-ispirazione senza voglia di dire nulla, di fare alcunché se non vomitare odio sul pane perduto, sulle macchie di grasso sul telecomando, sugli antidolorifici nella vetrinetta del bagno. La pioggia che scorre, l’odio a flutti negli armadi e la nausea tra i cassetti. Il nero sopra i tetti. Oblia tutto senza reminiscenze, senza nessun riflesso di nostalgia che sia abbordato dall’abbandono. Verso la fine, in isolamento, se ci sarà un giorno di bruma sarà di nuovo marzo e poi nient’altro che mani che tremano mentre sversano acido su una art nouveau di vaghezza. “Mai e poi mai” dissi e dirai. Fall in, fall out. Qui – solo – non voglio sentire, non voglio svegliare gli incubi. Dove cadi, lì rimarrai per poi svelare tutti gli arcani delle metafore aracnidee nascoste nelle righe false che hanno senso unicamente per te. Canta forte, urla. Questo silenzio non fa alcun rumore nemmeno negli indizi che non vuoi. Infine arriva un arco riflesso del cuore che cancella tutto. Tutto.

Dio non esiste e io invece sì. Due disgrazie a cui opporre una dose di silenzio per il dolore e un pugno di parole per il colore grigio della possibile presenza. Un ‘altra domenica di alienazione (ti ricordi esattamente cosa hai fatto la domenica scorsa?). Sii te stesso, muori, se puoi, se no, almeno, scompari, giusto per il lasso di tempo necessario per scordarsi quanto insignificante è. Fallo per te o per i tuoi cani, o addirittura per i tuoi cari, per la tua famiglia, per le tue puttane o per il vecchio che vedi ogni giorno in attesa che apra l’edicola alle 6.30 del mattino. Porte a scomparsa, mobili a incastro, riproduzioni famose su carta, è un mondo solitario però è affollato. Sii te stesso, anche se sei un inetto, chi tace perde sempre e tu stai spesso zitto quando non piagnucoli verbosamente.

Il lettore lo dovrebbe sapere che in questo marcio si affonda e non c’è redenzione, non c’è uscita, non c’è guarigione. Nessuna salvezza, ma questo era scritto anche nelle istruzioni di montaggio che nessuno legge perchè, giustamente, a nessuno importa dell’altrui male perché ciascuno ha il suo da accudire o qualche straccio da ricucire, per poi ricoprirsene sotto uno strato di medaglie di latta che tutti gli sciocchi ammireranno. Proprio quell’ottuso rimirarsi degli ingenui e dei semplici negli specchietti luccicanti genera orrore e solitudine, allora si chiudono gli occhi e le orecchie, ci si rincantuccia in scuse salate al disprezzo o ci si appallottola in placebo guarniti di mutismi. Finalmente difesi si può sorridere di ogni meschinità protetti dalla dolce placenta dei propri confini cranici. In quel vuoto consolante vige il silenzio siderale, le voci si fanno fioche e tutti gli sguardi sembrano spenti di eroina, qualcuno avrà pur voluto dirmi qualcosa ma io non potevo sentire nè capire. Oppure sono solo altre scuse – puerili sarebbe l’aggettivo canonico ma forse sarebbe meglio senili – forse non ho mai capito per limiti intrinseci e proprio per questo, in qualche modo oscuro, si rimane travolti dall’incomprensibile sensazione di sentirsi esistenti, un’emozione piatta che vibra da qualche parte nel tridimensionale del cosciente, subcosciente e incosciente.

Il mito narra che quando lo sguardo vacuo di Orfeo si pose sui sogni neri rimase sconvolto tant’è che, anche se avrebbe voluto suonare una musica sublime che esprimesse la pietas per la perdita dell’intero mondo, rimase muto, agghiacciato dal scoprirsi scarnificato, senza voce, incapace di comprensione e senza più la presunzione del proprio dono che non fosse ridotta a ridicola e inutile vanità.

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