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La perseveranza del capoverso mancante (1, 2, 3 inganno)

Sì, ma… Fate attenzione ai complimenti. I complimenti uccidono. Il leggiadro svolazzo di parole pesanti elargite con leggerezza, esattamente come il flautato fluire incontrollato di apprezzamenti, è una trappola crudele, il gioco sadico di anime brulle. Non esiste fuga al tragico destino delle aspettative montanti, a quel surreale giostrare senza costrutto delle lusinghe spese per fini celati o per superficialità di pensiero. Incapaci di giudizio o dissipatori di valore semantico, servili a prescindere o adulatori professionali, in ogni caso sono dispensatori di contagio, tutti miseri spacciatori di cioccolatini ripieni al cianuro per immuni al fiele, ma diabetici.

Il nemico numero due è il consenso, il prestare acquiescenza all’esistente, il baratto meschino di quel che esiste rispetto a quello che si voleva. L’artificiale prestare fede assoluta ai propri desideri falliti e poi mutati al disastro, l’ambiguo destreggiarsi tra la difesa della coerenza  di sé di fronte all’assurdo del nostro agire e avere solo voglia di urlare e mutilarsi. Riuscire a fare sorridere le discrepanze cognitive rendendo il disagio carburante per la motivazione personale e l’ambizione sociale. Trasformare la malattia in profitto collettivo. Non sputare allo specchio, non aprirsi le vene, non mettere le bombe. No, invece alzarsi, essere produttivi, dormire, mangiare, ricominciare e dire buongiorno, grazie, prego, ancora. Fino alla tomba, quella fatta di terra.

Terzo nella fila dei cadaveri si presentano le immagini mentali della realtà. La ricostruzione funzionale di un organismo sociale, la recita seriale che viene cantata tre volte al dì come una supposta per le buone maniere. Ciò che vedi, è e non può essere diversamente e per sempre. Questa anomia interna asservente al grigiore della mediocrità da catena produttiva e riproduttiva, questo riflettersi nelle acque reflue dei nostri stessi scarti e delle favole menzognere e sleali è il silenzio complice dello sgherro verso il sicario.

D’ora in poi gratis: quarte giungono trafelate le emozioni – che non esistono1 – quinte le promesse cioè quegli intenti che, indubitabilmente, non seguirete. Potete ingannare tutti tranne voi stessi – che peccato! – e, giunti a quel punto di miseria, potete solo contare su una memoria breve oppure mettervi a provare a cancellare il passato e riscriverlo senza inganni, ma solo come prova letteraria, giusto per aggiungere dolore al dolore.

Ultimo e glorioso arriva il capoverso mancante. Sempre presente e sempre perseverante. In ricordo degli errori, le mezze verità e le quasi falsità, le bugie a fin di bene. Non è vero che si sta meglio nell’ergere i muri delle precisazioni con i salvataggi degli eufemismi. È come seppellirsi vivi. Il venirsi incontro per evitare la rottura, mediando per il quieto vivere, cercando di preservare uno status quo dove viene bandito il conflitto facendo sventolare il vessillo dell’asservimento. È solo un inquinamento d’anima, avalanche di sterco.

Che sia più nobile o no, bisogna sfoggiare con orgoglio la radicalità del giudizio, il cantilenare tranchant, l’estremismo dei sentimenti al fine di imporre una realtà diversa che superi la noia dell’equidistanza, delle parole finte che tutti sanno essere finte ma a cui nessuno interessa che tali siano. Farlo non perché sia utile – non lo è per nulla, anzi, è dannoso e disperante – ma farlo per restare vivi, per non appassire nella mediazione continua che allontana dalla realtà e che rende tutto un gioco di immaginazione, come se respirare fosse una funzione vitale destinata a perpetrare una distorsione continua nei labirinti degli specchi dell’ipocrisia e della viltà. Farlo a proprio discapito perché l’utile non può diventare l’unica categoria di giudizio che guida la vita degli animali a sangue caldo.

Se c’è da affondare, si affondi, se c’è da stare soli, si stia soli. Forse, astraendo tutto, è solo infantilismo, ma non importa, bisogna sbagliare, perseverare negli errori quando il comportamento corretto è solo morte soffice.

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1 Questa mancanza di emozioni mi e-moziona: Mettetevi comodi perché questo post vi emozionerà. Quali emozioni non è dato sapere, emozioni generiche, uno stato emozionale generalizzato del corpo e dell’anima. Lo stesso di quando sentite una canzone che vi emoziona, una foto che vi emoziona, uno scritto che vi emoziona. Uguale all’appagamento che vi dona un prodotto di mercato (riempito di valori da esperti di marketing) che vi fa sentire orgogliosi e grati del possesso (o vi ha cambiato la vita?!). Simile a una parata studiata nel dettaglio con tecniche da dittatore sanguinario che colpisce il nostro spicchio di psicologia delle masse. Quasi come lo struggimento erotico di fronte all’uomo di potere, al ministro onnipotente, al mafioso. Come la riverenza per la potenza dei malavitosi, il plagio del guru carismatico, alla devozione verso i fingitori con le stigmate, all’invidia mista ad ammirazione per gli arricchiti con il malaffare e la malversazione. Quasi come le lacrime versate mentre guardavate i funerali degli eroi, dei martiri, dei capi spirituali, delle principesse, dei divi pop. Vicino all’indignazione per la bieca crudeltà dei terroristi che hanno infierito/torturato/stuprato suore/bambini/donne (a seconda dei differenti copioni di warfare information). Meglio detto, qui si perora una mozione elettronica, una e-mozione per l’abolizione delle emozioni. Da sostenere con forza per salvare le stesse, per mantenerne l’esistenza perché a questo ritmo di moltiplicazione non è possibile mantenerne l’equilibrio malthusiano. Se tutto vi emoziona in realtà non vi emoziona nulla il che non è particolarmente emozionante. Voi direte che chi scrive è un mostro alessitimico e può essere anche vero, ma la sostanza non cambia.Qui non proviamo emozioni e ne andiamo fieri. Non ci fa rabbia vedere l’umanità depauperarsi, non ci fa paura lo sviluppo insostenibile, non ci dà tristezza la prostituzione dei sentimenti, nessuna gioia quando muore un dittatore, non proviamo sorpresa per un gesto di cura verso la cultura, non attendiamo trepidanti le decisioni che ci possono cambiare la vita, non proviamo disgusto per il mercimonio di ogni valore e non accettiamo la nostra frustrazione da microbi nell’universo. Nulla di tutto questo, un muro non-emozionale. Nulla di nulla se non uno stanco trascinarsi da un giorno a un altro, da un surrogato a un altro, da un sorriso finto a una pacca forzata. Addirittura, oh meschinità, non ci emozionano le vostre foto insulse, non ci fanno tenerezza i vostri gattini, non ci indignano le vostre sacrosante raccolte di firme. Ma ancora di più non ci emozionano le testimonianze del vostro matrimonio, non ci eccita la vostra ultima conquista erotica, non ci coinvolge il vostro ultimo discorso al comitato del quartiere. Tendenzialmente non ce ne frega nulla, siamo atoni mentre spergiuriamo che ci emoziona mentre tra un decimo secondo sarà completamente dimenticato, archiviato senza nessun eco, cancellato senza lasciare traccia, nessun interesse. Il vostro spernacchiare i brutti e i cattivi non è poi così originale, il vostro video mentre sciate non è indimenticabile. Non ve ne siete accorti ma i bestseller non possono emozionare perché sono architettati a tavolino e tutti i melò hollywoodiani – che vi fanno piangere – sono solo artifici costruiti secondo precise tecniche che colpiscono in basso. Non esiste alcuna emozione, milioni di morti innocenti non vi tolgono l’appetito, inaccettabili ingiustizie non vi tolgono il sonno. La bellezza non vi conturba fino alla sindrome di Stendhal, vedere il vostro paese depredato non vi fa impugnare le armi infuriati. Le foto dei tramonti non vi riempiano di una gioia tale da voler abbracciare il ragazzo immigrato che vi vuole vendere un accendino tremante di emozione per la vostra umanità e generosità. Siete incapaci di piangere ed essere scossi dai brividi per una canzone. Non riuscite a essere trasportati dalle pagine di un romanzo o a immedesimarvi in una storia che vi hanno raccontato. Da tempo non provate più nulla ed è completamente inutile continuare a riaffermare il contrario, come dei robot etero-comandati capita che qualche neurone a caso rimembri che un dato stimolo dovrebbe emozionarci e allora pensiamo e poi diciamo e poi scriviamo che lo siamo. Ma è una fandonia, una balla auto-protettiva, un meccanismo di difesa a cui neanche voi credete. Siete dei mostri, lo siamo tutti e se non suona bene bisogna lo stesso farsene una ragione. Per questo bevete e vi fate le canne oppure vi stordite in discoteca o di tranquillanti o di sonniferi è tutto uguale, la roulette e lo sport estremo, la visita in cimitero o il volontariato con i più umili. Automatismi e non reazioni, meccanismi ridondanti e non espressioni. Siete solo un muro bianco, veramente emozionante. Indice di leggibilità: 49
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  1. 11 ottobre 2011 alle 17:32

    …checché tu ne dica sei un paletto tra le ruote.

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