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L’ossidazione dell’identità non è cattiveria, è mancanza

Siegfried Zademack - Das experiment mit der schwerkraft

I. Qui non vi è mai storia (unhappy people have no stories)

Questa è la storia di due parole che vennero esiliate… no, questo sarà un altro post.

Questo è il riassunto di tutti i post precedenti: un giovane disadattato, proclama il proprio male ammorbandosi di parole vuote fino a che diventa un disadattato non più giovane. Poi si è liberi di cercare il senso di tutte le parole che non verranno lette per poi, ulteriormente, districarsi su profondità che non ci sono e su significati nascosti talmente accuratamente da non esistere.

Questo è il terzo inizio. Lo scrivente scivola tra indolenza e ripugnanza, con la sensazione di voler dire tutto e concludere nel nulla. Mille aborti di idee che scompaiano velocemente, contenitori originali per il solito vuoto. E non riuscire a trovare più neanche imbarazzo, non sentire scorrere neanche lontanamente un guizzo di dignità per cancellare tutte le inutili verbosità ombelicali. Troppo lontano da tutto per provare vicinanze, la sfera intima che si allarga da 30 cm a 300km ed è così difficile darci un taglio, smettere di amare la malattia e di intessere voluttà erotiche con la propria tetra weltanschauung.

Questa è la storia di colui a cui non interessa nulla, una storia che non interessa a nessuno, per contrappasso, per logica, per molteplicità infinita di stimoli. Tutto è uguale a niente.

II. La veglia su tutte le ricerche casuali provenienti da Google

Il risveglio ci cade addosso senza pietà, un crollo verticale e morte per schiacciamento dei sogni. Esco, le sigarette nella tasca*, i Katatonia nella testa. Buio, sei e trenta del mattino non è orario da colletto bianco anche se non ha colletto. Semafori gialli lampeggianti e strade deserte, punto di osservazione di operai in bicicletta, sentire di sfuggita le bestemmie degli operai dentro i bar, l’aroma del cornetto e il fruscio del giornale locale. Questa è la mia città, la mia società, i miei consociati. Tutto questo si estinguerà. Luci delle città che vanno a estinguersi, con nuvole minacciose che si sono ingoiate la linea del cielo. La mancanza di entusiasmo dicono sia il sintomo di una patologia, esattamente come i fascisti inquadrarono il disfattismo nei reati. Si potrebbe dire che nella società del 21° secolo si punta ad apparire belli, non dormienti e non morienti. Bisogna combattere i radicali liberi e non ossidarsi. Essere umani di tutto il mondo occidentale, non ossidatevi! Ma nonostante gli ottimi prodotti io, nel mio piccolo, voglio ossidarmi. Terrò rughe e capelli bianchi. Cullerò mortalità e segni del tempo non fosse altro come promemoria. Esco presto la mattina così da riuscire a evitare parte dell’assurdo estetizzante dell’ora di punta. Punto.

Dopo sono andato al Centro unico per l’identità (CUI o de cui) e ho presentato domanda di esilio, umiliandomi, implorando un’esenzione, rappresentando la volontà che finisse l’immunità dalla confusione. Un burocrate inflessibile mi ha risposto: “Lei, Progvolution, non ha scampo”. Sarà forse la logica della colpa o forse un’enorme innata deriva alla coerenza, sta di fatto che me ne sono andato mogio non prima di aver appiccicato il fuoco allo fondamenta di quello stabile che non voleva rendermi instabile. Questo è il mio tempo e quindi lo posso sprecare. Perdere tempo a leggere e ad ascoltare musica mentre fuori pulsa la vita vera, gli aperitivi e i centri abbronzatura. Sprecare tempo senza agire, mentre in Piazza della Repubblica – esiste in ogni città, vero? almeno la toponomastica elargisce qualche certezza – si stanno preparando i roghi per gli eretici. Il tedio è un altro modo di morire e il disprezzo è solo un altro modo per sfuggire all’assurdo decantare dei giorni, repeat senza skip, mentre l’assedio si fa stringente. Mentre cercano su googlele tette più grosse del mondo”, “come diventare intelligenti”, “non voglio essere triste”. Il motore di ricerca spara risposte certe mentre io rimango senza nessun punto di riferimento ma solo con un taccuino stracolmo di insicurezze su ciò che merita, su chi mi apprezza e su chi apprezzo, su chi mi ama e su chi amo. Insomma l’inizio di un racconto di cui si conosce solo la fine ed è, c’erano dubbi?, un epilogo tragico.

III. Mancanza e istinto

Ma prima di soccombere c’è del lavoro da fare. Con gioia sarcastica svuotare di significato ogni cosa, dipingere la miseria sulle espressioni vuote degli automi ripetenti frasi fatte. Osservare con soddisfazione l’ironia cadere nel vuoto, rimbalzare i luoghi comuni e cadere nell’abisso dell’altrui comodità mentale. Siamo tutti amici dell’ipocrisia e, anche se non serve, bisogna farsi una risata demoniaca sulla costruzione di un altro mattone di vuoto nel muro della anime morte. Non è cattiveria, è mancanza, mentre oggi si cerca di dare un senso a ieri, mentre gli zombie ti tolgono un senso all’oggi. Non è un controsenso, si costruisce la vittoria resa su resa. Correre via veloci, scappare, senza dire addio a nessuno che tanto lo si era pronunciato (addio senza dIO) al momento delle presentazioni. Poi diranno “è scappato come un ladro” ed è vero perché la dignità è un furto alla diluizione dell’inutilità di ciascuno nel liquido amniotico di una società attaccata alla flebo della retorica. Verranno i giorni, ma saranno troppo tardi, si abbandoneranno le cave per i moai, ci saranno rivelazioni sul letto di morte, appariranno cristi e madonne a tutti i bigotti, falliranno stati, matrimoni e inseminazioni artificiali. Cadranno alberi, si scioglieranno ghiacciai, saranno avvelenati i fiumi. Saremo troppo vicini per vedere o troppo lontani per coglierne il senso complessivo, capiremo troppo tardi, il bivio sarà superato, la gioventù sprecata, la vita finita. Eppure l’avevamo intravisto e poco prima dell’attacco delle prime note del requiem avremo l’intuizione definitiva.

IV. Assiso sul trono dell’alienazione

La mia sedia da nerd è una sedia cinetica, una sedia elettrica per elettrocuzione da solitudine. Quindi non c’è più motivo di cercare, nessun motivo per dibattersi tra le onde o stare sulla riva per aspettare l’arrivo di flotte affondate da tempo. Nessun motivo per scegliere, per spendersi, per splendere. Nessuna ragione di mettersi in mostra, di dire “mi piace”, nessun senso per mostrarsi umano. Ora che sappiamo che il tempo è finito possiamo fregarlo ignorandolo. Runaway. Questi i contorni fumosi del mito che si formano quando cominciano a scolorire le poche foto esistenti di una creatura mitica non per qualità, ma per lontananza. Come diceva il Buk non è cinismo ma infelicità, e non c’è veramente nessuna ragione per stupirsene. Una parola tabù che corrode tutto il significato del consumo, della produzione e della superiorità primomondista. Poche sillabe per svuotare di appetibilità il sesso, il denaro, il potere. Un solo passo è il baratro si avvicina. Una sola parola per essere sempre più odiosi, magari due, magari giustamente esiliate dalla comunità. Ogni giorno è una stilla di veleno per far crescere i fiori del male dentro il giardino delle depressioni emotive. Questa è la storia noiosa di un’arroganza stracolma di ragione e di un cinismo inevitabile. Penso che sia la verità, ma le verità sono materia fragile ad accumularle fa aumentare il rischio di spezzarle e i frammenti di verità sono, all’opposto dell’intero, insani. Le verità sono antipatiche, la maggioranza socievole e cordiale preferisce i dubbi, ma non quelli dettati dall’intelligenza ma quelli di vuoto e ignoranza – ho visto gente citare “Froid”, ho visto l’umanità finire ignobilmente nella fogna del pressapoco e delle cose belle e cose brutte. Coloro che cancellano si deprivano, buon per loro. Alimentiamo reciproche abitudini paranoidi, nascondiamo la vita privata e facciamo bene perché a nessuno gliene frega nulla e cotanta indifferenza sarebbe mortalmente imbarazzante. Tutte le immagini scolorite che si sono consumate in sguardi di rimpianti insieme con tutte le parole accumulate in luoghi di infelicità ci portano qua, ai riassunti, agli spunti molteplici che scivolano su una sola impronunciabile parola. E sia! Seppur mi manca tutto, non lo voglio.

Indice di leggibilità: 54

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  1. Frenky
    27 maggio 2016 alle 19:20

    Bello leggerti. Fa sentire meno soli. Mmm. Siamo in molti in realtà a condividere qs Spleeeeeen. Solo che ci si incontra raramente. Come mai? Le masse pecoraie ci spaventano troppo forse, più dei regimi odiosi. Come al tempo del Reich. Non mi ha mai sconvolto l’idea dell’esistenza di un folle criminale ma di intere masse che lo seguivano ciecamente. Cmq, è bello leggerti, ripeto. l’intensità dei tuoi scritti meritano più tempo nella lettura ed io ora devo banalmente fare una doccia. Tschussssss Prog.

  1. 1 novembre 2011 alle 17:28
  2. 14 aprile 2012 alle 16:28

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