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Verranno giorni di passaggio

Robert Morris: Untitled, 1968-1969

Se potessimo dirci addio in un giorno di pioggia – come oggi – sarebbe perfetto. È il perfezionismo quello che ci rende speciali, l’amore per i dettagli drammatici che tanto bene adornano i ricordi. Siamo gente di passaggio senza nessun luogo a cui appartenere, appena delle cartoline scolorite dimenticate nel giubbotto invernale che dovremo, a breve, tirare fuori dall’armadio. Siamo la leggenda mai narrata dei più umili sopravvissuti di un popolo scomparso. Niente di meglio di galoppanti dimenticanze per cancellare la storia e smettere di credere, chiudendo cassetti e sbattendo porte. Bruciando tracce e maledicendo il detto. Questioni ombelicali prive di interesse, parole che suonano subito vecchie. Non ci saremo, non verremo a condividere questi giorni transitori, non seguiremo – per inadeguatezza – la congerie di fili conduttori che ingannano conducendo in vicoli ciechi.

Cadremo ancora in grovigli di abbagli mentre infuria il buio completo, lampi che condurranno alla disintegrazione delle certezze perché quello che dovevamo dire l’abbiamo detto e l’indifferenza conseguente non ci ha stupiti. Nessuna amarezza, ormai, perché ci siamo perduti al punto di non saper più l’origine e le radici non ci interessano più. Ripetiamo gesti di un passato recente ma adesso non hanno più significato, se mai l’hanno avuto. Queste malinconie leggere pesano di più ora che abbiamo tradito una promessa, dandoci in pasto ai cannibalismi delle incoerenze e degli inganni.

Quanto pesano le parole vuote che si ripetono, quanta noia per i concetti che si ripresentano e nessuno che voglia risolverli, nessuno che voglia provare a salvarsi dal naufragio. Lancette che girano torte in percorsi obliqui inintelligibili – né orari, né antiorari – in un percorso puro, senza destinazione. Verrà pure un giorno, verrà un regno di conforto e di consolazione, verrà di tutto, si ripresenteranno i pieni e i vuoti, i drammi falsi e gli inutili melodrammi. Ci saranno spettatori che piangeranno le lacrime finte, riciclate come lacrime d’amore, mentre altri applaudiranno concupiscenti e struggenti in scene isteriche di autocommiserazione. Verranno, di nuovo, tutte queste transitorietà e non sappiamo se qualcuno sarà interessato, forse, infuriando la peste anaffettiva, questo lavoro sporco lo lasceremo ai monatti e agli immuni.

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