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Nom de plume per vigliacchi

Giuro che i miei occhi hanno visto onde schiantarsi sugli scogli come silenzi che si infrangono su un muro di parole menomate alla stregua delle emozioni monche di un anaffettivo. Certo la brezza, certo l’aria fredda come una cortina di vuoto tra la terra e il cielo, certo gli spruzzi improvvisi ma nulla riesce ad avere più senso di tutte le volte che ho visto cadere e di tutti i più acuti momenti misantropici che mi fanno compagnia senza nulla pretendere. La fine del mondo a un solo passo lungo la linea retta che divide un continente morto dal tutto della vita che, a ben vedere, sembra una versione goffa del nulla.

Il destino qui è così sconfinato che sembra semplice scomparirvi dentro. Questo mare di trascorsi e di trasporti, questo liquido inzuppato di ricordi, di storie e di leggende di marinai, di morti annegati, di transfughi falliti e di ambizioni naufragate, questa massa d’acqua che circonda e minaccia nascondeva metafore possenti dietro brume grigie, celando l’orizzonte nella foschia dando così l’impressione di stare scherzando. Là, da qualche parte, c’erano stuoli di messia che affogavano nelle acque, lì, tra la superficie e il primo sprofondamento dei flutti, si adagiava esanime la madonnina del buon viaggio. Ma il viaggio sa essere incubo e – sorpresa – non si esce vivi dalla vita.

Su schermi di infinito ho rivisto mia madre piangere contro la mia ostinazione e mio padre cercare di fare da paciere fino a implodere nella furia di un impossibile autorità. Affogavamo nelle pozzanghere mentre intorno un mondo asciutto rigurgitava fango per tutti i radiosi giorni futuri. Come una trama scritta per sadismo, come un lento acclimatarsi al mal di quota di lande rarefatte nell’ossigeno. Facendo finta di non soffrire, abiurando la sindrome asintomatica che simula il sentirsi felici. Risentire l’anossia da panico, percepire di nuovo l’atto di affogare con la fierezza lesionista e di non distinguere la terra ferma o qualunque avamposto umano, anche inabitabile. Molti eroi affogati hanno bronzee statue gloriose sulle rive asciutte, eternati mente mirano le maree che li hanno uccisi per sempre, un crudele omaggio.

Passi lenti pressati da un freddo repentino, goccia a goccia ho rivissuto il mio percorso di male, riscrivendo mentalmente, ripetutamente, un tragitto lento per rigettare tutto, atti di forza passiva per rinnegare il sangue e spergiurare i credi con le parole violente e con le bugie assolte dallo scopo. Tutte le strategie di autonomia che si sommano alle tattiche del disgusto. Il senso rivoltoso di essere altro e lo stomachevole arrabattarsi in inutili routine, schifando con educazione, disprezzando con silenzio. La gente non esiste, solo un fiume di anonimi, solo degli ostacoli nel tragitto, affluenti inutili di manichini. Troppo facile stare bene da soli, abbastanza necessario, mediamente odioso. Ma alla fine nulla sembra contare e lo si capisce completamente scorgendo i confini di addomesticamento, le linee della morte che dividono l’asciutto dall’oceano. Al punto di non ritorno, allo scadere del tempo, alla fine della luce, lì, in coordinate inutili, separati dall’immenso e isolati dal finitimo, finisce la fuga.

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