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Sguardo entropico sulla fragilità

Bisogna vedere per credere, ma io comunque non voglio sapere nulla di questa vita circolare, di come si torna sempre al punto di partenza e di come il cuore si insabbia sempre nelle stesse secche, le stesse gabbie, le stesse debolezze da adolescenti increscibili. Bisogna andare in culo ai lupi per sentirsi vivi e ritrovare quelle poche emozioni che ti fanno sentire non alieno, non post umano, che danno un senso alle fughe vigliacche e agli inseguimenti  pindarici di un senso sempre più nebuloso. Messere, bisogna salire per vedere la vallata limpida, con la chiarezza di un ossigeno appeno un po’ più puro del solito, con un angolo visuale più ampio nonostante la pioggia e gli anni passati e i capelli bianchi. Quassù le stelle sono limpide e luminescenti di kerosene, qua non c’è nulla eppure ora è il luogo più importante di tutta la tua vita. Questa piccola folla sembra esserci ma in realtà c’è solo uno, un bambino stracolmo di sogni che rivuole i brividi che gli hanno rubato con ragioni fondatissime e magistrale garbo.

Il marasma dopo l’attesa e le domande dopo le emozioni – esistono qualcuno le ha provate – perchè se giungi a un picco devi essere pronto alla discesa, down and blues baby. Con la dovuta attenzione si può sopravvivere a ogni realizzazione riuscendo a digerire ogni conferma, ci si può riadattare al grigio anche dopo il caleidoscopio e ingoiare il mal di terra dopo che il mare si è ritirato. I vincenti si prendono tutto, ma non sei mai tu, ti verrebbe da dire per fortuna, almeno per vezzo o solo per consolazione. Quando la vita ti regala qualcosa forse è proprio il momento di parlare di mal di vivere nonostante l’imbarazzo di essere sinceri quando l’universo gradisce gli eufemismi. Verrebbe da buttare via le metafore del viaggio e della distanza, cancellare le stelle e annerire i sorrisi perchè l’unico modo di amare e mostrare quel granello di verità che ogni tanto si scorge quando sei messo al muro e lasci che il dolore penetri di soppiatto con la gioia. Lasciarsi cadere dopo il salto e guardarsi mentre si cade a pezzi con le difese saltate e le convinzioni basse. Il punto zero che amplia lo spettro della comprensione riducendo i margini assoluti dell’incomunicabile unicità di ognuno, almeno fino a prova contraria. Scorre il sangue di un giudizio benevolente e nei polmoni circola la brezza gelida delle colpe proprie che oscurano quelle degli altri. Ricordarsi di quanto si ha bisogno di qualcuno che ci ricordi quanto siamo piccoli, quanto spreco facciamo di noi e quanto il tempo ci giochi contro. Banalità fondamentali.

Ci si rotola in questo baratro ed è un fatto assolutamente personale perchè il mondo può risultare addirittura innocente e qualcuno dovrebbe mettersi a raccontarlo rinunciando alla sintesi dei contrari. Tutto il tempo è sprecato mentre il vuoto si fa forma sociale ma qualcuno potrebbe fare archeologia dell’umanità, chiudendo gli occhi e fermando il tremolio delle mani. Ci vorrebbero studiosi che aiutino ad affermare tutte le nostre debolezze, forze inedite per condividere la pochezza con percorsi emozionali di accettazione perchè, se no, non cambia niente e non si va avanti, ogni lutto rimane senza elaborazione e ogni giorno langue senza ragione. Le proprie idiosincrasie potrebbero essere intolleranti e i propri gusti potrebbero essere contestabili, i verbi condizionali potrebbero sgretolarsi. Tutta la rabbia che ti tiene insieme è giustificatissima e inutile. Tutto l’amore volto in odio è vitale ma fallimentare. Appare allora chiaro che nulla riesce a far da sintesi tra lucidità ragione e corruzione dei sentimenti. Alla fine la confusione si stempera in lunghi silenzi, un’assenza di rumore che si estende per kilometri da ovest a est. I suoni si fermano, il luoghi si allontanano mentre tutto ritorna nei soliti binari, la quiete scivola nell’ansia e l’amore convola con le utopie mentali, tanto ormai conosciamo a memoria tutti i nostri sogni fragili e non sappiamo imparare come non farli spezzare. Destini sbagliati e errori semplici, controllo perduto e speranze dimenticate, tutto sempre più vicino, sempre più profondo. Orizzontarsi dopo la caduta, levarsi la polvere di dosso e cercare di individuare da quale parte si trova l’oceano e la fine della terra. Da quella parte, forse, trovare qualche altro granello. O anche no. Bon voyage

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  1. 14 aprile 2012 alle 16:28

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