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Quasi un fado per schianti di alianti

“Occhi cerulei” aveva sentenziato la sportellista, ma fuori il cielo non consentiva alcuna serenità ma solo una cangiante brumosità striata di schianti cupi e densi grigi d’afa. Questo vorticoso svuotarsi dalla rabbia verminosa al vuoto festivo stava scavando il corpo per ricavarne un guscio vuoto, un carapace trasparente da rottamare con la lieta serendipità propria del moribondo amorevolmente assistito da un tanatalogo ben stipendiato. Tutto andava male, come sempre, ma non pareva importare a nessuno almeno fino a che la temperatura non fosse scesa sotto i 27 celsius. A volte si imparano cose.

A coloro ai quali ci proponevano forme di vita alternative a quelle umane abbiamo riso in faccia dichiarando la fine dei mondi in una pantagruelica supernova di pianeti inumani esplosi, nemesi di catastrofi planetarie a cui accompagnavamo il racconto di sogni ricorrenti di carezze lascive al bottone che avrebbe causato la distruzione finale, fumando, nell’attesa, un’ultima – splendida come non era mai stata e, definitivamente, mai avrebbe potuto più essere – sigaretta ascoltando Coma White. Ma queste visioni apocalittiche non ci turbavano presi dalla consapevolezza consolante che anche un insensato mandala nichilista poteva essere una religione rispettabile per la fiumana di sbandati che non riuscivano a ipotizzare un mondo migliore di quello che odiavano esasperati mentre si crogiolavamo in una rassegnazione antisociale condita di ebbrezze spesso edonistiche ma, più verosimilmente, disperate come lenti suicidi. A volte si imparano cose su sé stessi.

Nonostante una sfiducia generalizzata nel genere, si era giunti all’osservazione che vi sono uomini che riescono a vivere solo di sogni senza sentire il bisogno di realizzarli, dioscuri che dopo ogni fallimento ne costruiscono uno ancora più grande e ancor più fallibile, sopravvivendo solo di sé stessi al di fuori della realtà perché essi sono irreali. Senza aver bisogno di nessuno per sopravvivere, non avendo mai la necessità di una spalla su cui piangere, aborrendo le paroline d’incoraggiamento gratuito. Volontà granitiche che non partecipano alla perversione sociale dei balli corali di dolori personali. Tutte le eversioni si estinguono a frotte disordinate perche minate alla nascita da un senso di colpa originario che avvelena il terreno come un vetriolo sistemico. Allora attenuare l’odio per persone, schemi, istituzioni e modi tribali ma senza arrendersi alle cazzate dell’amore universale, del merito individuale e del sacrificio per qualcosa o qualcuno. A volte si imparano cose diverse.

A volte si riesce a superare il momento dei proclami e ci si butta in quel brodo primordiale e ingannevole che è la realtà. Di buon mattino si attraversano strade deserte di uomini e rade di macchine quando l’alba temporeggia impaurita dall’atrio destro vuoto come il pneuma tisico di quello sinistro e intanto l’emisfero destro invade quello sinistro come un tao disastrato dal consumo di anima in ricerche impossibili. Quando sapremo cosa vogliamo lo descriveremo minuziosamente nel mentre ci si può lasciare cullare dal male dentro che si assottiglia per diventare nenia, piccole morti in chiave di dismissione di sentimenti mentre impazza un conforme torpore. Del non-senso di una scomparsa parziale che più correttamente dovremmo chiamare diminuzione o consunzione forse, per arrivare al dondolare psicotico, ciondolando la testa suggendo il dolce grumo nero in fondo alla gola fino allo sfinimento delle resistenze emotive. A volte si imparano cose inutili

Sono respiri difficoltosi causati da questo ossigeno urticante fuso in un’aria ferma in tonalità minore, pletore di mendicanti autocommiseranti strisciano nei crocicchi strategici cercando di scroccare una sigaretta o il corrispettivo di un caffè. Moti ascendenti di terre basse per uomini sfollati dai loro progetti che, senza nessuna difficoltà, cominciano a capire perché – da sempre – i popoli vedono nelle droghe rituali un’incarnazione di dIO, l’unica possibile, come una sorta di indizio credibile e, parallelamente, riescono a vedere la morte con fastidio unicamente in quanto elemento di interruzione di programmi ben strutturati e, sulla carta, grandemente appaganti. Il destino della separazione alleggerisce mentre si precipita ascoltando gli echi smunti dei canti struggenti del popolo piangente. Scorre il sangue mentre si emigra da sé stessi e senza accorgersene ritorna il buio, abbracciato dal silenzio, a nascondere le lacrime degli esangui. A volte si imparano cose nuove.

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  1. 5 novembre 2011 alle 21:47
  2. 14 aprile 2012 alle 16:27

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