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L’aggressione di un’angoscia canicolare

Questa è la grande stasi e in essa mi estinguo, non per gioia ma per dolore, non per convinzione ma per soverchia impotenza. I minuti si consumano già vecchi mentre tutti sembrano avere da fare e nessuno sembra comprendere come sia possibile agire, una cosa diversa dal seminare e poi morire aspettando crescere le piante per grazia del clima. Questa è la mia estinzione nell’inutilità delle cose giuste e di quelle sbagliate, nell’accaldato scegliere di fare o non fare, nella paranoia asfittica dell’incomprensione dell’altrui trastullo reazionario.  Nell’ora del tempo scaduto giunge l’appuntamento per apparire felici e organizzati, produttivi addirittura, per noi fortunati cullati dai ritmi sociali – benpensati e fondanti – per vivere buttando via il raziocinio e sopravvivere di follia in tempi impazziti in cui disvalore è valore e l’odio un surrogato d’amore.

Qualcuno ha voluto creare un valore, un emozione per categorie Eurisko, sventolando un coupon di lusso per poveracci frustrati, contentini per folle che bramano di essere sbranate dal proprio appetito insolubile, formule algoritmiche per essere tutti belli così da far scomparire il concetto di bruttezza (e quindi di beltà), lasciando agli altri, ai marginali, i tremolii affaticati per l’attesa di occasioni ritardatarie che segnano la consunzione degli orologi nella consapevolezza che l’essenziale accade quando è troppo tardi quando, cioè, il superfluo ha invaso ogni tessuto sano. Piazze vuote e strade piene, cuori drenati e cervelli pompati lustrando i pallottolieri memorandi per vedere se tutto quello che si meritava si è riuscito a sprecarlo completamente ma almeno in modo discreto, con le buone maniere necessarie a non turbare il ciclo karmico del come va?/tutto bene. In attesa di un’occasione o di un acquazzone con onde alte qualche decina di metri per finire nel cercare rifugio in spiagge desolate in cui raccogliere i detriti del naufragio di emozioni abortite.

Sembra una non-presenza e invece si è solo nascosti dentro un buco, un intestino riprovevole dove si celebra la vita ma si consuma il nutrimento, ripiegati su sé stessi cercando nelle ore vuote e negli scarti di cultura un significato all’accumulo delle ore in giorni e in mesi che scivolano insapore confondendo un anno con l’altro. Un passato disinnescato si prende gioco del futuro disarmato perché non è poi così difficile perdere un destino se invece di seguire le stelle ti fai inseguire dalle miserie terrene. Nell’incredibile incapacità di far decantare innumerevoli giorni di noia in un’indifferenza per la propria fine ci si ferma ad osservare il filo che si spezza e la candela che si spegne, una cappa pesante oltre il plumbeo dello spirito quando la temperatura diviene ideale per contemplare lo spettacolo dello scioglimento dei sogni e per il sogno di disfacimento.

Siamo troppo mortali così che la morte ci sorprende, la fuga precipitosa del tempo ci fa trasecolare e, guardandosi indietro, gli orizzonti sono troppo lontani per essere semplicemente offuscati. Sembra un’oppressione al petto, sembra un respiro che fatica a trovare via di uscita, sembra un complotto contro i puri di cuore, sembra un sangue troppo denso per trasportare ossigeno, sembra una prigione e, invece, è solo un tic tac, solo una bomba grossolana nel cuore malato degli orologi molli, sciolti dal troppo calore.

Indice di vanità: 46

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