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Maciste vs. P.

Emil Alzamora

Lo sappiamo, siamo pronti alle tenebre fitte che calano quando ci si lancia in ricerche esistenziali. La ricerca di una buona pizzeria, certo, ma anche il senso delle dispute di chi pensa che ha la divinità migliore dalla propria parte. Amenità. Qui siamo tutti morti aspettando il futuro che non ha avvertito del ritardo. Non fa differenza, tanto dovevamo scappare da noi stessi per dimostrare la forza di non aversi cari. Due o tre passaggi problematici e siamo di nuovo nel turbinio della lotta, un misto tra l’essere incompresi e l’avere ragione, in pratica il connubio alchemico tra avere o essere.

Preso di soppiatto dal soprassalto mesto della lucida e incarognita infelicità cinica ci si slancia, a volte, nel cazzeggio di un salto superomistico per negare la propria fastidiosa cupa malmostosità. Graziosi picchi di vitalità da cui poter cadere rumorosamente nelle bassezza solite, nel solito striscio,  grigio e cadente, fatto di lamenti e invocate iatture. Per smettere di avere paura delle ombre della notte e dei luminosi percorsi mentali degli uomini senza dubbi. Qui abbiamo ansia, qui ogni cosa ci inquieta eppure siamo in piedi pronti alla pugna.

File tragiche di albe drammatiche dove affiora di tutto, vecchie canzoni dei Diaframma e caroselli mentali di versi che galleggiano dopo la tempesta dell’oblio. Ritornelli e jingle, anni ottanta e novanta, venti anni  accumulati per convincersi di essere ancora giovani. Analisi adulte che deflagrano in emotività adolescenziali, afa agostana inzuppata da zuccheri per sopravvivere a domeniche pomeriggio in cui accorgersi che il tempo che ti davi, un evo florido in cui dispiegare il meglio di sè, è passato dal tempo futuro al tempo passato. E nessuno se ne é accorto e a nessuno frega niente, anche questa é una religione. Anche Maciste perde le sue battaglie, contro tutti è troppo difficile. Troppo arduo mettere i punti nei flussi mentali e assai complicato riconoscere le scelte giuste prima di effettuarle.

Arriva un giorno in cui bisogna fare un fagotto di tutte le parole che nessuno legge, di tutti i link che nessuno clicca, di tutte le canzoni che non emozionano gli altri. Non sono una terapia, non sono cura, ma neanche malattia, bisogna pensare di adottare concetti neutri proprio come una singola esistenza o come le pretese di umanità. Un neutro accadere il cui valore è solo appiccicato dall’esterno. Così, come una puressenza notturna di vuoti estivi, un dramma quieto spegne il silenzio e addormentarsi, quello sì, è una medicina.

Indice di leggibilità: 52

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  1. 8 agosto 2011 alle 08:54

    Non mi ritrovo affatto nella tua vena nichilista e disfattista ma, ugualmente è un piacere farsi trasportare nel tuo mondo così magistralmente descritto.
    Ma non vorrei alimentare eccessivamente il lato superomista…

    Buon sole, amico di tastiera!

    • 9 agosto 2011 alle 08:32

      Il nichilismo è un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo. Qui piove, proprio ora, un saluto!

  2. 8 agosto 2011 alle 09:26

    “Quello che so è che, anche se ci riuscirò, nessuno penserà che ho compiuto qualcosa d’importante. Nessuno si alzerà per applaudirmi commosso.”

    E’ una lotta intima tra essere e non essere, quasi una autocondanna, dove il sonno può funzionare da mero ristoro.

    • 9 agosto 2011 alle 08:39

      Maciste lotta per essere Maciste, Maciste spezza le catene e prende applausi commossi. Per tutti gli altri quel ristoro è spesso una salvezza.

  1. 14 aprile 2012 alle 16:28

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