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Una scansione oscillatoria dei margini della brutale definitività

Io sono io, non meno di un’unità, non più di una moltitudine. Una turba turbata da una molteplicità solitaria, entità singola spezzata in riflettenti rivoli angolari. Mi autodetermino – popolo insorto che sa quale dittatore assassinare ma non quale nuovo tiranno osannare – con volontà blesa che annaspa verso i concetti definitivi. Mettere dei punti. Chiudere ere. Fissare i paletti. Incardinarsi in punti fermi. Res firma che traballa solidamente.

Io non sono io mentre apprendo che per ogni voce dovrebbe esserci un ascoltatore e che per ogni pozzo dovrebbe esserci dell’acqua. Eppure si scorge un silenzio non speculare per ogni parola pronunciata, tanto che possiamo incamminarci per rive oscure e contare l’infinita sequenza di gente assetata, di inermi disidratati, di parole perdute, pronunciate a un precipizio di ricezione. L’errore di sistema è ogni emittente che rifugge dall’essere ascoltatoree di ogni pioggia che rifiuta di essere oceano. Si pretende attenzione arrivando all’attentato come se un desiderio di esistenza non potesse andare inascoltato ma la pretesa è solo l’ennesimo atto definitivo che chiude l’ennesimo giorno di attesa. In ogni tramonto vi è un universo che implode e in ogni sonno vi è un capolavoro gettato alle fiamme.

Io sono che ciò ho scelto e perciò anche ciò che ho eliminato. Un liberarsi delle attese per scontrarsi con gli esiti. Una definitività che è disperazione, un abbandono avventato del dubbio al quale preferire ogni cosa, la rovina o la coerenza, o entrambe, una tattica incomprensibile per il nemico in quanto incomprensibile e basta. L’orografia accidentata del benvolersi, fatta di scelte e di bivi, un parapendio fasullo per decisioni ripide che concludono le giornate, per poi concludere le fasi, per poi scrivere la parola fine ai margini della conclusione di una storia orale.

Io scrivo per esistere almeno per me. Una traccia che è bava di lumaca, una scia di bricioline che dovrebbero essere eternate nel marmo, immodificabili, monumento diuturno a stati d’animo definitivi adesso o divenuti definitivi perché così si sono formati nel racconto di un minuto. Le parole in cui ti riconosci non sono più esatte nel momento in cui le scrivi, la definitività scorre e si muta come le forme di vita nell’evoluzione e lascia dietro di sé l’illusione del capitolo concluso, della soluzione dell’equazione, del file rinominato “definitivo 2”.

Io sono il versante abbandonato di un post decisivo, la parte marcia scartata dal frutto goloso, lo scricchiolio nascosto sotto una scelta insindacabile di un principio radicalmente immutabile. Oltre i confini fissi di ogni pagina, cornice e schermo cola l’effimero intendimento di un immutato che sogna di rinascere mutevole.

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  1. 31 luglio 2011 alle 08:12

    Voglio

    Voglio che vi fidiate di me
    Voglio che crediate in me
    Voglio sentire i vostri sguardi
    Voglio controllare il battito del cuore di ognuno di voi

    Voglio sentire le vostre voci
    Voglio molestare il silenzio
    Voglio che mi vediate bene
    Voglio che mi capiate

    Voglio la vostra fantasia
    Voglio la vostra energia
    Voglio vedere le vostre mani
    Voglio morire tra gli applausi

    Mi vedete?
    Mi capite?
    Mi percepite?
    Mi sentite?
    Potete sentirmi?

    Il problema è che non c’è un “io” ma un “molti” …

    • 1 agosto 2011 alle 09:21

      Esatto. Molteplici io (“una sola moltitudine”) ma vi è, all’opposto, una fortissima pressione sociale (esterna) e morale (interna) affinchè ci rendiamo definitvi in una volontà monolitica, un unico, riconoscibile, coerente Io. Come questo possa non trasformarsi in caduta e frustrazione mi sfugge. Ich will cosa?

  1. 1 agosto 2011 alle 22:10

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