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Una diluizione di assoluti

Quando ne avremo abbastanza? Quando avremo sufficiente futuro da non dover più pensare al passato? Non si dovrebbero fare le domande retoriche, che non servono. Non si dovrebbe sperare che non serve. Non si dovrebbe servire che non ne ho voglia. Un bisogno tellurico di non risparmiare le parole, ricaricarle, affilarle per lo scontro mortale, per la didascalia del domani da appiccare al cenotafio del passato, luogo d’incontro per i zeloti della conservazione. Qui l’aria è intossicata, fermo pulviscolo denso come il sego nero delle pire bruciate. Non si respira perché ci si è scordati come farlo, non si va a pezzi perché si è già frantumi. Con la dovuta attenzione, con l’amore supremo, riusciremo a insegnare ai buoi a non fuggire neanche con il cancello aperto, li convinceremo a restare al nostro fianco fino al tempo del macello.

Un passo dopo il passo prima e un altro anno entusiasta è consumato sulla sumerica base dodici. Con giorni su base dodici che collassano veloci su mesi su base dodici, mesi che sembrano lenti fino a che non ci si gira e si scopre un ammasso di buoni propositi scomparsi (su base dodici) nelle brume di volontà deboli. I rasoi affilati delle occasioni perdute e il ventre molle che si apre al sangue di una fine vicina, cosi vicina che sembra di poter avere tutto e invece non si ha nulla se non una ingloriosa ripetizione di insignificanza così prossima al cuore del sistema da perdere di importanza.

Nel tempo scorsoio che collega il pensiero alla scrittura abbiamo abbastanza confusione da fondare un impero. Salvarsi o morire, essere animali o umani. Riunire i propri deja vu danzanti, dargli un ordine filiale da flashback addomesticato alla nostre voglie, ai sogni ad occhi aperti utili per far crollare le palpebre. Servirebbe un pezzo d’anima per strapparsela e farla indossare al Re urlante “è ora o mai più” e magari aggiungerebbe pure “baby!”.

Divagazioni alla rovescia mentre il retrovisore si rompe lasciandoci soli con un possente senso di incoscienza. Senza inseguitori, parrebbe. Con il campo aperto, si direbbe. Senza oneri di prudenza. Una crisi senza soluzione di continuità, una penosa raccolta di manufatti commiseranti e piagnucolanti. Un dramma elastico che si inghiotte la lotta rimasticandola in questa indistinta plastica performante. Con la speranza che qualcuno inventi nuovi giocattoli, nuovi gingilli per le mani e per i pensieri. Verrebbe da invocare la rottura, verrebbe. Verrebbe da sperare nell’alzata di scudi per futili questioni di principio, verrebbe.

Un’ambigua involuzione senza più catarsi, un costante raggomitolarsi in impressionismi grezzi. Questo tempo ci ha deluso perché le parole hanno tradito, lasciando il campo all’inequivocabile valanga dei fatti concludenti. Distanze che si ampliano, occhi che si allontano, sentimenti che si estinguono. Una sconfitta di epopea e non di semplice linea. Le falangi armate della banalità annientano la profondità insondabili dell’umanesimo travolgendo l’eroica resistenza della poesia. Rimangono le desolate rovine del pragmatismo meschino, della sopravvivenza grigia. Si sfogliano enciclopedie di non rimembranze, il cielo si fa grigio tra gemelli che si scoprono mutati. Arcobaleni scolorati su pentole ricolme di monete di latta. Fenomeni da baraccone senza baracca, nani troppo cresciuti e giganti rannicchiati. Eventi stupefacenti senza più stupore. Guerre con un contendente sconfitto a tavolino. L’esame universale di Indifferenza III. Un pacato travolgimento, un misurato lasciarsi andare. Investimenti sicuri in fallimenti controllati. Animali fieri addomesticati in rischiosissime gabbie. Odore di mandorle amare nel mio bicchiere, una lacrima in un oceano.

Indice di leggibilità: 56

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  1. 22 luglio 2011 alle 12:15

    Mi ha colpito il ” cenotafio del passato” e tutto il catalogo delle banalità che avanzano. Davvero tutto si disfa ? E quando, come ogni processo “tutto sarà compiuto” verrà un nuovo tempo ?

    • 23 luglio 2011 alle 18:38

      Quando il futuro è solo una replica stanca di un passato spesso immaginario, allora sì, tutto si disfa. Per il resto non ho millenarismi da spacciare, piuttosto penso che quando i cicli si compiono gli elementi vitali si estinguono invece che rifiorire. Ma tutte le ipotesi concettuali attorno alla finitezza non vanno per la maggiore, mi pare, quindi perchè porsi il problema?

  2. 24 luglio 2011 alle 08:15

    No, qui non si tratta di millenarismi , ma di natura… tutto si disfa e poi si rifà, magari in altra veste, ma si rifà…e questo può capitare anche agli uomini: l’universo è andato avanti milioni di anni senza l’uomo e potrebbe andare avanti benissimo senza…

    • 24 luglio 2011 alle 21:17

      La presenza umana è assolutamente accidentale quindi dal punto di vista evolutivo non si può escludere la tua ipotesi. Rimani solo il dubbio da quali rovine l’instancabile macchina evolutiva dovrà ripartire: l’essere umano è la più grande arma di distruzione ambientale mai esistita e sta edificando una Rapa nui planetaria… allora largo ai batteri.

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