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Si ebbe per inteso un involuto scritto di un futurista nostalgico

Circonvoluto di passato ebbi un tempo a vivere un’esperienza di premorienza di tutti i sentimenti. Una morte leggera aleggiava timida in quella stanza con le pareti bianche e sepolcrali mentre fuori albergava il nulla, come al solito mollemente adagiato sulla nuda terra, pensieroso in attesa di una scintilla creativa. I ricordi nella testa, nido accogliente per locuste feroci, erano una corona di chiodi piantata nel cervello. Con un senso di rigetto, una voglia stracciata di conclusione. Un altro apice di odio indissolubile al respiro, ogni volta peggio, picchi di criticità che non si credeva di poter raggiungere seguendo il feretro della gioventù trapassata. Un percorso a ritroso tra quegli strilli isterici nel cranio, quella straniante confusione che assilla il corpo mentre lo spazio intorno è un semplice esercizio di distruzione e il cielo è ovunque, ma non qui. Quel seguire il fuggitivo, quel scalare in basso, quel zittire le voci interiori, quel morire vivendo.

Voi moderati d’animo che provaste paura per ogni odio stilizzato, puro terrore come reazione a quella anarchia anticorporea, panico per fragili esercizi di disordine costituito. Concetti come spettri che marciarono sul continente delle parole per portare alle estreme conseguenze un senso vuoto insostituibile, come il serpente ama il suo veleno, come il servo è grato al suo padrone. Tutto questo grasso futuro che volevamo fottere con letizia sbarazzina, senza rimorsi perché non ci sarebbe stato più altro, non ci sarebbe stata alba, non ci sarebbe stata luce, nessuna speranza, nessun ossigeno. Un nulla in forma di passato ingombrante, una consunzione tranquilla con cui conversare, un futuro che avrebbe bussato piano mentre fuori imperava il rumore.

Ebbimo a morire tutti pazzi, folli nella convinzione di avere avuto qualcosa da possedere stringendo miseri brandelli di conoscenza irreale. Convinti che non fummo ingannati per l’intera esistenza da un sistema articolato di menzogne e autoinganni. Crepammo senza neanche chiedere aiuto, senza implorare pietà della arrogante incapacità di comprendere la nostra vanità. Pascolammo nei nostri branchi tranquillizzanti attendendo inconsapevoli dei proiettili evangelici. Cademmo sui refusi degli intrighi della mente quando non ci fu abbastanza fiato per urlare sconvolti, quando non ci fu abbastanza forza per distruggere un futuro più inquietante del passato, quando più nessuna eresia ci disturbò e nessuna perversione sessuale fu scandalizzante.

Accadde che esaurimmo l’esasperazione e nessuna protesta sembrò più abbastanza possente, nessuna parola scosse più la mente, nessuna canzone apparve più lontanamente liberatoria, nessuna violenta assurda passione da rimembrare. Nessuno venne a liberarci, qualcuno giunse a giudicarci ed emise una condanna appassionata, in attestazione di cronologiche inutilità, in perfetti conteggi di disistima. Una continuazione travestita da disperata fine, drammatica e crudele falsità, una dittatura immaginaria da pagliacci involontari.

Ci fu un tempo inverso che era allora e che è anche ora. Fummo e ora lo siamo, un messaggio di cortesia, un cartello di benvenuto, un attestato di incapacità.

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