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L’atrofia di un’assurda pretesa di comunanza

Magritte - L'impero delle luci

Non te ne frega niente del solito vecchio dolore che viene incontro sorridendo comprensivo. Non può interessarti perché hai un’anima di troppo. Un’essenza piccola, stolta e atrofizzata, un’alternativa a sé, una seconda chance per non trovarsi intorno alcuno a distanza sufficiente da sentirlo vivo. Un sentire alternativo di cui ci si può spogliare a piacimento. Una solitudine pervasiva, una solitudine non capitaria ma di distanze, una solitudine famelica che si divora ogni cosa, inghiotte pensieri, mastica giorni e sputa anni consumati. Si è scoperto che si può uccidere con un atto di amore, con l’umore storto dell’uccello migratore che non ha rifugio se non per una breve stagione, essere instabile che, seguendo l’istinto, si lascia alle spalle la tempesta.

Nella infinita sequela di contumelie per capire i significati dell’appartenenza si finisce poi per sfondare una porta feroce che conduce a un’illusione destinata a infrangersi in un ciclo karmico di ascese e cadute.  La strategia dell’immersione ha dato i suoi frutti in termini di scomparsa di orizzonti e perdita di speranze così da rendere impossibile sfruttare le possibilità degli errori e quella si scalare le salite dei soffi del tempo per cambiare.

In questo deserto di sabbia – se poni la dovuta attenzione – si sente ancora lo sciabordio delle onde di un oceano scomparso da alcune ere geologiche. In questo vuoto ci si può lasciar andare a schermaglie visive su dune di nebbia, tenendo il sole in tasca e i palmi ben visibili mentre il silenzio diventa così espressivo da essere insostenibile. L’assassino invisibile, tra i miraggi e le dissolvenze dei ricordi, può prendere la mira con la dovuta tranquillità che una vastità vuota concede.

Non avendo altro ci si invischia nelle fatue implicazioni del proprio ego e si costruiscono assunti filosofici incontestabili, teoremi di unicità come se si sfiorassero gli apici assoluti della paranoia, come se tutto quello che scrivono gli ego-riferiti riguardi solo i loro egoismi. Come se interessasse solo loro e da loro solo sia compreso. Come se. Una definizione, insomma.

Pare che non ci sia medicina per contrastare la fisiologia, sembra che non ci sia soluzione che si generi nel problema, si pensa che non ci sia scampo da quello che si è. Si dice che le ultime parole saranno di abiura, sillabe affaticate per chiedere scusa, perdono e pietà. Un prologo di morte peggio del dolore, consci che l’ultima utopia morirà con il primo silenzio.

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