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Futile estratto di rivalsa

Vorrei raccontarti ma mi mancano le parole, vorrei incontrarti ma vince la lontananza. Incipit che toglie il fiato ma il melodramma è falso, il pianto è asciutto. Poi cado a caso su ricordi buttati alla rinfusa su un letto sfatto, lo rifarò domani sera, ora no, sono troppo stanco e ho sonno. Sono stufo di questo schermo che mi secca gli occhi e mi sfianca i sogni. Mi assale la noia dello sforzo di far comprendere, l’inutile slancio si superare l’incomprensibilità che ci accomunava mentre scrivevamo questa storia marcia, fatta di frustrazioni, di liti e di segni sulle braccia.

Così andiamo a pescare nei vecchi ricordi di libri letti troppo tempo fa, chissà perchè mi è tornato in mente Gregor?. Così facciamo a gara di bestemmie stravaganti mentre una tavolozza di colori apocalittici dipinge il cielo della fine imminente. “Non sento niente, lo sai?” e io mi offendevo al solo pensiero che tu potessi credere che io non lo sapessi. Ma d’un tratto le lancette crollano e tutto questo assurdo rincorrersi finisce nelle prove davanti allo specchio, affinando la mimica affinché sembri conforme a questa sorta di sentimento di conclusione che sembra attanagliarci. Prove di coerenza cercando di reprimere il riso isterico, nascondendo l’adipe nella maglietta larga nello sforzo ridicolo di tenere il collo meno incurvato mentre lo stereo spara il suo scherno contro il termine ultimo di una gioventù arroccata in un declino patetico.

Una sera ci siamo messi a parlare fittamente, consapevoli che non avevamo nulla da dirci, come inseguiti da un silenzio assassino acquattato nelle pieghe della nostra inadeguatezza. Quel cd che volevo regalarti alla fine non l’ho trovato su e*ay, meglio, soldi risparmiati. E poi non ti sarebbe piaciuto, l’avrei letto dopo su quel diario che mi tenevi segreto e che io spiavo con il senso di colpa attutito dal silenziatore delle buone intenzioni. Sarebbero rimaste solo tre parole in fila, qualche metafora da tenersi cara e una fila di errori travestiti da incomprensioni. Quanta inquietudine prima vagante e poi fattasi sequenza di vita.

Un’infiltrazione che poi non sarei mai riuscito ad arrestare, accuse perforanti come l’acqua in un deserto carsico, interpretazioni che mi hanno avvelenato. Una punizione esemplare, trovarsi a inseguire un insulto fino a diventarne interprete. Alla fine nulla di lieto ma solo lo stupore intatto nell’osservare la farfalla diventare tenia, l’amore tramutarsi in odio, le promesse in silenzio. Non credo sia finita bene, ma nessuno lo potrà raccontare. Nessun testimone al banco dell’accusa. Così cadiamo dispari, spezzando il bene dal male, disperando in quello che avevamo creduto, portando l’esasperazione a decantare la sua grandezza in un lago di quiete grigia.

Peccato solo non potere più riaffermare l’odioso “te l’avevo detto”, peccato non poter far vanto della propria ragione fattasi verità grazie a un doloroso sforzo di volontà. La volontà che piega il reale, che divide il dovere dalla felicità. Poteva essere tutto diverso, oppure no. A ripensarci adesso, ora come allora, non me ne importa nulla, “non sento niente, lo sai?”.

Indice di leggibilità: 52

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  1. 9 giugno 2011 alle 09:08

    Le cose futili, a volte, sedano i troppi rumori.

  2. 9 giugno 2011 alle 18:19

    A volte le rivalse sono cose futili e il rumore ritorna possente. A banchi.

  1. 14 aprile 2012 alle 16:29

Spazio al dissenso

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