Home > società > Autobiografia dell’anaffettività

Autobiografia dell’anaffettività

Tutto ciò che puoi perdere è solo quello che hai. Non è grave, è lieve visto che non hai nulla di ciò che credi abbia valore. Tutto quello che senti non esiste, l’amore al tempo delle merci, l’amicizia al tempo dei like, l’odio germinato dai fascismi, la pietà della beneficienza televisiva. Ogni cosa è falsa come le risate preregistrate, come la drammaturgia della commozione ai funerali, come le frasi da dire dopo una nascita, come il sermone nelle feste comandate. Giornalmente nella tua mente scorre il gobbo da talk show, di minuto in minuto interpreti te stesso, leggendo piano

“TU: (sorridendo) come è andato il weekend? LUI: (affaticato) bene ma ho trovato traffico. TU: (comprensivo) ti conveniva partire il giorno dopo, etc.

Spogliata di una retorica vieta ogni fatto umano si riduce a nulla, una spontanea ripetizione di cliché e modi di sentire imposti. La solidarietà da profilo social network, una compunta e civile voglia di forca per i mostri, la fede ardente nell’ora del trapasso. Una manciata di copioni già scritti, una serie di ruoli da distribuire secondo le evenienze e le convenienze.

Oggetti inanimati, materia refrattaria, humus sterile, nuda terra impermeabile. Piove sul deserto e le gocce ferocemente evaporano, quello che dà significato ai finti pieni sono solo i veri vuoti ma nessuno sembra provare riconoscenza per questo. La gente viaggia per conoscere le usanze delle genti lontane solo perché prova fastidio per i costumi delle genti vicine, la sua gente, la sua tribù di indifferenza. Loro, gli altri. Quelli che non hanno la sensibilità per…, quelli che non capiscono che…, quelli che non sentono che… L’empatia è solo una catena di montaggio mediatica formata da qualche milione di immagini/anno che ci rendono tutto possibile e niente reale, ma basta condirlo di pannicelli di cultura frullata per dare un vago sapore a tutto, per sentirsi coinvolti in tutto ma per non più di tre o quattro secondi, come un orgasmo spento di un piacere di routine che diviene la stessa cosa di un orgasmo anossico provato per noia esistenziale.

Anaffettività. Segnati questa parola che il correttore del programma di videoscrittura non riconosce. Ricordati questa parola in un biglietto a parte. Aiuta la memoria con un segnale speciale, un post-it da attaccare tra il pupo rosa di Hello Kaxxy e il poster rosso di Che Guevara. Un pezzo di carta che possa riassumere la saggezza di un’intera vita, un abbraccio di lettere scritte finalmente a mano con calligrafia spontanea. Una volta consumati i copioni dei vari modi di sentire, recitata giornalmente la parte dell’adulto, del bambino, del genitore, esaurita la rappresentazione di entusiasmo e poi di stanchezza infine, alla fine dei giorni, non rimarrà che quella parola. Come un rasoio per aprire i fantocci del sensato cittadino, per sventrare la saggezza del buon padre di famiglia, per violentare le vesti del lavoratore puntuale, per squarciare l’inganno del militante fedele, per decapitare l’inganno del salutismo dello sportivo entusiasta, per tagliare la foto triste della lapide della madre esemplare, per convincere della inutilità di dIo per l’uomo di fede, per sgonfiare la condanna ipocrita verso la donna di malaffare, per svuotare di boria lo statista illuminato, per far cadere dal piedistallo il professore onorato.

Probabilmente ciò che aborrisci, ciò che non nomini per scaramanzia, i tuoi peggiori incubi borghesi sono l’unica cosa reale a cui puoi aspirare. La psicopatia, la devianza, l’esaurimento nervoso. E poi le forme sociopatiche di marginalizzazione dalla società, il tunnel delle dipendenze, la roulette dell’autodistruttività: sotto i luoghi comuni di parole asservite al sistema serpeggiano lampi di verità. Quasi meglio della realtà reinterpretata dalla televisione, ancor più eccitante dei tanti reality show dedicati a essere vetrina di finzione e quindi generatori di realtà.

Non sono solo innocue mode, paesaggi culturali di tendenza, opinion leader carismatici e note di costume graziose e amene. Non intendendo solo l’abusata distopia del big brother, della matrice, del Truman show, c’è di peggio, molto meno eroico, meno didascalico ma più distruttivo, non la peste bubbonica ma la zecca sottopelle. Sono condizionamenti continui, miliardi di stimoli che si annullano tra di loro, logiche di religione e di governo, di società e di esistenza, ridotte a marketing. Un flusso ininterrotto di marchette, in cui il prodotto è insignificante (non importa che sia un dentifricio, la salvezza della tua anima o la politica di immigrazione), una prostituzione di concetti che deve convincere un consumatore che non prova nulla che non sia costruito nei laboratori dell’anima, che crede senza richiedere la prova, fiero di credere nella verità delle affermazioni vuote perchè intrappolato dal sottile terrore che la rappresentazione rischi di non essere confacente al vero e preferendo, per ciò, non sapere. Con una attenzione che non riesce a superare il tempo di pochi attimi e con una capacità di elaborazione ridotta alla banale sublimazione degli istinti del desiderio primario. Tant’è: ciò che desiderate non lo volete, non sapete neanche cosa sia la volontà mancando un reale su cui esercitarla.

Travolti da logiche di collasso, gesti fuori tempo mentre la testa gira e non riesce a focalizzare i sentimenti. Il problema è essere quello che si è e riuscire a farsi amare per quello. Il dramma è riuscire a sapere quello che si è. La tragedia è apprendere che non si sa quello che si è perché si è incapaci di provare qualunque cosa fuori da sé. La soluzione è trattenere il respiro fino a che i fantasmi dei sentimenti etero-generati non crepano. Ognuno ha un sé da consumare e poi non trova più nulla di proprio, ci si dà un tanto al kilogrammo, ci si consegna a peso, il peso di una sostanza esausta e consumabile che non si rinnova per mancanza di fonti. Un’accensione fatua, che tanto più brilla tanto meno dura, inizi ingannevoli che precipitano nel grigio arenarsi delle mancanza di corrispondenze.

Non si riesce a capire come si possa dormire di un sonno pesante, saldo e solido, un sopore che sembra non avere alcun timore né del buio né del risveglio. Nulla disturba l’operatore della messinscena perché ogni turbamento è superato da soluzioni dettagliate in istruzioni semplificate. Nessun dubbio che non trovi consolazione nel manuale, nessuna ansia che non sia debellabile con uno smacchiatore di coscienza. Nessun tumulto di anima, nessuna insanabilità di nervi, tutto quieto, pacato, normalizzato senza sapere cosa sia la normalità. Così si crolla come se il sonno fosse la morte, come se ogni cosa potesse essere cancellata nell’oblio, come se gli incubi non avessero l’onore della cittadinanza perché non esistono nozioni sbagliate o timoni etici ma solo una melassa indistinta di buono e bello, brutto ma editabile, cattivo ma non definitivo.

Questa stolida capacità di non percepire, il non sentire, tramutandosi in fondi ciechi, in orridi anecoici, in brutalità estetizzanti. Questa tronfia capacità di essere persuasivi verso il nulla, forti senza fondamenta e futili in ciò che dovrebbe essere fondante. Queste missive che non raggiungono i loro destinatari, queste lettere mai spedite, queste lettere scritte in una lingua morta che nessuno studia più, verso cui nessuno prova interesse. Queste emozioni che convergono inesorabilmente in un odio che inizia, finisce e inizia di nuovo. Questo odio che è quanto di più intimo possa esistere eppure appartiene solo agli altri.

In tutto questo senso di rovina incombente la stasi accelera. Per restare in piedi bisogna girare il volto per far finta di non vedere i frammenti che si spezzano nell’assurda pretesa di allineamento massivo. Una confusione epica che stordisce fino a una felicità ottusa, sazia e grottesca come un altro silenzio rotto, esattamente come tutti i più alti principi giornalmente violati. Con il volto diaccio verso i terrori e le nequizie del mondo sputate con nonchalance e facce contrite nel preserale, poco prima della digestione, poco dopo la fiction, come antipasto del mesto sesso coniugale. Non fa più male, non fa paura, non fa schifo, non fa pena, non fa orrore.

Quelli che consideri i tuoi sentimenti non sono tuoi e tutti i sentimenti che credi di provare sono falsi.

Indice di leggibilità: 49

Annunci
  1. Non c'è ancora nessun commento.
  1. 7 novembre 2011 alle 21:57

Spazio al dissenso

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: