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Allestimento permanente di malanimo e solitudine – Parte 2: lacerato

Tagliare tutto per non essere tagliati. Se ogni cosa ti fa male, distruggile, un sistema immunitario deficitario assume il diritto a un totalitarismo crudele contro i germi. In fondo è facile, per essere vivi si necessita solo di battito e respiro. Elementare, automatico, fisiologico. Eppure si riesce a respirare senza ottenere aria e a pompare sangue senza provare calore ed è una cosa da perderci il senno. “Controllate il panico” e altri stracazzi di preziosi consigli mentre infuria una tempesta di rabbia in cui ogni respiro meccanico cela l’assurda paura di sentirsi vivi e di avere un altro risveglio davanti. Come se fosse sempre una questioni di nervi che si esauriscono e che poi collassano ma dove poi essi siano rimane un mistero, forse nelle striature della carne che divoriamo.

Ma questo crollo di carattere, il condannato consegnarsi al peso della pressione esterna, fa si che lo stato di cattiveria e insensibilità talvolta passi da cronico a acuto. La sostanza non cambia, rimane sempre un’intesa soluzione di deperimento accompagnata a esplosioni di violenza a esordio ritardato. Queste sono le migliori contromisure ai disturbi d’ansia, una forma di guerriglia di adattamento alle alterazioni del mondo che vorremmo e che non avremo mai. Certo, questo disagio lo viviamo come una menomazione sociale, come un’impotenza costruttiva che sfibra il corpo di ogni giornata scivolando in una derealizzazione marcata, depersonalizzandosi a difesa da una convivialità insalubre. Se massacriamo l’ascolto per ingigantire l’ego deve essere per un risentimento latente, l’influsso deleterio della costrittività sociale che ci fa percepire tutta l’inutilità dell’ordine mentale e la frustrazione per le possibilità comunicative ottusamente larvate.

Allora non c’è alternativa, appena ci rinchiudete in una definizione, noi fuggiamo, mutando da larva a farfalla, da farfalla a sanguisuga, da sanguisuga a fenice, con aggressività sistematica solo per allontanare ogni sospetto di pietà. Contro le vessazioni di gruppo, democratiche e popolari, non c’è via all’inutilità del benpensare in un contesto senza bene. Così si presenta inevitabile l’espulsione dal circolo delle persone adattate, dall’elité massiva degli integrati, che non provano più dolore e umiliazione nell’essere parte del grumo indistinto della media. Quelli che non si sentono inclinati da scompensi quando sono sotto attacco di penosi surrogati di affettività. Con orgoglio lasciamo aggravare la marginalizzazione e osserviamo pacificati l’attorcigliarsi della mosca nella ragnatele di infinite scale emozionali deviate nelle altrui alienazioni.

La situazione fa acqua – sai piove – piove sempre su quelli che conoscono la propria personalità morale, su quelli che ancora non cedono a un prezzo etico della resa. Rifiutando il limite. Negando radicalmente la possibilità di rapporti interdigitali, arrendendosi al freddo metallico del rapporto macchina/uomo, perché ogni differenza è invisa e va cancellata. Questo è il drammatico dipanarsi dell’orrore nel flusso regolare, produttivo, sociale. Tutto odio-correlato come la digitazione ossessiva di singoli tasti ripetuti come ossessioni, NO, NO, NO. Questo monoreme, il ripetuto sottrarsi a quello che sembra un destino genetico è il frutto di un elaborazione personale, intima e quasi sicuramente patologica. Al di là dell’inganno palese del malato che discetta sulla malattia, vediamo fantasmi affossati in sogni mutati nelle necessità, morti di nuovo cercando di conciliare l’umanità con l’umanesimo, con il tremore nelle mani, con una anossia prolungata a causa di questo ossigeno irrespirabile di banalità, con l’idiozia come rischio ubiquitario. Allora la solitudine non è una bestemmia, è parola noa, si può pronunciare e rivendicare a ragione. Alla fine avremo comunque torto ma questa limpida voluttà di esposizione sarà, per qualche secondo, di sollievo, consapevoli che nessuna omissione di parole salverà dai concetti.

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Parte 1: l’insistenza

Parte 3: una comoda sconfitta

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