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Allestimento permanente di malanimo e solitudine – Parte 1: l’insistenza

La fine dei venti come un’irreale assenza di movimento che si dibatte febbrilmente tra la rabbia e la vitalità. Poi la fine dei trenta, la fine della lotta armata dentro. Il corpo come confine letterario della mente, teatro di un conflitto permanente di caducità. Si cade dagli ideali e si precipita dalle idee, consci di quello che si lascia ma incapaci di trattenerlo. Un’attrazione morbosa vero l’orrore di sentirsi modificati, violentati nella stabilità. Ma tanto la fermezza uccide come un parassita nello stomaco, una tenia di tre metri che ha la testa dentro il ventricolo sinistro del cuore e la coda nell’emisfero destro del cervello.

In fondo stiamo a filosofeggiare sulla questione semplicissima della consunzione inevitabile e giornaliera di cellule. Dei pruriti eterni di condannati a morte.  Una turba di schiavi, servi di azioni compulsive per raggiungere la grazia e poi caderci come un viaggio cattivo dopo l’acido scadente, come incubi crudeli di tutta la vita precedente che spuntano dalle cataratte aperte dalla droga come una carovana di predoni bramanti carne da piacere.

Una sequela di insulti al corpo come atto di amore, come desiderio morboso di appartenenza aliena, contumelie rigogliose per rappresentare la propria virtù mentre ogni singola parola viene depennata dai vocabolari e inserita in codici casuali per generare confusione, per dar vita a una dispersione di significati con cui condannarsi all’incomunicabilità. Di stasi di pensiero in stasi di azione si giunge nello stagnante status del “troppo tempo per pensare”. E così sfogare in un ossessione masturbatoria che realizza la consunzione delle energie, quel continuo credere nell’aspettativa, quel continuo ricadere nell’infelicità che in ogni vertice ha una subitanea disastrosa caduta. Quel limite corporeo, quel confine inerte del tempo di riproduzione del liquido seminale che sembra governare i tempi di una libido meccanica, ripetitiva e angosciante. Il pattern ripetuto, proprio di ogni animale solo che non c’è bisogno d’altro che la propria mania.

Questo seme sprecato, questo concime per solitudini fiere del proprio autismo sono il marchio del campione degli anaffettivi, di colui che può vincere la via delle infezioni mortali trasformando l’organismo in coltura di malattie e in collezioni di morbilità assortite. Congiungendo la teoria e la prassi della misantropia con radicale eleganza e con la rigorosa coerenza dei perdenti, dei perseveratori degli errori. Per poi andare ad adorare gli altari delle proprie deficienze, venerarle intonando il mantra del cupio dissolvi. Insomma una rappresentazione massiva per un unico spettatore. Non un semplice vezzo di carattere, non una formulazione non declinata nella vita ma una vera congiunzione carnale tra sentire, scrivere e vivere, con i tratti di una modesta recita, di una mediocre interpretazione ma di ambizioni altissime che travolge tutto nella volontà assurda di assoluto.

A tal fine si elabora un’enciclopedia di risposte sarcastiche a domande inutili, sintetica bibbia satanica che si fa breviario per bestemmiatori ingenui. Solo uno strumento di vita per alimentare un disinteresse permanente che si trascina negli anni affondando gli artigli avvelenati in una profonda volontà di ogni cosa che in ogni momento, in ogni idea, in ogni persona, viene frustrata, annichilita dal vuoto universale. Di un universo che si può scomporre in atomi, ognuno senza importanza, che determina l’architettura grandiosa di non-senso. Questo sguardo pensieroso verso l’alto, questa stupida sorpresa verso la volta celeste, una volta fatta è per sempre, come prendere un virus, come un contagio tramite lo il sangue o lo sperma. Ci si compromette fino all’estinzione ponendosi solo nella condizione di attendere.

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Parte 2: lacerato

Parte 3: una comoda sconfitta

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Categorie:obliquità Tag:
  1. heaven65
    17 febbraio 2012 alle 12:43

    Nel gesto autoerotico ripetitivo, riassumi il tuo essere costruendo la tua prigione, fatta di niente. Il vuoto d’ovatta dove ti rifugi ti soffoca, anche a me, solo che invidio il tuo gesto autoerotico che io invece non riesco a fare, avendo posto il corpo a tempio per spiritualità divine, ma seppur di rado quell’unico ormone vitale mi fa sentire così infinitamente minuscola, ma così umana.

    • 18 febbraio 2012 alle 09:56

      Ognuno si costruisce le prigioni che può sopportare.

  1. 22 maggio 2011 alle 00:09
  2. 24 maggio 2011 alle 15:20

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