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Appunti per essere felici nonostante la propria coscienza

Bisogna vivere spensieratamente un giorno dopo un altro come una prostituta dello spirito. Vendersi a testa alta come è consono a una fine dei tempi celebrata con la consunzione delle parole in un astratto millenarismo dei giorni vuoti dei manichini senza volto. Il girone degli arroganti non ha uscita se non nella devastazione del fallimento. Orologi senza controllo guidano l’affondo di anima: saremo qui nel giorno dell’apocalisse perché è l’unica fiction che non vogliamo perderci. Un’altra antilingua* per parlare alle frotte di anti-persone, tribù dell’ovvio che macinano anni luce di banalità pretendendo che vermi di ultima generazione giungano a macerare le carni rimodellate secondo i canoni estetici determinati dai filosofi delle fashion-science. La gente ha liberamente scelto di volere cose semplici e genuine come l’artificio dell’arte dei giardini giapponesi, falsità in modo naturale, finzioni in modo spontaneo per persone che vogliono essere uniche nel loro conformismo di massa, una sorta di desiderio di elettrocuzione inesorabile, la voglia di avere un cervello che frigge ma provando un benessere totale.

L’ora di concedersi alla cessione di un quinto di anima (appuntarsi un cinque per cento, cinque di cento singolari su un solo plurale; cumuli di stasi per svuotarsi di torment*) contrattando con mezze persone con il resto di qualcosa, spicci di umanità persi nelle tasche capienti del consumo, distribuiti tra macchine metalliche per far sesso più virtuale del reale e agili manuali per essere felici nonostante il cancro della coscienza. Esistono luoghi di concentrazione dove si vendono mappe arcane per ritrovare gli antichi valori di recente creazione, ricreazione per le masse* per dar avvio alla caccia al tesoro all’Atlantide della dignità seguendo le tracce dei solchi profondi che concludono i loro significati in burroni. Come una fottuta theta, ecco i concetti che non discutiamo più con il terrore delle serietà e il sospetto paranoico per gli aggettivi interrogativi. Un macello di numeri senza umanità, l’incapacità di provare vergogna nello smembramento dei significati di esistenze insignificanti. Infuria una pestilenza di sorrisi luccicanti e ammorbanti per cui i migliori si devono dedicare all’accattonaggio di un senso qualunque da distribuire a chiunque di quei qualunquisti retrovirali.

Le periferie della città – dove coltiviamo l’odio per le persone in serre concetrazionarie – saranno i confini minati di quell’impero eterno che la nostra libido profonda vuole vedere estinguersi. Tentativi eroici per scomparire grazie a una cancrena che dai bordi orlati delle bidonville attacca gli scintillanti centri storici per abbatterne i monumenti eterni e rubarne i marmi con cui costruire cimiteri estesi come continenti e per ornare i bordi di fosse comuni grandi come il mare nostrum. Ci sono catastrofisti ottimisti secondo cui le crepe nell’anima di uno solo possono spezzare una moltitudine e allora gli stracci per i cessi li strapperemo dalle bandiere mentre i ratti usciranno dalle fogne per prendere possesso delle città umane, le discariche diventeranno l’humus per raffinatissime orchidee nere, braccia tese e minacce urlate, passi ampi e uniformi, paure distribuite nelle edizioni serali fino a che non sarai mai più sicuro, finché non disprezzerai il tuo vicino.

Tutta la stima per il brand e tutto quel rispetto per i competitors sfortunatamente non basteranno, quando le dogane saranno crollate e i dazi verranno applicati ai sentimenti, quanto ci sentiremo talmente non competitivi per la sfida darwiniana da dover andare dai medici per avere le cure chimiche per smettere di percepire di non essere in grado di sentire. Quando tutto crollerà con la consapevolezza che le nostre case non corrispondono alle idee degli architetti, i nostri desideri non si incastrano alle necessità delle produzione e, peggio di tutto, la nostra idea di etica non si coordina alla favole di divinità creata dagli uomini antichi. Uno schianto rumoroso come lo scoprirsi decomposti nell’inevitabile fregarsene di ogni cosa, in particolare di un universo scomparso, dissolto nel vacuo del peso della conservazione di una cultura avita. E così consegnare al boia l’inutile attenzione per le parole vane, collaborare alle voglie lubriche della giuria costituita da un mondo che scolorisce di analfabetismo globale. La gioia pura di stare scomparendo, di essere ai minimi termini intellettuali e linguistici, abbozzi di candele che vengono travolte del buio così, infine, dalla logomachia emerge solo la menzogna con cui avvelenarsi e così intossicati esercitare la socialità abbruttita e lo sfruttamento di sé o altri.

E non c’è più aria, né polmoni per respirare, è sparito il tempo per recuperare e le forze per svoltare un timone diventato cemento, non c’è più speranza, una vista azzerata. Questo è un disastro, una caduta, una disgrazia senza uscita, un vortice di insensatezza, la perdita delle stelle, l’affondare nella melma, il raggiungimento dell’apice del nulla. Un’intera vita sprecata, tutto fermo, tutto sbagliato, il climax del letame. E non c’è un cazzo di posto dove nascondersi quando tutto crollerà e quella montagna di macerie mireranno e ti spazzeranno le vertebre, punteranno alla tua paralisi. E farà male, tanto male che non si può descrivere, sarà talmente doloroso e terribile al punto tale che non interesserà nessuno.

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