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L’alterità tra alterchi e doglianze

Tu perché lo fai?”, così mi chiese il Maestro e io non avevo una risposta e non avevo ancora imparato alcuna morale zen, nessun haiku oscuro e fulminante. Si stufano tutti di questi malumori malmostosi e poi vige il malumore dei malumori. Un mal di vivere appiccicoso, denso e sudicio.

Questa superiorità schiacciante, questa sprezzante noia per ogni cosa, un vuoto invitante tappezzato di mesi su mesi, scoprendo decine di scadenze tutte uguali, ugualmente distanziate, ugualmente insensate.  Un universo infinito di opzioni che non interessano alcuno, 32 milioni di colori di cui conosci solo otto nomi. Allargo le mie ali ormai fiere di una metratura planare muscolosa e ampia, distesa dorata dal sole, in alto, mentre in basso il buio fa da contraltare, diversità di vocabolari e termini perduti come distanze incolmabili, mondi scomparsi con orgoglio feroce. Occhiali neri, dito medio e addio con la mano.

La scrittura come qualunque altra cosa, come ogni persona, come ogni inutile dettaglio. Amore, odio, amore. Poi oblio, poi amore, odio, amore per l’oblio, infine fastidio per qualunque sentire. Noia per il fastidio, angoscia per la noia. Vibratori per donne deluse dagli uomini, prostitute per uomini delusi dalla virilità, apocalissi per esseri incorporei ammorbati dagli inganni. Lo spreco del tempo come vendetta accline alla commiserazione di un’umanità puramente formale. Un metronomo per orientare gli sputi contro il costante senso di perdita, contro lo svuotarsi della clessidra riempita di strame. Incoronati da una corona di spinte sui cornicioni, ecco l’uomo che vuole volare, un tango aereo per i dominatori della gravità.

Vuoi sangue, un’altra giustizia al suono grave del terrore, ma non riesci a tenere il ritmo, una taranta indemoniata per accoliti di sette segrete, dittatori nel panico che svelano formule magiche per difendersi, urla libidinose all’apice dell’assolo, chitarre distrutte, vene tagliate solo per provarne dolcezza, sangue sacrificato ai fedeli pagani. Culmini culturali erotici, estasi mistiche, umiliazioni in angiporti bui. Un Assoluto dietro l’altro, un miliardo di voci indistinguibili e il rumore è uguale al silenzio. Uguale, ugualmente insignificante e non possono che contare le voci dentro, gli indizi di schizofrenia, le diagnosi cliniche, le metamorfosi chimiche.

Bisogna credere solo in un dIo che nega sé stesso mettendosi almeno alla prova, sangre che non coagula mentre il marmo piange, scola come un bordello di anime scambiate per corpi, cartellini dal prezzo scolorito mentre l’Odio urla vendetta e l’Amore implora la morte di Psiche, che nasconde il coltello dietro la schiena. Edipo doveva evirarsi, non accecarsi. Un desiderio che si faccia buio affinché alla fine di una storia senza storia cali il silenzio come un sipario salvifico per spettatori tediati. Centinaia di no forse un giorno diventeranno una negazione comprensibile, chapeau!

Indice di leggibilità: 49

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  1. 26 aprile 2011 alle 19:28

    difficile esistere: figurasi, convivere!
    Arte, musica, danza, fantasia, sogni… contro i muri. E contro la noia.

    • 27 aprile 2011 alle 17:08

      La noia è il muro peggiore ma anche questo litigio di sé è un muro, l’insofferenza una sofferenza e il lamento insoluto riconferma il quesito in premessa.

  2. 26 aprile 2011 alle 21:47

    “Tutta la voce
    consumata dal canto
    alla fine resta solo il guscio della cicala.”

    Il vuoto di Basho è ricerca dell’illuminazione ponendosi al di fuori dell’oggettivo e del soggettivo, dalle etichette delle parole, dei sentimenti e dei condizionamenti. Un modo di viaggiare prezioso.

    In questa alterità, mi pare, c’è sensibilità, questo basta a renderla importante, a procurare lutti, odio e alzate di testa.
    Mi spiace, non ho un senso al ‘perché’ ma solo una premonizione: il guscio della cicala disteso oltre il solitario viaggio.

  3. 27 aprile 2011 alle 17:23

    Mi manca l’Oriente dentro, penso per troppe escatologie giovanili. L’evidenza sfugge e bisogna litigare con sé stessi, slacciare la briglia e vedere cosa ne fuoriesce. Deve essere veramente solo un modo per consumare la voce che, ogni volta, sembra esausta ma, poi, rinasce non sapendo, non volendo, non accettando il destino da guscio.Riuscire a spezzare il ciclo morte/rinascita superando l’ambizione di poter dire tutto una volta per tutte con l’evocazione di parole ordaliche sarebbe già qualcosa.

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