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Il capogiro dell’ape dopo molteplici danze polimorfe

Su le mani per l’estremo sacrifizio. Vi è un blog che non serve a nulla, vi è un blogger che è un’isola, alla faccia di John Donne. Dico questo solo perché si necessita, talvolta, di un auto conforto teoretico, non importa quanto faccia schifo scriversi addosso per l’ennesima volta. “Ma quanto è difficile leggerti“. Già quanta inutile fatica di cui però è assai semplice liberarsi. Ma il senso? Il senso, signori, trovate un senso, in caso contrario nulla ha dignità per esistere. L’esaurimento delle risorse intellettuali è un continuo depauperarsi senza obiettivo e ciò dovrebbe rientrare nella categoria “no bene“.

Neanche per affini e collaterali e nessuno che ne fa le veci. Non mi ricordo più chi diceva “odio le cose tristi” ma conosco bene uno che pensa di sentirsi triste per il suo odio. “Mi è piaciuto” oppure “non mi è piaciuto”, ma cosa? La massa e il deserto hanno una dialettica così vicina che si confondono l’un l’altra nel fastidio epidermico per la profondità così come nella presunzione di comprensione elettiva. Un monologo incarnato è solo un dialogo alienato dalla perdizione della meta-scrittura, qualcosa compreso tra il “non mi interessa” e il sentimento di compiacimento. Il confine mobile tra l’atto puro completamente privo di interesse (che ci appare un valore, magari romanticamente concepito, ma un valore a prescindere) e l’agire privo di scopo e di utilità (e quindi un’evidente perdita di tempo), partendo da un’inutile perfezione per arrivare a un’ottusa incapacità.

Schiavi di contraddizioni e quindi apologeti di una dialettica che potrebbe (almeno in teoria) portarci da qualche parte, poi, scarti e corri e ti ritrovi fermo (cit.) ma almeno a parole di consumo hai opposto parole che ti consumano, qualcosa che rispetti cosi tanto che rapiscono una parte di te, svuotandoti, deprivandoti di qualcosa per la necessità di fare spazio ad altro, per non fermarsi e per illudersi di non essere ancora morto. Scavare con le mani in una terra dura e aspra, piantare le unghie fino a farle sanguinare in una lastra che sembra inattaccabile, per lasciare un invisibile segno, un qualcosa che ancora non sai esattamente com’è e perché è, proprio come non riesci a comprenderne il destinatario. Ma il segno è così labile da riuscire invisibile a occhi rapidi.

Il rischio concreto è di dare agli altri colpe proprie, sfuggendo alla propria responsabilità – il male del secolo – confondere i mezzi con i fini e la mappa con i luoghi. Perché è un errore scrivere per essere letti ma a volte sembra una tragedia anche lo scrivere per non essere letti nel senso di non fare quello che le regole della teoria della comunicazione comandano per veicolare messaggi. Ma non basta la consapevolezza di tutte le falle di una teoria per riuscirne a uscire, ci si innamora dei propri difetti e si prova orgoglio di certe sconfitte e, spesso, questo è un atteggiamento pernicioso ma come non concedere che certi pregi sanno di prostituzione e certe vittorie sono talmente compromissorie da essere eticamente inaccettabili?

Bisognerebbe trovare l’onesta intellettuale per definirsi non interessanti e trovare, nonostante questo punto fermo, il coraggio di continuare. Comprendendo di non essere speciali, di non rientrare nel novero di chi lascia qualcosa creando con le parole una narrazione dei tempi ma acquisendo la consapevolezza di poter dare un contributo almeno alla propria sopravvivenza, aggrappandosi a qualcosa di intimo che dia un senso (riappare sempre…) a tempi muti e vuoti e farlo con l’umiltà del semplice testimone che si trova buttato per caso nella grande Storia che è incapace di narrare. Allora arrendersi alla solitudine di parole vuote di senso per quella alterità che potrebbe casualmente incontrarti e quindi trovarsi a costruire un contenitore di solitudini interiori che, non è un paradosso, sembra anche un generatore di ulteriori solitudini – più spesso esteriori – perché l’impossibilità di condivisione è così possente da atterrire. Tant’è che sembra non ci sia via.

Non riuscire a uscire dallo schema che il numero dia valore al contenuto, che l’apprezzamento di altri dia significato a un’espressione intellettuale ed emotiva. Ma anche sentire insopportabile la banalità delle ripetizioni, delle apodissi, del ciarlare vacuo. Dell’orrore nel guardare le chiavi di ricerca e delle parole più ricercate sulla rete, delle riproposizioni di becerità post adolescenziali delle reti asociali, della pochezza culturale dei riferimenti, del linguaggio sciatto, dell’espressione iper emotiva ma anaffettiva, di questo universale “volare basso”, quasi strisciando.

Questa è una dimostrazione. Meglio di un test psicologico. Una gara a esclusione. Meglio della psicoterapia. Una fuga a cui bastano poche righe. Meglio di un giudizio critico. Questo è un muro. Niente da attraversare. Questo è un circolo vizioso. Parole pubbliche devastate da un filtro privato. Questo è lo zero nell’ultima riga del rendiconto. Questa è una lapide. Meglio che le definizioni del tempo. Questo è l’obnubilamento del maratoneta al 39° km.

Sempre di meno, sempre più ostico, sempre più lontano. Quanta difficoltà inevitabile. Contandosi e sommare nuove assenze a vecchie perdite, lasciandosi trascinare sul cammino delle defezioni e della conta dei riverberi. Questa è esasperazione e vertigine di fastidio, questa è repulsa ma insieme amore come fosse una ricerca votata fatalmente al fallimento ma, in quanto volizione a qualcosa, è un movimento di vita. Non tanto, è chiaro, ma non un nulla e quindi, in tempi di vuoto pandemico, qualcosa che fa girare la testa.

Indice di leggibilità: 52

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  1. 14 aprile 2011 alle 11:36

    Trovare un senso altrimenti nulla ha dignità per esistere… Questo credo non lo potrò mai accettare, o sarei una contraddizione vivente.
    La scrittura non potrebbe essere solo un esprimere/rsi, lasciando da parte tutto il resto? Rischiando anche l’incomprensione certo, ma almeno si è assecondato quel bisogno di dire.. ché se è un’esigenza che ci sta a fare muta dentro?
    E l’onestà intellettuale non si può trovare nel non definirsi? Nell’essere, a prescindere? Lasciare un segno, dare contributi…qui si è già nella sfera dell’altro. Nell’accoglienza che, purtroppo di questi tempi, non è mai pura, ma spesso inquinata da tristi “leggi di mercato”.
    E poi, la distanza in certi casi è come una scrematura che protegge e filtra, l’orrore resta impigliato fuori. E questo non è proprio un male, almeno per me.
    Mh.. quante domande mi sono scappate… dopo tutto questo agitarmi come minimo il capogiro è garantito (il titolo era una tentazione troppo forte).

    • 14 aprile 2011 alle 12:25

      Perché dovrebbero esistere parole prive di senso? Perche devono essere degne dell’attenzione di chicchessia?
      Il punto è che la comunicazione non è per forza linguaggio, la danza delle api, ad esempio, comunica ma non è lingua. Tu vorresti l’espressione pura senza “il resto” ma, secondo me, questo modus può essere arte, può essere poesia, può essere comunicazione emotiva ma non è linguaggio. Se passi da quest’ultima forma non puoi sfuggire alla parte semantica e quindi al senso e alla finalità che vuole raggiungere: il logos. Sentire l’esigenza di urlare e poi urlare va bene, consapevoli però di non aver varcato la soglia che divide la comunicazione primitiva dal linguaggio evoluto. La lingua rende l’uomo super-evoluto, ogni animale comunica, affermando sé nei propri gesti ma solo l’essere umano si è appropriato dell’alfabeto simbolico e della capacità di esprimere sé con concetti fuori da sé. Si può essere “a prescindere” ma è come limitarsi perché è nella nostra capacità narrare le cose nel loro significato andando oltre la semplice esposizione di essenza, spinti dal bisogno profondo di spiegare ciò che è e di predicare i sostantivi.
      Forse è un mio limite o forse un precipitato della cultura enciclopedica ma ho difficoltà a conciliarmi con il concetto di “non definizione” visto che ogni espressione articolata è figlia di una declinazione di idee che sono il portato di una definizione di sé e del proprio bagaglio ideale.
      Sulla distanza posso concordare, un ottima difesa, un muro che, di conseguenza, protegge e insieme isola. Che il risultato ponderato dei due effetti sia bene o male lo lascio alla coscienza di ciascuno.
      Di fondo restano solo un cumulo di opinioni personalissime che non hanno nessuna pretesa se non il cercare di definire la mia azione verbale, un ossessione personale di trovare un fine al mezzo.
      Che poi la norma siano le api che danzano senza vertigine, senza esitazione e in modo monomorfo, nulla quaestio…(il capogiro è solo Una questione privata*).

  2. 14 aprile 2011 alle 11:44

  3. 14 aprile 2011 alle 14:46

    Beh, credo sia una scelta della persona dare o meno attenzione… La dignità dell’esistenza, invece, l’ho presa come qualcosa che riguarda non solo le parole, ed è per questo che mi ha tanto colpito.
    Sulla comunicazione ed il linguaggio ti dò ragione, ma l’incomprensione è sempre in agguato, in un certo qual modo bisogna tenerne conto. Il senso spesso sfugge, o è legato a stati d’animo che sono mutevoli e quindi lo rendono notevolmente dinamico. Non è semplice “definirlo”.
    Per quanto riguarda l’ossessione del fine.. sono sulla sponda opposta, e forse per questo trovo difficile accettare che ci debba per forza essere un fine, tranne quello del vivere naturalmente.
    E la chiusura sulle api era una battuta a cui non ho saputo resistere data l’origine del nick che mi porto dietro, sorry..

    • 14 aprile 2011 alle 16:09

      Scelta personale che si indirizza, solitamente, sulla comprensibilità. L’incomprensione deve essere tenuta da conto e, per quanto possibile, limitata, se non si agisce in tal (sensato) senso uno deve essere pronto ad accettarne le conseguenze (e io, alla prova dei fatti, non sono preparato).
      Sul fine ognuno si tiene, giustamente, la sua percezione anche perché siamo così lontani che dubito che possiamo trovare un punto di mediazione.
      Avevo colto la sfumatura della tua chiusura, volevo solo ribadire il senso generale del post: un enorme IMHO. 🙂

  4. 14 aprile 2011 alle 16:48

    ahhhh degna fine (privata anche quella ;))

  5. 15 aprile 2011 alle 14:01

    Si raccontano ‘storie’ per proteggersi dalle illusioni o dai tentacoli del vuoto.
    E’ un’esigenza intrinseca nella carne. Una sfida a un limite da superare, un pagliativo contro il dolore, la rabbia o la melanconia.
    A pochi è dato l’estro per lasciare un’impronta importante e quei contenitori chiamati ‘parole’ ci separano quanto il nostro egoismo di esseri umani. Eppure, ci sono spiragli d’empatia tra un mondo e l’altro anche nella non chiarezza espositiva che pur sempre è mezzo e messaggio.

    • 17 aprile 2011 alle 10:18

      Ho l’impressione che la protezione sia debole e che dopo ogni tentativo la frustrazione prevalga, come se la sfida non si possa mai vincere. Come diceva Medina Reyes scrivere non serve e non salva ma tutti continuiamo a sperare, contro l’evidenza, che questo non sia vero. La speranza di quegli spiragli deve essere più forte di qualunque cinismo sulla possibilità di comunicare.

  6. 17 aprile 2011 alle 21:18

    Beckett disse: “Non mi rimane altro”.

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